Maggio 19, 2026
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Nel 2009, dopo la fine dei Ritmo Tribale e un silenzio lungo tredici anni, Stefano Rampoldi – in arte Edda – pubblicava Semper biot, il suo primo album solista. Per chi conosce il personaggio, sembrava potesse essere anche l’ultimo: troppo irregolare, troppo fragile, troppo fuori dalle logiche del mercato. Invece, contro ogni previsione, eccoci qui: Messe sporche è il settimo disco in studio di una carriera solitaria e defilata, ma artisticamente coerente e sorprendentemente solida.

Uscirà il 17 ottobre 2025, prodotto da Luca Bossi, e sarà disponibile solo in formato fisico: CD e vinile. Una scelta controcorrente e, nel mondo musicale di oggi, quasi un atto politico. Due singoli – tra cui Giorni di Gloria – saranno disponibili anche in streaming, ma il resto dell’album si ascolta toccandolo, aprendolo, magari annusandolo. Perché Edda non è un artista da algoritmo: è uno che ti chiede di sederti e restare lì, un disco per volta.

Dopo il più intimo Illusion del 2022, Messe sporche è un cambio di pelle. Niente introspezioni sussurrate: qui il volume si alza, il passo accelera e il suono si fa ruvido, sporco, diretto. Il rock torna prepotente. E non è solo un’estetica: è un’attitudine. Lo si capisce già dal primo brano in scaletta, La Diavoletto, apertura secca e brutale, tutta chitarre e sudore. Il titolo fa riferimento alla Gibson SG – la “diavoletto” – e la scelta non è casuale: qui si suona come se ci fosse qualcosa da esorcizzare.

Il disco corre senza intoppi. Nove tracce, nessuna riempitiva. È un lavoro che non ti dà tregua, che non cerca la bellezza facile ma preferisce lo spigolo. Le canzoni si susseguono senza respiro, con arrangiamenti pieni, batteria dritta e linee vocali che sembrano a tratti improvvisate, ma che in realtà funzionano perfettamente in questo caos controllato. È un rock ruvido, sincero, senza orpelli. Che puzza di amplificatori veri.

Ma è nei testi che Edda si conferma per quello che è: uno dei pochi autori italiani davvero originali. Il suo uso della parola non è mai ordinario. Non racconta storie, non fa cronaca: disegna immagini, frammenti, visioni. Le sue frasi sono come flash disordinati, ironici, dolorosi, folli e fulminanti. C’è ironia, c’è disperazione, c’è nonsense. Ma tutto è detto con una sincerità che spiazza. Nel suo mondo, le cose non stanno mai ferme: Edda è uno che ti fa ridere mentre parli della fine del mondo, e poi ti commuove con un’immagine completamente assurda. È il suo modo di stare al mondo: senza difese, senza compromessi, senza un vero filtro tra cervello e bocca.

Lui stesso ha raccontato così la nascita di Messe sporche:

“Non volevo fare un disco, ma Luca mi ha ‘costretto’ e credo che sia stato un miracolo per tanto bene che è venuto. Al di là delle mie più rosee aspettative. È proprio vero che l’uomo propone e Dio dispone, o per dirla in termini meno pomposi e parafrasando sempre i grandi del cinema: sta mano po’ essere fero o po’ essere piuma! Oggi è stata Rock!”

E sì, lo è stata davvero.

In un panorama italiano sempre più pulito, ragionato e “strategico”, Edda continua a muoversi come un cane sciolto. Non ha management che lo impacchetti, né algoritmi da inseguire. Messe sporche è un disco che nasce dal caos e ci sguazza. Non cerca di piacere, e proprio per questo colpisce. È rock nella forma e nella sostanza. È scomodo. È vivo.

Più che un disco da ascoltare, Messe sporche è un disco da sentire. Sentire il rumore, il graffio, il ridicolo e la bellezza. È un disco che ti sporca, sì, ma come succede con le cose vere. Edda è ancora qui, e fa ancora male (in senso buono). Per chi è stanco dei dischi tutti uguali, delle playlist algoritmiche, delle strofe composte al tavolo delle etichette, Messe sporche è una boccata d’aria marcia e necessaria.

Track-by-track: le nove sporche verità

  1. La Diavoletto – Riff nervoso e suono dritto. Un inizio che è un pugno nello stomaco.
  2. Giorni di Gloria – Il singolo manifesto: tra glam e punk, con una delle linee più contagiose dell’album.
  3. Dixan – Il brano più grottesco, in bilico tra ironia pubblicitaria e squarci sentimentali.
  4. Mucca Rossa – Psichedelia punk con immagini surreali, una corsa senza meta.
  5. Family Day – Una critica feroce e sorniona al moralismo moderno. Edda sputa senza filtri.
  6. 5 meno meno – Uno dei brani più spiazzanti. L’autodenigrazione come forma di affetto.
  7. Belisotta – Leggera ma non superficiale. Sembra nonsense, ma è tutto calcolato.
  8. Ezechiele – Il più spirituale, se così si può dire. Cita un profeta, ma parla della paura.
  9. Macchia – Chiusura malinconica, quasi un addio. La voce si sporca di verità.

Articolo a cura di Angela Todaro

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