“E il dio del rock creò il punk. E no, non lo fece per riposarsi: lo fece per svegliarci a calci nel culo.”
Se esistesse davvero una bibbia del suono – non quella dei preti, ma quella scritta nei sottoscala e nelle cantine sudate – la giornata di ieri al Flowers Festival sarebbe il sesto giorno della creazione. Quello dove si sbattono fuori dalle chiese i benpensanti, si attaccano gli ampli al massimo e si dà spazio all’umanità più vera: quella che grida, stona, ama e si prende a spintoni sotto al palco.
Siamo al Parco della Certosa, a Collegno, dove la sesta serata ha visto una linea diretta con l’inferno e ritorno, passando per la Brianza, Pordenone e Stoccolma. Una staffetta tra generazioni, suoni, sudori e storie: Circus Punk, Tre Allegri Ragazzi Morti e Viagra Boys. Tre facce della stessa medaglia, quella che non brilla, ma taglia.
CIRCUS PUNK – La fiamma accesa a colpi di chitarra e sudore
Sono le 19 e qualcosa, e c’è ancora luce. Ma non per molto. I Circus Punk arrivano e accendono la miccia. Duo brianzolo di quelli che non chiedono permesso, con la batteria animalesca di Antonio Squillante che pare voler bucare la terra, e la chitarra distorta e torrenziale di Arianna Muttoni, amazzone stoner in jeans e furore.
Il loro set è grezzo, ruvido, colmo di rabbia sana. Si sente il blues, ma è preso a pugni; il grunge viene tirato fuori dalla tomba e mandato a spasso col punk e lo stoner. “Soluzioni utili” e “Fuori tutto” i protagonisti, ma a tratti si sente come se suonassero l’intero catalogo dei propri demoni interiori. E se ancora non li conoscete, sappiate che vendono anche salviette da culo col logo del gruppo: non solo merch, è arte da toilette ribelle.
Il bis? Richiesto, ottenuto. Meritato.
TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – L’indie che ci ha cresciuto, e che continua a cantare
Poi è la volta dei Tre Allegri Ragazzi Morti – e il loro nome suona ancora come una profezia punk-mistica, anche dopo trent’anni di attività. Toffolo, Molteni, Masseroni e l’ormai fido Andrea Maglia salgono sul palco mascherati, come sempre, perché l’identità è un concetto fluido, e perché la musica parla da sola.
C’è la poesia esistenziale, il folk che si intreccia col dub, il reggae che sorride dentro al rock. C’è il pubblico che canta, salta e si scioglie come ghiaccio al sole. Ogni brano è un mantra, ogni parola una carezza o uno schiaffo, a seconda di quanto ti senti vivo. Il dialogo tra Toffolo e il pubblico è come una confessione laica: “fanculo”, “grazie”, “prego”, “siamo ancora qui”.
Non sono solo una band, sono un pezzo di Storia italiana, quella scritta da chi ha scelto l’autoproduzione come atto politico. E ieri sera hanno ricordato a tutti che il punk non è solo velocità e chitarre sparate, ma anche coerenza, poesia, resistenza.
VIAGRA BOYS – I post-punk messia del disincanto
E infine, alle 22:50, quando anche l’ultima sigaretta è stata accesa e l’ultima birra versata sulle scarpe di qualcuno, entrano loro: i Viagra Boys. Svedesi, disfunzionali, devastanti. Con Sebastian Murphy in prima linea – tatuato, barcollante, geniale – che urla e suda come se il palco fosse il suo confessionale personale.
Aprono con “Man Made of Meat”, un manifesto punk-noir contro la mascolinità tossica e i sogni da discount. Seguono “Sports”, “Punk Rock Loser”, “Ain’t Nice” e tutto quello che serve per far esplodere la folla in pogo, crowd diving e lanci di birra a pioggia.
Murphy ringhia, ride, urla “Free Palestine”, si prende gioco di tutti e di se stesso. Ma dietro l’ironia e i synth slabbrati, c’è una lucidità brutale. Una band che ti tiene sveglio, che ti fa ballare mentre ti butta in faccia le tue ipocrisie.
I Viagra Boys non cercano consenso. Fanno quello che vogliono, e noi ringraziamo il cielo (o l’inferno?) per questo. Quando le luci si spengono, e il pubblico – fradicio di sudore, birra e vita – torna a casa con le ginocchia sbucciate e il cuore pieno, resta una sola verità: il punk non è morto. Non lo sarà mai.
Photo Credit: Maurizio Lesto De Angelis















































Maurizio Lesto De Angelis: laureato al D.A.M.S., “schiavo de regggìa”, torturo chitarre, scatto foto.
