Agosto 31, 2026
M_PrinceTimeless_060426

Il mito degli archivi dei grandi musicisti, pieni di capolavori rimasti nascosti per decenni, è difficile da estirpare. Ogni volta che viene aperto un Vault immaginiamo tesori perduti, album segreti, canzoni capaci di riscrivere la storia. Ogni tanto succede davvero. Bob Dylan ha tirato fuori “Blind Willie McTell”, Bruce Springsteen ha riempito “Tracks” di materiale notevole, i Beatles hanno trasformato gli archivi in una miniera con la serie “Anthology”. Ma sono casi particolari, non la regola.

Di solito, se un musicista ha lasciato fuori una canzone, un motivo c’è. Può darsi che sia incompleta, superata, sperimentale. Più semplicemente, può darsi che non sia abbastanza bella. E i musicisti abbastanza lucidi da riconoscerlo sono molti più dei geni abbastanza incoscienti da pubblicare tutto.

È anche per questo che una parte della musica contemporanea sembra vivere in una specie di archeologia permanente: si scava sempre più indietro, alla ricerca dell’ennesimo reperto prezioso. Forse perché il presente ci convince poco. Forse perché facciamo fatica a immaginare un futuro per la musica che amiamo e allora preferiamo convincerci che il meglio debba ancora essere dissotterrato dal passato.

“Timeless”, raccolta postuma dedicata a Prince, non cambia questo meccanismo. È un disco eterogeneo, con episodi brillanti accanto a brani minori, e non aggiunge elementi davvero decisivi alla conoscenza dell’artista. Ma ha almeno due qualità importanti.

La prima è quasi una tautologia: è Prince. E quando Prince incide in studio una canzone compiuta, anche se non è un capolavoro, il livello medio resta sorprendentemente alto.

La seconda riguarda il modo in cui il progetto è stato concepito. “Timeless” non viene presentato come il fantomatico nuovo album del genio, assemblato artificialmente dopo la sua morte per costruire una nuova dichiarazione artistica. È, più semplicemente, una raccolta di materiale d’archivio: nove registrazioni in studio e una dal vivo, disposte cronologicamente tra il 1977 e il 2016. Nessuna pretesa di trasformare degli scarti in un’opera definitiva.

È probabilmente il modo più sensato di affrontare un patrimonio come quello del Vault di Prince. E potrebbe essere soltanto l’inizio di una nuova stagione di pubblicazioni, dopo il cambio di gestione del 2022. L. Londell McMillan e Charles Spicer Jr., oggi alla guida dell’Estate, figurano anche tra i produttori della raccolta insieme a Chris James, tecnico del suono che ha lavorato a mix e master.

La cronologia permette inoltre di ascoltare “Timeless” come una specie di radiografia del percorso musicale di Prince. È lui a suonare quasi tutto, salvo alcune parti affidate ad altri musicisti, e il confronto tra le epoche è forse la cosa più interessante del disco.

Si parte dal 1977 con “I Am You”, un brano di funk levigato e giovanile che Prince avrebbe eseguito dal vivo soltanto un paio di volte. È già riconoscibile la combinazione di precisione, sensualità e controllo che diventerà una delle sue firme. Dall’altra parte della timeline c’è “Bestest Friend”, del 2012, un pezzo soul energico e relativamente misterioso nel quale Prince suona praticamente tutto, esclusi i fiati.

In mezzo compaiono anche brani che hanno avuto una vita precedente. “With This Tear” era stata affidata a Céline Dion, mentre “Tick Tick Bang” permette di osservare quanto a lungo potesse restare in incubazione una canzone di Prince. La versione proposta qui risale al 1981, quasi un decennio prima della rilettura finita in “Graffiti Bridge”. Rispetto a quella successiva è più ruvida, veloce, quasi nervosa: Prince alla batteria sembra sul punto di travolgere il pezzo. È uno degli episodi che giustificano davvero l’apertura del Vault.

Chi preferisce il Prince chitarrista può invece trovare qualcosa di interessante in “The Guilty Ones”, del 2007, costruita attorno a un riff sorprendentemente moderno e a un assolo che ricorda quanto il rock fosse una componente tutt’altro che secondaria della sua identità musicale.

Il punto, alla fine, è proprio questo: Prince era un musicista straordinario. Sembra una considerazione ovvia, ma ascoltando “Timeless” ci si accorge che non lo è affatto. Un grande musicista può permettersi anche qualche canzone semplicemente buona. Quando non arriva il lampo di genio, resta il mestiere, e il mestiere di Prince era spesso superiore all’ispirazione di molti altri.

