Diario\commento destrutturato (ma sincero) del secondo album, della prima tappa torinese del tour, in conversazione con l’artista palermitana.
Che valore diamo alla ‘sincerità’, alla vera presenza dell’IO in ciò che facciamo e viviamo, magari anche nella quotidianità della nostra pratica? Cosa ci distingue da milioni di altri esseri umani e, nel caso, dalle moderne intelligenze artificiali, che scimmiottano atteggiamenti e costumi esistenti nel presente e nel passato umano?
L’essere ‘autentici’ può diventare oggi una filosofia di vita, più che una momentanea intenzione, ma si fa vera ‘rivoluzione’ nel momento in cui ci si rende conto che la società nella quale siamo immersi adesso è sempre più un artefatto, una costruzione a tavolino fatta attraverso un algoritmo attentamente studiato.
Quando si parla di autenticità in arte si parla infatti di questo: l’aderenza di un’esperienza artistica – che sia scrittura, disegno o musica, poco importa – al vissuto, alla visione, all’esperienza del soggetto che la produce. In greco, del resto, il termine originario è ‘authentikós’, parola composta da αὐτός equivale a “egli stesso” e ἔντος a “dentro”: qualcosa che ha a che fare con l’autodominio, con l’autorità su di sé.
Lungi dal voler qui iniziare una lunga esegesi del concetto poco fa introdotto, giova invece sottolineare come l’essere autentici, nel moderno panorama musicale, stia diventando sempre meno frequente e ‘valoriale’, laddove invece spesso gli ‘atteggiamenti’ costruiti a tavolino, o scimmiottati in maniera autodidatta da sedicenti tik-tokers trappizzati, il cui unico interesse è quello di puntare a migliaia di visualizzazioni molto più che a decine di reali estimatori. In questo contesto, trovare ancora una voce fresca, che parta dal saper davvero costruire musica, in termini musicali e autoriali, è passato dall’essere la norma al diventare quasi un’eccezione. Se poi questa ‘voce’ parla anche in maniera autentica, concreta, utilizzando pensieri e parole proprie, condividendo il proprio vissuto – sia interiore che concreto – allora l’emozione diventa parimenti autentica, sentita e condivisa.
E’ certamente il caso di Giulia Mei – pseudonimo artistico della cantautrice palermitana Giulia Catuogno – artista classe ’93 dotata di un carisma e di una capacità musicale davvero notevoli, che da pochi giorni ha iniziato un lungo tour che la vedrà impegnata nei prossimi mesi in un viaggio lungo tutta l’Italia, per condividere le sue canzoni e, soprattutto, il suo nuovissimo secondo album “Io della musica non ci ho capito niente”, uscito lo scorso venerdì, e lungamente atteso dai fan, che aspettavano di riascoltarla dopo il suo primo LP (uscito circa sei anni fa) e soprattutto dopo la sua apparizione all’ultima edizione di X-Factor, durante la quale è stata poi scartata davvero troppo rapidamente (dimostrando così che, semmai, quelli a non capirci niente di musica sono spesso quelli che siedono sugli scranni di luoghi che si ritengono depositari di sapere, auto-decretati a scopritori di talento vero).
