Lo diceva pochi giorni fa, annunciando l’uscita della sua nuova autobiografia Last Rites, prevista per il 7 ottobre. Oggi, quelle parole risuonano come un epitaffio perfetto per quello che è stato – ed è – il più iconico, folle e irripetibile frontman della storia del rock. Ozzy Osbourne è morto a 76 anni, ma il mito del Principe delle Tenebre è immortale.
Il 5 luglio scorso, in uno stadio di Birmingham gremito da 50 mila persone, il Villa Park – casa dell’Aston Villa, la sua squadra del cuore – Ozzy aveva salutato il suo pubblico per l’ultima volta. Uno show titanico, epico, che chiudeva un cerchio iniziato oltre cinquant’anni fa. Dietro le quinte, però, era tutto meno che facile: la salute precaria, i controlli medici continui, la fatica fisica. “Mi misurano la pressione 15 volte al giorno”, raccontava, “il mio trainer pensa che ce la possiamo fare. Ho la testa impazzita, ma sto dando tutto. Provo a non pensarci troppo”. Lo aveva detto con quella lucidità sincera di chi ha guardato la morte in faccia più volte e le ha riso contro.
E chi, se non Ozzy, poteva davvero permetterselo? Pipistrelli azzannati sul palco, colombe decapitate davanti ai discografici, un’intera carriera vissuta sull’orlo del collasso tra eccessi, scandali, abusi, accuse (quando nel 1980 uscì Suicide Solution, fu addirittura ritenuto colpevole di aver ispirato un suicidio). Ma lui non ha mai arretrato di un passo. Anzi, ha fatto del caos la sua firma.
Dai sobborghi di Birmingham all’inferno (e ritorno)
Nato John Michael Osbourne nel 1948 nella Birmingham operaia, la musica fu per lui una via di fuga. Nel 1968, insieme a Tony Iommi e Bill Ward, fondò i Black Sabbath. L’annuncio diceva: “Ozzy Zig cerca gruppo. Possiede amplificazione propria.” Da lì nacque una delle band più influenti di sempre. Il nome? Ispirato da un film horror italiano di Mario Bava, Black Sabbath (I tre volti della paura).
Con Black Sabbath (1970) e poi Paranoid, inciso in cinque giorni e diventato disco-manifesto di un’intera generazione, Ozzy e compagni scrissero la storia. Brani come War Pigs e Iron Man hanno letteralmente cambiato il suono del rock, traghettandolo verso territori oscuri, pesanti, metal. Ma il prezzo da pagare fu alto: droga, alcol, sregolatezza assoluta. “Ogni singolo giorno ero fatto o ubriaco,” ammise anni dopo. Così, nel 1979, la band lo licenziò.
La rinascita: Sharon, Rhoads e la croce rovesciata
Fu Sharon, moglie e manager, a raccoglierlo da terra. Con lei al fianco e con il genio chitarristico di Randy Rhoads (scomparso tragicamente nel 1982), Ozzy pubblicò Blizzard of Ozz. La copertina – lui inginocchiato con una croce rovesciata in mano – divenne iconica, così come la sua nuova immagine da rockstar borderline e dannato. Arrivarono Diary of a Madman, Bark at the Moon, No Rest for the Wicked, e tanti altri. Ogni disco, ogni tour, un’esperienza ai limiti dell’assurdo. E quella volta che morse un pipistrello vivo, convinto fosse finto? Finì dritto in ospedale a fare il vaccino antirabbica.
Negli anni ’90 pubblicò No More Tears e Ozzmosis, prima della reunion con i Sabbath nel 1997. Ma fu nel 2002 che divenne una star per una nuova generazione: con il reality The Osbournes su MTV, Ozzy si trasformò nel nonno pazzoide e tenero della cultura pop. Confuso, divertente, a tratti tenerissimo: un altro lato dell’icona.
Le ultime battaglie e l’addio alle scene
Nel 2020 rivelò di avere il Parkinson. Nel 2019, dopo una caduta, fu operato alla colonna e gli venne diagnosticato un tumore tra due vertebre. Ma Ozzy non mollò. Continuò a registrare, a parlare con i fan, a progettare concerti, autobiografie, persino… cloni. Sì, nell’ultimo colpo di genio, mise in vendita lattine di tè contenenti il suo DNA, a 450 dollari l’una: “Così potrete clonarmi”, disse.
Nelle ultime interviste rifletteva sulla morte con il suo tipico mix di sarcasmo e lucidità: “Il cimitero è pieno dei miei compagni di bevute. Sarei dovuto morire prima io. Non me ne vanto. Ho fatto la lavanda gastrica così tante volte che nemmeno lo ricordo”.
Eppure, lui era ancora lì. Fino a quel 5 luglio, quando ha deciso di chiudere il sipario sulla sua carriera proprio dove tutto era cominciato.
Ozzy Osbourne è stato (ed è) una leggenda. Una creatura nata dal caos, cresciuta nell’eccesso, sopravvissuta a se stessa. Un uomo che ha saputo trasformare ogni mostro – interno o esterno – in musica. E anche ora che non c’è più, resterà unico, irripetibile, impossibile da clonare. Anche se, forse, ci ha provato davvero.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