Succede con “I Wonder”, registrata nel 1989 durante gli anni di Paisley Park, e con “Calabama”, del 2003, brano che avrebbe potuto dare il titolo a un album mai pubblicato. Anche i dettagli degli accrediti raccontano storie: tra i fiati compaiono Adrian Crutchfield e Lynn Grissett, musicisti associati a una fase successiva della carriera di Prince.

Peccato che gli anni Ottanta siano rappresentati soltanto da tre brani e che manchi proprio il materiale legato alla fase più celebrata, quella di “1999” e “Purple Rain”. C’è “Heaven”, del 1985, pensata per “The Dawn” e rimasta inedita, con Susannah Melvoin ai cori. Il suono è inequivocabilmente quello di quegli anni, mentre l’ispirazione non raggiunge sempre gli stessi vertici.

La chiusura è affidata a un documento dal vivo: “How Come U Don’t Call Me Anymore?”, registrata il 4 marzo 2016 alla Oracle Arena di Oakland, verso la fine del tour “Piano & A Microphone”. Prince sarebbe morto sette settimane dopo.

Per molto tempo Frank Zappa è stato l’esempio perfetto del musicista rock dotato di un repertorio talmente sterminato da non poter essere contenuto nella discografia ufficiale. Oggi, con Zappa molto più ai margini della conversazione popolare, quella posizione appartiene in buona parte a Prince. La differenza è che non è affatto scontato che il pubblico abbia ancora voglia di affrontare una discografia così vasta, contraddittoria e multiforme.

Nel 1997 Prince raccontava a “The Face” di essere considerato dagli amici un workaholic, un maniaco del lavoro. Lo considerava un complimento e citava John Coltrane come modello di dedizione assoluta alla musica. Voleva suonare per ore, continuamente, senza fermarsi.

Il paradosso è che una parte enorme di quel lavoro oggi è già arrivata agli ascoltatori: album postumi, rarità, concerti, ristampe, registrazioni recuperate. Eppure manca ancora qualcosa. Manca un progetto capace di raccontare davvero il Vault, non soltanto di prelevarne periodicamente qualche canzone.

“Timeless” dà l’impressione di essere il sampler di un cofanetto che ancora non esiste. Un po’ come “12 Tracks” per Springsteen, con una differenza fondamentale: nel caso di Prince, il gigantesco box set capace di dare un ordine a questo materiale non è ancora arrivato.

E il materiale, almeno stando alle stime più citate, sarebbe enorme: migliaia di registrazioni, forse addirittura ottomila tra inediti e rarità. Un patrimonio artistico, ma anche economico e inevitabilmente conteso.

Negli ultimi anni la pubblicazione di materiale proveniente dal Vault ha subito uno stop legato all’accordo con Netflix per il documentario di Ezra Edelman, il regista premio Oscar per “O.J.: Made in America”. Il progetto, intitolato “The Book of Prince”, avrebbe avuto accesso privilegiato agli archivi del musicista e poteva diventare uno dei documenti più importanti mai realizzati sulla sua figura.

Il film, però, non è mai arrivato al pubblico. Secondo quanto emerso pubblicamente, l’Estate di Prince avrebbe contestato alcuni passaggi ritenuti sensazionalistici o inaccurati. Edelman ha invece sostenuto che le richieste di modifica ricevute fossero interventi editoriali sostanziali. Il risultato è stato uno stallo che ha lasciato il documentario nel cassetto.

Nel frattempo, l’Estate ha annunciato la liberazione del Vault con un messaggio che giocava proprio sulla parola “Free”. Un’ironia inevitabile, considerata la storia di Prince e la sua battaglia contro Warner per il controllo della propria musica e della propria identità artistica. McMillan, tra l’altro, è l’avvocato che contribuì a quella liberazione contrattuale.

E qui emerge il paradosso più curioso, sottolineato dallo stesso Edelman: Prince aveva passato buona parte della carriera a combattere contro chi, secondo lui, impediva alla sua musica di circolare abbastanza velocemente. Decenni dopo, un suo archivio viene gestito in modo tanto restrittivo da impedire la diffusione di un’opera costruita proprio per raccontarlo.

“Timeless” non risolve questa contraddizione. È un disco piacevole, a tratti sorprendente, soprattutto quando permette di ascoltare Prince alle prese con idee che altrimenti sarebbero rimaste nascoste. Ma non è la mappa del Vault che continuiamo ad aspettare.

È un assaggio.

E a questo punto viene spontaneo chiedersi non quale sarà il prossimo disco postumo, ma quando potremo finalmente vedere quelle nove ore.

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!