C’è qualcosa di profondamente magico nel tornare alle radici. Qualcosa che sa di terra, di canto viscerale, di voci che si alzano come preghiere o incantesimi. Lo sanno bene i tanti che sabato 6 settembre hanno riempito Piazza Roma a Benevento per il concerto de La Niña del Sud, all’interno del suggestivo festival Janara – Le Streghe di Benevento.
Un nome che evoca immediatamente leggende, rituali antichi e un’identità femminile potente, quella delle janare: streghe di tradizione sannita, simboli di libertà, resistenza e mistero. E chi meglio di La Niña – al secolo Carola Moccia – poteva incarnare in musica questo spirito?
Il live è stato il cuore pulsante di una tre giorni densa di eventi tra laboratori, incontri, performance e dibattiti culturali. Ma è sabato sera che il festival ha toccato il suo picco emozionale. Sotto un cielo ancora estivo, le luci soffuse della piazza si sono mischiate ai suoni tribali e metropolitani della cantautrice napoletana, in un’esibizione che ha trasformato lo spazio urbano in un altare sonoro.
Accompagnata da una band minimalista ma potentissima, La Niña ha portato in scena i brani del suo ultimo progetto, “Furèsta”, già acclamato per la sua capacità di fondere world music, elettronica e folklore del Sud. Un album che è più una dichiarazione d’intenti che una semplice raccolta di canzoni: è il Sud che parla, che si libera dai cliché, che rinasce attraverso la voce femminile, attraverso la sperimentazione e la spiritualità.
Dall’inizio alla fine, La Niña ha usato ogni parte di sé per raccontare. Voce calda, potente, a tratti ruvida. Corpo in continuo movimento, quasi a disegnare con le mani la sua Napoli, le sue Madonne, le sue strade. Un canto che non è solo canto: è urlo, memoria, denuncia, rito.
In scaletta, oltre ai pezzi originali, anche omaggi struggenti alla tradizione partenopea, con nuove letture di “Era de maggio” e “Maruzzella” che hanno acceso la nostalgia del pubblico e al tempo stesso l’hanno spinta nel futuro. Nessuna concessione all’effetto-cartolina: ogni nota era sudore, pelle, e una profonda voglia di riscrivere la narrazione del Sud da dentro, con orgoglio e delicatezza.
E se la musica è rito, il pubblico è stato il suo cerchio magico. Corpi che ondeggiavano, occhi chiusi, mani alzate. Nessuna barriera tra palco e piazza: solo una corrente emotiva continua che univa chi cantava a chi ascoltava. Una vera e propria trance collettiva, dove il mito della janara si fondeva alla contemporaneità in un’esperienza fuori dal tempo.
In un panorama musicale che spesso banalizza le sonorità “del Sud”, La Niña emerge come una delle voci più interessanti e necessarie della nuova scena italiana. Non solo per la qualità artistica, ma per la visione politica e poetica che porta sul palco: una donna che canta il suo territorio non per intrattenere, ma per evocare, interrogare, liberare.
Quello di Benevento non è stato un semplice concerto, ma un rito collettivo. Una notte in cui musica, radici, spiritualità e identità hanno danzato insieme. La Niña del Sud ha acceso il fuoco e il Festival Janara l’ha alimentato con forza e bellezza.
Sotto il cielo delle streghe, la musica ha trovato casa. E il Sud, per una notte, ha cantato con voce nuova.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Francesca Savarese








































Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
