Una coltre di polvere scrollata di dosso: lo fa la gente a fine serata, dopo che la terra rossa della valle d’Itria, sollevata e mandata in aria da migliaia di gambe impegnate a ballare, ha ricoperto tutti; lo ha fatto forse Fred Again.. con questa tournée italiana, per noi e per lui il momento per chiudere un ciclo personale e universale.
Quella di venerdì 12 agosto è stata la tappa finale dei cinque concerti italiani organizzati dal produttore londinese assieme ai Parisi, il duo di fratelli salernitani – Marco e Jack, per la precisione – da anni collaboratori in studio di Fred Again.. e di molti altri artisti della scena pop ed elettronica. Dopo Milano, Villafranca di Verona, Roma e Napoli, è toccato all’onnipresente Locus Festival l’onore e l’onere di allestire l’arena per uno dei più influenti e apprezzati produttori di musica elettronica, scegliendo i già collaudati scavi di Egnazia di Fasano per ospitare le migliaia di spettatori previste.
Pubblico che richiede uno dei primi focus del racconto: come descritto dai testimoni delle date precedenti, uno dei tratti peculiari del pubblico di questo tour è la sua profonda eterogeneità di provenienza. Dall’ingresso ai bar o sotto palco, le lingue che arrivano all’orecchio nella folla accalcata sono tante, tantissime, con una traccia anglofona evidentissima. Fred Again.. lo ha scritto a Napoli: i paesi di provenienza degli spettatori sono stati numerosi, un po’ per la carenza di date nel resto d’Europa in questo 2025, un po’ per la profonda fascinazione di alcune delle sedi del tour per chi vuole conciliare un concerto importante e una piccola vacanza: Egnazia, affacciata sul mare, così come piazza del Plebiscito o Villafranca, non sono solo posti rivelatisi funzionali (ben più della tanto criticata data di apertura all’ex Macello di Milano, stroncata per logistica e cura dell’audio), ma sono anche luoghi con un richiamo e una fascinazione paesaggistica intrinseca. Che sia questa – cioè l’unione di venue funzionali e di luoghi panoramici – la direttrice del futuro? Non sappiamo se lo sarà, e quanto questo colpirà le già svuotate tasche degli appassionati di musica, intanto stavolta funziona e molto. Torneranno felici a casa i tanti inglesi precipitati su Fasano.
Cambiamo lente. Dopo un’apertura costruita sui nervi da Elena Colombi, che riversa sulla folla che pian piano si ingrossa un set techno tiratissimo e rumoroso, i primi padroni di casa salgono sul palco. Con due bandiere tricolore che ne avvolgono i vestiti, i Parisi si mostrano per quello che sono al termine di questo tour: stanchi, ma orgogliosissimi e sorridenti per essere stati i padrini del ritorno di Fred Again.. in Italia dopo molti anni. Un intro cinematica ci porta nel loro set, lungo un po’ meno di un’oretta e rivestito delle tante sfumature del loro lavoro da produttori: mescolando i loro brani originali ad alcune loro produzioni – pezzo forte della casa – offrono al pubblico una miscellanea colorita, che spazia dall’elettronica più moderna e all’hip hop post trap. Tutto suona benissimo, viste le qualità tecniche indiscutibili dei due salernitani, e pur se la loro esibizione non si imprimerà nella nostra personale memoria – cotanta bravura trova la sua migliore espressione nel lavoro per gli altri, e si vede – è un’ottima mostra delle capacità e della qualità del lavoro di due ragazzi trasferitisi presto in Inghilterra, e del meritato successo ottenuto.
La lente è ancora lucida, visto che di polvere per adesso se n’è alzata poca. Mentre i Parisi salutano il pubblico raccogliendo le due bandiere – sappiamo che li rivedremo ben presto: nell’era dei contenuti pubblicati in diretta, difficile non avere spoiler e sapere già come funzionerà un set prima di vederlo – la troupe di Fred Again.. si rovescia subito sul palco. Ultime sistemazioni alla numerosa e maestosa strumentazione del produttore inglese: contiamo cinque postazioni, ricche di synth, una batteria al completo, il pad per il suo riconoscibilissimo finger drumming, altre tastiere, qualche strumento più nascosto sul retro.
Fred Gibson si presenta scarno ed essenziale al suo pubblico, con una semplicissima maglietta bianca con su scritto born slippy, giusto per dare le coordinate. Si siede al piano e inizia subito a intonare kyle (i found you), che cresce sul palco fondendosi con blue (better with time), in una costruzione articolata e graduale, come se fosse la bozza di un tuffo dritto nel mare ma lento e misura. Sale anche Tony Friend, la sua spalla energica, vestito con una maglia della Nazionale col 18 di Roberto Baggio. Tony si cala subito nel ruolo di regista nevrotico delle clip di Fred Again.., stendendo ai suoi piedi il tappeto di suoni su cui il londinese ricamerà le trame soliste. Il set continua con l’energia di ten e turn on the lights, mentre a Fred e Tony si aggiungono i due Parisi. I quattro – a metà set raggiunti anche dalla magnifica batterista Philo Tsongui – costruiscono sul palco una geometria variabile, spostandosi tra postazioni brano dopo brano, come quando uno dei due fratelli introduce turn on the lights con una chitarra sovraccarica di effetti e delay.
