La parola “stomaco” viene dal greco στόμα, che significa “bocca”, ma anche “parola” o “oracolo” e “ingresso”. E ogni sfumatura semantica sembra descrivere perfettamente questo album: un varco discreto, una soglia piena di parole misteriose e quasi oracolari che ti permette di entrare nel mondo di edera.
Ed è uno spazio in cui, personalmente, avevo davvero bisogno di entrare. Anzi, chiedo già scusa per l’eccessivo entusiasmo, ma Stomaco– oltre ad essere esattamente il genere di musica che amo – è quello che cercavo. Da mesi non riuscivo ad ascoltare nuova musica: se allegra mi innervosiva, se triste mi ributtava a terra. Ma Stomaco mi ha in certo senso sbloccato, portando con sé una musica che non consola né ferisce, che non semplifica le emozioni né le rende teatrali, ma si appoggia a te e ti permette di respirare.
Rispetto a Abitudini, l’EP del 2023 che ha segnato l’esordio di Margherita Ferracini, questo è un territorio nuovo. Là c’era la freschezza di una prima dichiarazione: una scrittura più immediata, che però rimaneva più magra, meno immersiva. Piccoli ritratti di emozioni che lasciavano intravedere già la poetica di edera, ma non ancora il suo mondo. In Stomaco, invece, la scrittura ha cambiato consistenza e ha acquisito una precisione nuova: i testi sono maturi e ragionati e le singole parole al loro interno sono calibrate a regola d’arte e levigate all’essenziale, pur non risultando mai artificiose. Anzi, la sensazione è che Margherita parli in questo modo anche mentre chiacchiera al bar. La sua lingua risulta quasi fatata e affascina proprio per la capacità di mettere insieme cose concrete e scintille improvvise: ci sono immagini che ritornano – pupille, occhi, vasi, bisbigli – parole reali, quasi domestiche, che, una volta accostate, cambiano irrimediabilmente.
E il suono va di pari passo: un’elettronica romantica che arricchisce i testi, ermetici ma espressivi, di atmosfere oniriche. Rispetto ad Abitudini sono rimaste le stesse basi pulite che permettono di far risaltare seconde voci, melodie di chitarra ed effetti sonori, ma c’è comunque stato un salto di qualità. Merito anche di Claudio Lo Russo, che co-produce e mixa l’intero disco con un approccio che non si impone mai, ma ne organizza il respiro. Tracce come Sogni, Caligine o Fiammifero rivelano un lavoro sul dettaglio che si percepisce, ma anche l’arrangiamento di Ionon, dove arriva anche Meg (99 posse), segna con decisione la direzione del nuovo percorso. Carbone, arricchita dal feat. di Federico Padrini, acquista una profondità ulteriore: la sua voce, complementare a quella di Edera, si innesta nel brano senza mai sovrapporsi, creando un connubio di voci limpide.
Molto interessante, inoltre, la scelta di non far riempire tutto all’elettronica, comunque preponderante, in modo che non dia mai quel risultato artificioso: al contrario crea un ambiente che sostiene e amplifica l’eterea voce di edera, senza mai sovrastarla. Le strumentali, in generale, sono una parte fondamentale e tutt’altro che secondaria rispetto ai testi. È anche per questo che Stomaco funziona benissimo in modalità “sottofondo”, senza inseguire ogni parola: nell’ultimo viaggio in treno l’ho ascoltato in loop per ore e lo consiglio a chiunque. Quell’elettronica rarefatta, la voce sospesa che a volte si erge nuda, i piccoli movimenti interni dei brani creano un accompagnamento quasi ipnotico. Eppure, quando si inizia a seguire davvero le parole, quella dimensione “ambient” si spacca e rivela un livello più denso, fatto di immagini nitide ed emotive che rendono l’album tutt’altro che un semplice sottofondo. Etnatsi è la soglia di questo livello: una strumentale che ti accompagna all’ingresso, creando un’atmosfera sospesa e dandoti il tempo di adattarti.
Ionon apre con immagini sfocate e delicate, quasi una memoria che non prende forma. Sogni di vapore si muove su un registro più intimo, mentre Caligine porta tutto più a terra, tra polvere, brividi e oggetti che trattengono il peso delle emozioni. In lei scivola in un’immersione lenta, fatta di giorni accartocciati e visi di cartapesta. Fiammifero – la mia preferita – brucia e si spegne nel giro di un respiro. Carbone è il brano più materico: vetro, occhi incerati, biglie che asciugano il sale. Saliva, invece, riporta il corpo al centro, con ossa che si muovono e pupille di gomma. Istante chiude con sospensione, come un ponte di virgole.
“Lo stomaco è la testa delle emozioni”, ha detto edera parlando del disco. E l’album sembra davvero costruito così: contrazione e rilascio, tensione e morbidezza, luce e ombra. Ogni brano è un ecosistema autosufficiente, ma in grado di mantenere una coesione generale molto forte, data – oltre che dalla musica e dai testi – da richiami interni.
Stomaco è un debutto e allo stesso tempo non lo è. È il primo album di edera, certo, ma è già il disco di un’artista che ha un linguaggio proprio, riconoscibile. Un lavoro curato, preciso, sensibile, che sembra aver messo ordine in un mondo sonoro per poterlo poi spingere altrove. E infatti, lascia intravedere un’ulteriore apertura: come se questa grazia trattenuta fosse l’inizio di qualcosa che potrebbe diventare più audace. Per ora, però, Stomaco è qui: un varco aperto, una bocca che parla piano e arriva lontano.
Articolo a cura di Emma Salone

Fin da piccola appassionata di cantautorato e, forse per questo, per me un bel testo viene prima di tutto. La musica, in fondo, è la forma più naturale di catarsi.