Giulia però ha preso anche questa esperienza di vita e l’ha resa ‘fertilizzante’, catalizzatore per ultimare un lavoro e un percorso che – da quel giorno di ventitrè anni fa nel quale chiese e ottenne dai suoi di poter imparare a suonare il piano – l’ha resa una musicista a un’autrice completa. Il primo ‘incontro’ con la sua musica, lo ammetto, è per me recentissimo: iniziato con la visione del video della sua performance del brano “Bandiera”– anch’esso contenuto nell’ultimo suo album – a quell’intelligentissimo programma che è “Splendida cornice” condotto de Geppi Cucciari, mi ha affascinato con un testo che è insieme un grido di rabbia e il desiderio di ‘voler essere’ qualcosa fuori dagli schemi ancora convenzionali, per sé e per le donne in genere. Una canzone che è stata definita un nuovo ‘inno’ della femminilità che si scontra e vuole tirarsi fuori dai canoni imposti da una cultura maschile, quella che la vorrebbe relegata ancora a quelli che dovrebbero essere vecchi sistemi, ma che larga parte del mondo occidentale sta anche cercando di riportare in auge: soprattutto quella parte rappresentata “dai timorati figli di Dio \ che sputano merda e premono invio”, per dirla con le parole della Mei. Ma oltre a quel brano, ormai diventato virale, non è che la punta di un ‘iceberg’ di quella autenticità artistica a cui prima si accennava, e che Giulia è stata bravissima a esprimere e condensare nel suo nuovo bellissimo album: dodici pezzi originali (più uno, che se volete ascoltare dovrete acquistare il suo LP, così come ha fatto il sottoscritto, NDR) che, coperti dall’ironia di un mantello semantico condensato nel ripetersi, quasi fosse un mantra, della frase che dà il titolo all’album, esprimono tutte quelle fragilità che ci accompagnano nella vita, da quando siamo quelle ragazzine che vanno a lezione dal “più temibile, più perfido dei professori di pianoforte di tutto il conservatorio di Palermo” a quando diventiamo donne in piena maturità e ci dobbiamo scontrare con le piccole battute d’arresto della vita o con persone che si rivelano essere ‘mentitori seriali’, passando per le liti e i piccoli grandi errori commessi dai Genitori e subiti da quella “bambina cresciuta in una famiglia disfunzionale, che si nasconde dietro la porta, e si chiede perchè semplicemente non si potrebbe stare tutti insieme felici, senza litigare”. A cui tocca poi crescere, e diventare adulta, ma rimanendo in realtà poi sempre quella bambina malinconica che a 27 anni reagisce ad un inaspettato litigio di quegli stessi genitori, con una crisi d’ansia che si fa poi canzone, e musica. Autenticità, dicevamo: quella autenticità che mi aspettavo anche durante una breve intervista a Giulia Mei, raggiunta nel pulmino (“che per fortuna non guido io, se no poi chissà dove andiamo a finire”) che riporta lei e i suoi tecnici e musicisti a casa, dopo la tappa inaugurale torinese del suo tour: un concerto, quello del Cap10100, che ha donato ai molti torinesi accorsi uno spettacolo denso di qualità, di personalità e di Allegria (“quella che facciamo fatica ormai a riconoscere, quando ce la troviamo di fronte” ha detto Giulia introducendo l’omonimo brano ad un certo punto del set). A domanda risponde, e risponde con tutta la verve di una ragazza giustamente felice per un concerto andato molto più che bene (al netto di un piccolo intoppo tecnico iniziale), sorpresa “da tanto affetto e partecipazione, la desideravo fortemente, ma non mi aspettavo che sarebbe stata così tanta”. Le faccio notare che, di solito, l’affetto e la partecipazione sentita del pubblico è un effetto indotto da una reale e autentica partecipazione di chi suona sul palco, e da ciò che sente nella musica che questi esprime, sul palco e nei propri lavori: “si, probabilmente è così” risponde Giulia “come dici tu, cerco di mettere in ciò scrivo il mio vissuto, le mie sensazioni, e le emozioni. Che poi sono quelle che porto sul palco”. E sinceramente e autenticamente risponde quando le dico che, la più grande differenza che si può notare tra il suo primo LP e l’ultimo uscito la settimana scorsa, è che se nel primo si sentiva la capacità di una musicista che aveva un modello e una idea verso la quale puntava – e che cercava di essere -, nell’ultimo lavoro riusciamo invece a sentire Giulia Mei per quella che è realmente, una artista che vive e che scrive senza troppe visioni di sé: “Esattamente così, mi piace quello che hai detto: è ciò che ho tentato di fare, e se lo hai percepito mi fa davvero piacere!”. D’altra parte, questo disco è dichiaramente un tentativo di esprimere fragilità, non forza, di evitare le sovrastrutture imposte dall’esterno, che siano intime e personali, o professionali e musicali: nasce, per dirla con le parole della Mei, dal contrapporsi “a quel divergere che mi ha fatto sbagliare strada tutte le volte che ho avuto bisogno di liberarmi dalle pressioni esterne della musica che funziona”.
