Luglio 24, 2026
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Ci sono festival che crescono inseguendo i grandi numeri e altri che lo fanno affinando la propria identità. Il Men/Go Fest appartiene alla seconda categoria. Dopo ventidue edizioni, la manifestazione aretina continua ad allargare il proprio pubblico senza rinunciare a quella formula che l’ha resa riconoscibile: mettere sullo stesso piano gli headliner e gli artisti da scoprire, trasformando il Parco il Prato in uno spazio dove la musica dialoga con il territorio, le associazioni e le attività culturali.

L’edizione 2026 ne è stata la conferma. Ad aprire il programma è stata l’anteprima dell’11 luglio con i Subsonica, unica data toscana del loro tour estivo, capace di richiamare circa quattromila spettatori e di inaugurare una formula che potrebbe diventare un appuntamento stabile. Poi, dal 14 al 18 luglio, il festival è entrato nel vivo con cinque giornate costruite su registri molto diversi: Motta ed Emma Nolde, Maria Antonietta e Colombre, Ele A, Birthh, Ditonellapiaga, Casino Royale, gli inglesi Shame, Zen Circus, 2manydjs e la chiusura affidata a I Cani, Myd e all’Idles DJ Set.

La forza del Men/Go, però, continua a stare nell’equilibrio tra nomi affermati e ricerca. Accanto agli artisti più attesi trovano spazio Aka5ha, Gemma, Prima Stanza a Destra, Lea Gavino, Gima, Senza Cri, Altea, Volpi, L.E.D., Mille, Vintage Violence e Punkcake. Un’impostazione che non viene sacrificata nemmeno quando il festival registra numeri sempre più importanti.

«La base è proprio questa: far scoprire anche delle novità», spiega a Rockol il direttore artistico e presidente dell’associazione Music!, Paco Mengozzi. «Per questo iniziamo presto: ci sono gli artisti del territorio, gli emergenti, le nuove proposte. Convincere il pubblico ad arrivare nel pomeriggio non è semplice, ma è una parte fondamentale della nostra identità».

Ed è sufficiente osservare quello che accade sotto il palco per capire che la scommessa continua a funzionare. Quando sale sul main stage Ditonellapiaga, il prato è già pieno. Il suo concerto, costruito sull’ironia e sull’interazione con il pubblico, cancella l’idea del live “di passaggio”. Il giorno successivo cambiano completamente atmosfere e linguaggi: gli Shame portano sul palco tutta l’urgenza del post-punk britannico, gli Zen Circus ritrovano un pubblico che canta ogni brano dall’inizio alla fine, mentre il ritorno de I Cani viene accolto con un’attenzione quasi religiosa. Concerti diversissimi tra loro, uniti da un elemento comune: la fiducia del pubblico verso il festival, ancora prima che verso i singoli artisti.

Anche i numeri raccontano una crescita costante. «Siamo in linea con lo scorso anno», racconta Mengozzi. «L’anteprima con i Subsonica ha richiamato circa quattromila persone, mentre le serate principali si sono mosse tra gli ottomila e i diecimila spettatori. Nel 2025 Lucio Corsi aveva alzato ulteriormente l’asticella, ma anche quest’anno la qualità della proposta ha fatto la differenza».

Dietro questi risultati c’è una macchina organizzativa composta da circa duecento persone tra produzione, accoglienza, logistica, catering, tecnici, allestimenti, service, sicurezza e volontari delle associazioni coinvolte. «C’è una grande sinergia», sottolinea Mengozzi. «Tutti si sentono parte del festival perché il Men/Goizzanti della manifestazione. Tra un concerto e l’altro il parco ospita associazioni locali, performance e attività nate durante l’anno, mentre agli artisti viene proposta una vera immersione nella città: dagli affreschi di Piero della Francesca alla Casa di Petrarca, fino alle osterie del centro storico. «Ci teniamo molto», racconta il direttore artistico. «Approfittiamo il marchio di fabbrica del Men/Go, non soltanto sulla scena italiana ma anche su quella internazionale. Negli anni il festival ha ospitato artisti destinati a imporsi poco tempo dopo, intercettandoli quando erano ancora in fase di crescita. Basta scorrere le line-up delle passate edizioni per ritrovare molti nomi transitati da Arezzo prima della definitiva consacrazione. Guardando anche il cartellone di quest’anno, viene naturale chiedersi quanti degli artisti oggi meno conosciuti saranno già al futuro. L’anteprima potrebbe trasformarsi in un appuntamento fisso, aprendo la strada a un doppio weekend che affianchi una grande serata internazionale a una italiana, senza rinunciare alla ricerca che rappresenta il cuore del progetto. «Continuare a lavorare sulla viene vissuto come una famiglia».

Il rapporto con il territorio resta uno degli elementi più caratterizzanti della manifestazione. Tra un concerto e l’altro il parco ospita associazioni locali, performance e attività nate durante l’anno, mentre agli artisti viene proposta una vera immersione nella città: dagli affreschi di Piero della Francesca alla Casa di Petrarca, fino alle osterie del centro storico. «Ci teniamo molto», racconta il direttore artistico. «Approfittiamo della loro presenza per far conoscere Arezzo. E spesso da queste visite nascono rapporti che continuano anche dopo il festival».

Lo scouting continua a essere il marchio di fabbrica del Men/Go, non soltanto sulla scena italiana ma anche su quella internazionale. Negli anni il festival ha ospitato artisti destinati a imporsi poco tempo dopo, intercettandoli quando erano ancora in fase di crescita. Basta scorrere le line-up delle passate edizioni per ritrovare molti nomi transitati da Arezzo prima della definitiva consacrazione. Guardando anche il cartellone di quest’anno, viene naturale chiedersi quanti degli artisti oggi meno conosciuti saranno presto protagonisti di palchi ben più grandi.

Archiviata questa edizione, il lavoro guarda già al futuro. L’anteprima potrebbe trasformarsi in un appuntamento fisso, aprendo la strada a un doppio weekend che affianchi una grande serata internazionale a una italiana, senza rinunciare alla ricerca che rappresenta il cuore del progetto. «Continuare a lavorare sulla proposta è quello che vogliamo fare», conclude Mengozzi.

Dopo oltre vent’anni il Men/Go sembra aver trovato un equilibrio raro nel panorama dei festival italiani. Cresce senza inseguire il gigantismo, amplia il pubblico senza smarrire la propria identità e continua a fare della curiosità il suo principale tratto distintivo. Una qualità che, oggi più dei numeri, racconta il valore di un festival capace di restare riconoscibile mentre tutto intorno cambia.

Photo Credit Nicola Londei

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