Maggio 12, 2026
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Con “Vangelo”, Shiva prova a fare quello che molti rapper dichiarano e pochi riescono davvero a sostenere fino in fondo: trasformare la propria biografia in un racconto “maggiore”, quasi mitologico. Non più soltanto la cronaca della strada o la posa da hitmaker, ma un tentativo di riscrittura di sé come figura pubblica, vulnerabile e insieme impermeabile al giudizio.

Il risultato è un disco che vive proprio dentro questa frizione: tra redenzione e branding, tra confessione e controllo dell’immagine. E come spesso accade quando si prova a tenere insieme troppe verità, “Vangelo” non trova mai un centro stabile, ma proprio in questa instabilità rivela la sua natura più interessante.

L’incipit affidato a “V per Vangelo” è già una dichiarazione d’intenti: non un’introduzione, ma un manifesto di sopravvivenza artistica. Shiva si riposiziona nel proprio racconto come soggetto sotto processo permanente, osservato, consumato, riscritto. La sensazione è quella di un artista che ha imparato a usare la pressione mediatica come materia narrativa, trasformando la “crocifissione pubblica” in carburante estetico.

A livello sonoro, la regia di Drillionaire tiene insieme il progetto con una lucidità quasi industriale: trap, aperture melodiche, innesti più solenni che provano a nobilitare un impianto che nasce comunque da un codice ben riconoscibile. Il punto non è la mancanza di ambizione, quanto la sua dispersione in troppe direzioni.

I brani più immediatamente “spendibili” — da “Peccati” a “Spie” — funzionano secondo logiche ormai consolidate: impatto, riconoscibilità, potenziale virale. Sono tracce costruite con precisione chirurgica per restare dentro l’ecosistema dello streaming, ma raramente riescono a lasciare una vera impronta emotiva. È musica che corre veloce, ma che a tratti sembra correre in cerchio.

È altrove, però, che il disco cambia temperatura. “Polvere Rosa” introduce una dimensione più rarefatta, quasi spirituale, mentre “Risorgere” prova a insinuare un immaginario più cinematografico, con synth che guardano a un’estetica anni ’90 filtrata da sensibilità contemporanee. Sono momenti in cui Shiva sembra davvero disposto a rallentare il proprio personaggio per lasciare emergere qualcosa di meno controllato.

Il capitolo featuring è uno dei nodi più significativi del disco, perché funziona come una mappa di alleanze e tensioni più che come semplice sequenza di collaborazioni. Con Geolier in “Bad Bad Bad” e con Sfera Ebbasta e Lazza in “Mayday”, Shiva si muove dentro un’area di comfort collettiva, dove il risultato è solido ma prevedibile, quasi inevitabile.

Più interessante, invece, il cortocircuito di “Bacio di Giuda” con Tiziano Ferro: un incontro che sulla carta sembrava impossibile e che invece apre una crepa reale nel disco. Qui il linguaggio pop e quello trap non si limitano a coesistere, ma si deformano a vicenda, generando un brano che mette in discussione la gerarchia stessa delle collaborazioni.

Ancora diverso il caso di “Babyface” con Kid Yugi, dove l’energia si sporca e si rianima, portando nel disco una fisicità meno levigata, più istintiva. E poi c’è Anna in “Obsessed”, presenza ormai ricorrente nel pop-rap italiano recente, che qui aggiunge più superficie che profondità, senza però interrompere il flusso complessivo del progetto.

Il vero baricentro emotivo del disco resta “Dio esiste”, dove Shiva abbassa davvero la maschera. È un lungo segmento narrativo in cui la fede non è mai risposta, ma domanda continua. Qui entrano il dolore personale, la fragilità familiare, la percezione di una vulnerabilità che non può più essere tradotta in atteggiamento. È uno dei pochi momenti in cui il disco smette di “funzionare” e inizia semplicemente a esistere.

Il limite di “Vangelo” è anche la sua ambizione dichiarata: voler essere contemporaneamente documento, hit machine e dichiarazione artistica. Il risultato è un ibrido che a tratti si frammenta, incapace di mantenere una coerenza narrativa forte lungo tutta la durata del progetto. Ma sarebbe riduttivo leggerlo solo come un fallimento di struttura.

Perché sotto la superficie, Shiva sta facendo qualcosa di più complesso: sta cercando di negoziare il proprio posto in una scena che gli chiede continuamente di essere molte cose insieme — credibile, virale, emotivo, dominante. E in questa negoziazione, inevitabilmente, qualcosa si perde.

“Vangelo” non è il disco della definitiva consacrazione, né quello della caduta. È piuttosto un disco di transizione esposto in piena luce, dove ogni scelta sembra contemporaneamente necessaria e insufficiente. Un lavoro che non chiude un ciclo, ma lo tiene deliberatamente aperto.

E forse è proprio questa sospensione, più che la perfezione mancata, a raccontare davvero chi è oggi Shiva: un artista che ha capito che la propria storia non si risolve, ma si continua a scrivere mentre viene già giudicata.

Articolo a cura di Angela Todaro

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