Non che questo le abbia fatto abbandonare i suoi retaggi musicali e le sue referenze di cui si è dichiarata un tempo debitrice (basti ascoltare, per questo, il brano ‘Tutta colpa di Vecchioni’, contenuto nel suo primo album), anzi: come ci tiene a precisare durante la nostra conversazione “ho ben presenti in me le referenze musicali a cui ho sempre guardato per la mia musica, ma adesso ho cercato di dare a quel ‘corpo’ nuovi vestiti, un nuovo modo di guardare”. E che sia così, lo si capisce non soltanto da un primo e rapido ascolto del secondo LP, in cui il piano e la musicalità a cui lei è da sempre legata si mescola in maniera ritmica e strutturale all’elettronica, ma anche dal set con il quale si presenta a questo tour fin dalla sua prima tappa torinese: il funambolico beatboxer Vezeve (autentica orchestra vivente, fatto di suoni, voce e campionatore), e il percussionista elettronico Dario Marchetti, con i quali Giulia Mei fraseggia con estro, capacità, dinamismo e un amalgama da autentica veterana del palco. Un ‘coraggio’ che è voglia di andare ‘oltre’, dandosi la possibilità anche di sbagliare e di costruire da questi errori un discorso vero, reale “in un discorso che parla di fragilità, ci sta”. E in questo coraggio risiede anche la sua capacità di accorciare le distanze che ci sono tra artista e pubblico, arrivando ad eliminarle anche fisicamente: così come fa quando scende dal palco, a fine concerto, per suonare e cantare veramente con i presenti, di fatto “facendo della sua vita, Bandiera. (per citare, o quasi, il testo della sua canzone). “Scendere tra la gente per me è mostrare quella che sono, che per me è importante: se non lo facessi, se non mi mostrassi per ciò che sono, andrei contro quello che racconto: sarebbe una cosa assurda. Mi piace essere disponibile, accessibile: mi piace parlare con la gente sotto il palco, perché voglio che la mia musica sia dialogo, un dare e un ricevere continuo”. E si sa che in un dialogo vero, che arricchisce, che fa crescere, l’essenziale rimane l’essere sé stessi, fedele alle proprie origini, ma anche a ciò che amiamo, consapevoli che ciò che ci compone è fatto di scambio: con la musica, con le cose fatte durante la vita, con quello che abbiamo appreso parlando con gli altri, ma anche con i nostri genitori. Che “siamo figli dei figli dei figli di altri genitori”, con quegli errori che a trent’anni “non abbiamo mai schivato”, così come dice nel brano “Genitori”, sesto pezzo in scaletta del nuovo album: album che è una vera delizia, sia musicalmente che dal punto di vista testuale, capace di emozionare e commuovere. Perché la commozione che traspare da quelle canzoni, scritte perché vissute, non è una cosa scontata, men che meno nel panorama musicale attuale “e in questo tour, che si sta riempiendo di date man mano che passano le giornate (attualmente sono 15, ma aumenteranno di certo, NDR), voglio proprio godermi questo scambio. Sentir cantare le mie canzoni, condivise le mie emozioni: che poi era il mio sogno fin da quando ero piccola”.
Picciridda non è più Giulia: anche se in fondo non si smette mai di esserlo, dopo questo album ha dimostrato una volta di più che si può crescere e diventare ‘grandi’ (anche professionalmente, cosa che non abbiamo dubbi continuerà a dimostrare) mantenendo in sottofondo quella sincerità infantile che abbiamo tutti prima di diventare adulti. Prossima tappa per ascoltarla e abbracciarla dal vivo è già domani, mercoledì 3, al circolo Arci Bellezza di Milano. Andatela ad ascoltare: quanto meno per confermare anche a voi stessi che, di musica, (non) ci capite (niente).
Articolo a cura di: Stefano Carsen
Photo Credit: Marco Ritoli





















Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi “encore”. Dal prog rock all’alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia.
