Maggio 19, 2026
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“Io mi accorgo / Di esser diventato grande / Vedo solo facce stanche / E quando viene sera / Proietto una lunghissima ombra.”

C’è un momento, quasi impercettibile, in cui la luce incontra la materia e ne svela la forma attraverso l’ombra. È da questo interstizio che prende vita Una lunghissima ombra, il nuovo progetto di Andrea Laszlo De Simone: un’opera che non è solo un disco, ma un’esperienza sensoriale che unisce musica e cinema, percezione e memoria.

A sei anni di distanza dalla suite sinfonica Immensità (2019) e otto dall’esordio cantautorale di Uomo donna (2017), Laszlo torna con un lavoro maturo, stratificato, quasi viscerale, in cui la coscienza si fa suono e la realtà si intreccia con l’interiorità. Lontano da ogni logica commerciale, l’artista torinese firma un album complesso ma necessario, che si muove con eleganza tra orchestrazione sinfonica, canzone d’autore, elettronica ambient e psichedelia.

Una lunghissima ombra è, a tutti gli effetti, un progetto audiovisivo: un disco composto da diciassette tracce — tra canzoni, intro e interludi — accompagnato da un film-poema che dialoga in modo costante con la musica. Più che una colonna sonora, è un doppio racconto: quello visivo, fatto di inquadrature lente, immagini in time-lapse e suggestioni urbane; e quello sonoro, che scava nelle pieghe dell’animo umano.

Il punto di partenza è il pensiero intrusivo, quella voce interiore che ci spinge a guardarci dentro e che ci mette a confronto con l’assurdità del tempo, della morte, della memoria. L’album si apre con una traccia strumentale, Il buio, quasi un preludio cinematografico, per poi articolarsi in un percorso che alterna momenti di rarefazione a vere e proprie esplosioni orchestrali.

C’è una volontà chiara di attraversare tutta la produzione precedente: dai respiri sinfonici di Immensità, alla forma canzone più intima di Uomo donna, passando per la scrittura cinematica affinata nella colonna sonora de Le Règne animal. Ma non si tratta di un esercizio di stile né di un revival: Laszlo destruttura il proprio linguaggio per ricomporlo in una forma nuova, più libera, più espansa, più personale.

Canzoni come Ricordo tattile e La notte mettono subito in chiaro questa intenzione. Nella prima, organo e sintetizzatori si rincorrono prima di lasciare spazio all’arpeggio di una chitarra classica, mentre nel film scorrono immagini sospese, quasi astratte. Nella seconda, invece, si torna alla struttura cantautorale, ma con un impianto armonico ricco, stratificato, in cui ogni elemento — dagli archi alla batteria — trova un suo spazio espressivo. È un viaggio nella memoria, ma senza nostalgia.

Uno degli elementi più affascinanti del disco è la sua capacità di rendere intimo ciò che è collettivo e viceversa. La musica di Laszlo è un linguaggio che non parla dell’io, ma dell’essere umano immerso nel flusso della vita. Nei brani Per te e Un momento migliore, la riflessione esistenziale si fa quasi universale. “Non voglio pensare al futuro / perché sono quasi sicuro / che sbaglierò per sempre” canta in quest’ultimo, su un arrangiamento di archi che richiama da lontano la malinconia orchestrale di una Bitter Sweet Symphony italiana. È una resa dolce, una carezza sonora che contiene la verità più semplice: sbagliare significa essere vivi. La penultima traccia del disco, Noi, è una sorta di mantra elettronico. Le parole “non è reale” si ripetono come in loop, immerse in una colonna sonora sospesa tra glitch, sintetizzatori e riverberi. Qui Laszlo si fa artigiano della percezione, smonta e rimonta la materia sonora per restituire un senso profondo di smarrimento e meraviglia.

La chiusura, affidata alla title track Una lunghissima ombra, è la sintesi emotiva del progetto: “proietto una lunghissima ombra”, canta, come a voler dire che solo attraverso l’ombra possiamo riconoscere ciò che siamo stati, ciò che siamo diventati. Con questo album, Andrea Laszlo De Simone realizza la sua opera più ambiziosa. Una lunghissima ombra non è solo un disco: è una riflessione poetica sull’esistenza, un dialogo tra immagine e suono, una lente sul mondo che vibra tra realtà e immaginazione. Serve tempo per ascoltarlo, serve attenzione — ma chi ci entra, difficilmente ne esce uguale.

Articolo a cura di Angela Todaro

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