Una delle voci più riconoscibili della storia del rock è tornata a risuonare tra le pietre dell’Arena di Pola. Sabato 1° agosto Sting ha fatto tappa nell’anfiteatro romano della città croata con il suo “Sting 3.0 World Tour”, inserito nel programma dell’Adria Summer Festival. Un ritorno particolarmente atteso, a nove anni dalla sua precedente apparizione nello stesso luogo.
Niente orchestra, grandi scenografie o sovrastrutture spettacolari. Il progetto “Sting 3.0” riporta la musica al centro attraverso una formazione ridotta all’essenziale: Sting al basso e alla voce, lo storico collaboratore Dominic Miller alla chitarra e Chris Maas alla batteria. Tre musicisti sul palco, chiamati a dare nuova energia a un repertorio che attraversa generazioni, stili e differenti momenti della carriera dell’artista britannico.
La scaletta proposta nelle recenti date europee offre un equilibrio quasi perfetto tra la produzione solista e l’eredità dei Police. L’apertura affidata a “Message in a Bottle” riporta immediatamente alle atmosfere nervose e contagiose della band che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, trasformò l’incontro tra rock, reggae e new wave in una formula destinata a diventare inconfondibile.
Il viaggio prosegue con brani come “If I Ever Lose My Faith in You” ed “Englishman in New York”, canzoni che mostrano il lato più elegante e sofisticato di Sting. “Fields of Gold” e “Shape of My Heart” rappresentano invece i momenti più intimi: melodie essenziali, capaci di creare un silenzio quasi religioso anche all’interno di uno spazio imponente come l’Arena.
Non mancano le accelerazioni. “Driven to Tears”, “Can’t Stand Losing You” e “So Lonely” restituiscono allo spettacolo la tensione rock delle origini, mentre “Wrapped Around Your Finger” conserva intatto il suo fascino oscuro e ipnotico. La struttura a tre elementi rende questi pezzi più asciutti, diretti e fisici, lasciando ampio spazio al dialogo tra il basso di Sting, la chitarra di Miller e la batteria di Maas.
Con “Desert Rose” il concerto si apre alle contaminazioni e alle sonorità mediorientali, prima di entrare nella parte conclusiva con una successione di brani conosciuti in ogni angolo del mondo. “Every Breath You Take”, solo apparentemente una canzone d’amore, diventa inevitabilmente uno dei momenti più partecipati della serata.
Nel finale, “Roxanne” riporta ancora una volta il pubblico alle radici dei Police, trasformandosi in un lungo incontro tra artista e spettatori. La chiusura affidata a “Fragile” assume invece un significato quasi simbolico. La sua riflessione sulla vulnerabilità umana, accompagnata da una melodia delicata, trova nell’anfiteatro romano una cornice particolarmente suggestiva.
A 74 anni, Sting continua così a evitare ogni celebrazione puramente nostalgica. Le sue canzoni appartengono alla memoria collettiva, ma sul palco vengono trattate come materia ancora viva, da modificare e reinterpretare. Nella notte di Pola, tra le mura di uno degli anfiteatri romani meglio conservati al mondo, passato e presente hanno trovato ancora una volta lo stesso ritmo.
Articolo a cura di Aurelio Hyerace
Photo Credit Vincenzo Nicolello
Ecco la scaletta dello show:
Message in a Bottle
I Wrote Your Name (Upon My Heart)
If I Ever Lose My Faith in You
Englishman in New York
Every Little Thing She Does Is Magic
Fields of Gold
Never Coming Home
Wrapped Around Your Finger
Driven to Tears
Can’t Stand Losing You / Reggatta de Blanc
Shape of My Heart
Brand New Day
So Lonely
Desert Rose
Every Breath You Take
Bis:
Roxanne
Fragile



