La tracklist scorre con saliscendi emotivi per tutto il tempo, cercando di bilanciare i lati più muscolari e adrenalinici della produzione di Fred Again.. – ad esempio con places to be, pronta a scuotere la folla, o con leavemealone, arricchita da una lunga outro drum ‘n base governata dalla batteria di Tsongui – mentre arrivano anche i momenti più spiccatamente emotivi, come quella peace u need divenuta un coro del pubblico, guidato e diretto da Fred. Le clip visive dei suoi album actual life, ricavate da piccoli video trovati su internet o da messaggi privati ricevuti da Fred, si susseguono sugli schermi led del palco. Tutto, dalle sue parole tra un brano e l’altro ai video, dalle scritte trasmesse sul fondo come fossero dei messaggi Whatsapp scambiati con il suo pubblico, costruisce una narrazione coerente e personale: la storia di un ragazzo ampiamente dotato di talento musicale, che dopo anni di produzione per conto terzi, nel 2020 ha iniziato ad appuntare la sua vita e i suoi sentimenti; ha rovesciato tutto sulla musica, costruendo una ricetta sonora non sempre originale o raffinata, ma personale, intuitiva e, soprattutto, diretta. Che parli di amori o di depressione, di solitudine e di riscoperta, il racconto di Fred Again.. ai suoi fan sembra dal vivo più sincero che mai, complice l’attitudine entusiasta con cui affronta tutto il concerto. I sorrisi del musicista e dei suoi sodali sono una costante, una sottotrama nella trama personale di Fred Gibson: il tour con Tony e Parisi si mostra all’esterno come l’impresa divertita di amici fraterni, giunti in gita nel Paese d’origine di alcuni di essi, accolti da una folla di devoti o passanti che non si sottrae all’entusiasmo. Anzi, ricambia tutto con larghissimo affetto.
Il set di Fred Again.. continua lungo il saliscendi emotivo dei suoi brani: ancora elettricamente delicati come in danielle (smile on my face), poi crudi e violenti in victory lap – che, sottolineiamo, dal vivo scava ancor di più nei bassi pesanti di certo rap scurissimo. victory lap, si è capito dall’inizio, in questo tour è il brano utilizzato per omaggiare o galvanizzare i fan, pescando dall’immaginario locale della città in cui è ospite. Nelle vaste e cosmopolite Milano e Napoli, il rap di Skepta della traccia originaria è stato sostituito da Marracash e Geolier; Fasano, che una tradizione o un presente rap nel mainstream non ne ha, accetta il tarantino (o meglio, di Massafra) Kid Yugi, meno entusiasmante per la folla presente, ma forse calato ancor meglio nei suoi della canzone.
Arrivati verso il finale, vicini all’ora e mezza di musica, il gruppo guidato da Fred Again.. prende alcuni dei brani più famosi e apprezzati del produttore: rumble, poi marea (we’ve lost dancing), che qui acquista un’intro più lunga, stratificata e complessa dell’originale. Gli ultimissimi passi il pubblico li dedica a uno dei momenti più galvanizzanti di tutta la serata: delilah (pull me out of this), forse il più conosciuto brano di Fred Again.. grazie alla sua incredibile immediatezza, spinge l’euforia generale ai massimi livelli. Ci si guarda attorno mentre il giro di accordi del brano si gonfia e distorce, con la cassa in quattro quarti che porta tutta – tutta! – la folla a saltare e abbracciarsi. I pensieri su questo pubblico poliglotta ma poco coeso svaniscono come la polvere che le migliaia di piedi alzano, presto frammista al sudore di tutte e tutti. Per l’ultimo ballo, che parte regolare e poi si spegne sotto la luce di telefonini e accendini accesi per l’occasione, Fred Again.. invita il pubblico a un secondo coro, con il refrain di Strong, scritta assieme all’ex The XX Romy. Cantano tutti you don’t have to be so strong; sembra quasi il messaggio che Fred chiede al suo pubblico, per rassicurarlo dei tempi migliori che oggi vive e che lo separano dagli anni più oscuri di cui racconta altrove. Si spegne l’ultimo cellulare mentre, con qualche maglietta allungata sulla bocca per proteggersi dalla terra rossa, il pubblico inizia ad andare via.
Cosa resta di quest’ultima data? Cosa resta della calata attesa, forse sovra-attesa di un maghetto dell’elettronica mainstream di oggi?
Resta uno spettacolo con una propria narrazione, che dal vivo sembra ancor più sincera e fedele ai sentimenti del suo autore; resta una resa tecnica eccezionale, grazie a musicisti di livello alto e a un palco strabordante; restano momenti euforici e divertenti, non così comuni nella stanca litania dei concerti mainstream.
Certo, le cinque date italiane sono arrivate con dei prezzi elevatissimi – il P1, cioè la zona antistante al palco, qui a Fasano toccava i 100 euro di spesa in prevendita – e, almeno in alcune date, con un’organizzazione neanche lontanamente all’altezza della spesa; a tal proposito, delle cinque date resta anche la magnifica figura fatta dagli organizzatori campani e pugliesi e dalle location scelte.
Fred Again.. è tornato in Italia dopo anni, portando un duo di talentuosi amici locali, una carriera solista ormai ricca e in evoluzione, uno spettacolo affollato ma intimo, in qualche modo rassicurante per gli spettatori. Tutto questo non era scontato e servirà farne tesoro.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
