Maggio 19, 2026
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Non serve conoscersi da una vita per diventare una famiglia. I Pinguini Tattici Nucleari ne sono la prova: sei ragazzi che si sono trovati, si sono scelti, e hanno trasformato un progetto musicale nato per gioco in qualcosa di enorme. Li ho visti a Torino, davanti a uno stadio pieno, ed è stato chiaro fin da subito che non si trattava solo di un concerto. Era un manifesto emotivo, uno spettacolo totale, uno spazio dove ridere, pensare, ballare e perfino farsi domande sul futuro.

Torino, sold out. Parte “Hello World”, e subito esplodono coriandoli: non alla fine, come nei concerti tradizionali, ma all’inizio. Perché tanto, ci dicono loro, ne vedrete così tante che la bocca vi resterà aperta comunque. E infatti, è vero.

Lo show è gigantesco: 400 metri quadri di ledwall, passerelle laterali, un pod circolare che pende dall’alto come un mandala fluttuante. Un palco-pianeta in cui la tecnologia non è solo uno sfondo, ma un linguaggio, una presenza, quasi un personaggio. La pixel art, i richiami ai videogame anni Ottanta, i face morphing, le scenografie che si trasformano live: ogni dettaglio parla di quel rapporto sempre più stretto tra noi e le macchine, tra anima e algoritmo.

Ma non c’è paura. “L’intelligenza artificiale non ci fa paura”, dice Zanotti. “Per uccidere l’uomo ci vuole ben altro”. Una frase che ti resta lì, nel cervello, mentre una voce robotica compare tra un pezzo e l’altro a interrogarsi su emozioni, senso, nostalgia. Come se fosse lei, la tecnologia, a cercare di capire noi.

Eppure è un concerto. Si balla, si canta, si ride. C’è un momento DJ set dopo “Islanda” che è puro divertimento. Poi ci sono gli spazi più emotivi, come quando sale sul palco “Migliore”, dedicata a Giulia Tramontano. E non c’è stacco, non c’è incoerenza: perché oggi siamo così, costretti a tenere insieme tutto. La leggerezza e il dramma. Gli shot di vodka e le bandiere della Palestina. Un tatuaggio in diretta e una riflessione esistenziale. Serio e faceto, senza soluzione di continuità.

È l’arte di stare al mondo quando il mondo cambia troppo in fretta.

E loro, i Pinguini, in tutto questo sembrano aver trovato un equilibrio raro: tra di loro, sul palco, nei suoni. Nessuna gara di ego, ma una sinergia autentica, quasi fraterna. “Abbiamo imparato a capire i limiti dei nostri rapporti”, raccontano. E li vedi, mentre suonano, che si divertono ancora, che si ascoltano, che si rispettano. E forse è proprio questo il segreto: ricordarsi che la musica, prima di essere spettacolo, è relazione.

Ci sono momenti in cui tutto questo si fa evidente. Come in “Piccola volpe”, quando la fisarmonica vola davvero, o in “Titoli di coda”, scelta come chiusura al posto della classica “Pastello bianco”. Perché sì, a trent’anni si può anche decidere di cambiare, di spiazzare un po’, di non farsi incastrare in quello che ci si aspetta.

Alla fine del concerto, mi porto a casa due cose: una riflessione e una sensazione.

La riflessione è che forse l’arte oggi ha ancora un senso se riesce a tenerci insieme, anche solo per una sera, anche solo per dimenticare. La sensazione è che tra guerre, crisi e mancanza di punti di riferimento, questi sei ragazzi ci hanno regalato uno spazio di leggerezza che non è superficialità, ma respiro. E respirare, oggi, è già rivoluzionario.

Photo Credit: Marco Ritoli

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