Il 31 dicembre 2024, il mondo della musica italiana ha subito un colpo terribile: Paolo Benvegnù ci ha lasciato improvvisamente, stroncato da un infarto. La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, e
come molti, ho avuto bisogno di tempo per realizzare l’inimmaginabile: il cuore di Paolo, sempre così vibrante, ha smesso di battere. Ho aspettato a scrivere queste righe, perché dovevo trovare il modo di raccontare la sua assenza, che ancora oggi mi sembra quasi impossibile. Paolo non c’è più, ma nel
frattempo ho capito che il suo cuore non ha retto per troppo amore, per la passione che metteva in ogni nota, in ogni parola, in ogni sorriso.
Come sempre, e molto probabilmente inconsapevolmente, te ne sei andato con la stessa classe che ti ha contraddistinto in ogni momento della tua vita, in un anno che per te sarebbe stato decisivo. Un anno che ti
ha visto finalmente salire sul grande schermo del riconoscimento pubblico, con premi e successi che, seppur giustamente meritati, non hanno mai cambiato il tuo spirito umile, generoso e, al tempo stesso, intenso.
Il tuo rapporto con il Premio Tenco, che nel 2024 ha consacrato il tuo talento, è stato emblematico: tu stesso, incredulo, non riuscivi a credere alla tua vittoria, nonostante fossi uno degli artisti più profondi e affermati della scena musicale italiana. Quante volte ti ho sentito dire che non ti aspettavi il successo, che sentivi la musica come una necessità e non come un mezzo per emergere? Eppure, il Tenco, il pubblico, la critica, non facevano che confermare quanto la tua voce, la tua arte e il tuo cuore fossero immensi.
Ma, come ti avevo detto quella sera a Catania, nel 1997, quando avevo 16 anni e per la prima volta ti vedevo sul palco, non c’era modo di non innamorarsi della tua musica. Mi ricordo ancora come, tra i suoni degli Scisma, la tua chitarra brillava di un’energia unica. Quella tua energia travolgente, fatta di ironia,
carisma e passione, mi conquistò da subito. Mi trovavo davanti un ragazzo con la chitarra che suonava anche con i denti, con una freschezza che sembrava impossibile da immaginare in un mondo che, a quell’epoca, sembrava già così stanco. Quella sera, sotto il palco del Taxi Driver, la musica che veniva da te
era qualcosa di diverso, di nuovo. Ti guardavo e capivo che non ero solo una spettatrice, ma parte di qualcosa di più grande. Forse, se ci penso bene, quella fu una sorta di “inizio” per me.
Con il tempo, ci siamo ritrovati molte volte, anche a Torino, a Catania sul lungomare. Sempre con quella semplicità che ti ha contraddistinto: ti avvicinavi senza preamboli, ti sedevi accanto, e iniziavamo a parlare di
tutto. E anche quando mi parlavi della tua compagna e di tua figlia, sempre con una dolcezza che solo tu sapevi trasmettere, sapevo che dentro di te c’era sempre un’attenzione più grande per tutto ciò che
accadeva nel mondo. La tua sensibilità, la tua riflessione sul nostro tempo, non era mai banale, ma un invito ad essere più consapevoli, più umani.
Oggi, mentre ti ricordo, mi rendo conto che non ci sarà mai una parola che possa descrivere pienamente quello che eri, quello che hai rappresentato. La tua musica, le tue canzoni, erano medicine per l’anima, più di
un conforto. Quando stavo male, quando il mondo mi sembrava troppo pesante, il tuo suono mi ricordava che c’era sempre qualcosa di bello da trovare, anche nel dolore.
Quando ti incontrai a Torino, pochi mesi fa, avevi un’aria diversa, consapevole forse di quel che stava per accadere. Parlavamo del futuro, di tua figlia, del mondo che stava cambiando. Forse in quel momento percepivo più di ogni altra volta quanto ti stesse a cuore la realtà che ci circondava. Quella Sicilia che avevi promesso di visitare di nuovo,
dove avevamo scherzato sul fatto che avessi salvato me, ma che avrebbe avuto bisogno di te molto di più. E chissà, forse quella promessa rimasta sospesa avrebbe dovuto restare, come tutte le promesse fatte con il
cuore, per non essere mai dimenticate.
Adesso che sei andato via, il mio cuore è più vuoto, ma le tue canzoni rimarranno sempre vive, come un rifugio per chi, come me, ha cercato di trovare se stesso nella tua musica. Ti ricorderò per sempre con affetto, e mi chiederò ancora come sia possibile che un cuore così grande possa smettere di battere così presto. Ma forse è proprio perché il tuo cuore non ha retto, non per stanchezza, non per debolezza, ma per l’amore che ci hai dato.
Paolo, sei stato un balsamo per molti di noi. Ora tocca a noi trovare il finale a quella canzone che tu, senza sapere, ci hai sempre cantato.
P.S.: Spero che il cuore di chi leggerà queste parole, e di chi ha amato la tua musica, continui a battere un po’ più forte, ogni volta che sentirà il suono della tua chitarra.
Grazie, Paolo.
Foto: Antonio Viscido

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
