Nel 2024, quando il panorama dell’hip-hop italiano sembrava aver raggiunto un’inevitabile impasse, con troppe uscite indistinte che si perdeva facilmente il conto di ciò che meritava davvero attenzione, arriva la sorpresa. Marracash ritorna con “È finita la pace”, un album che, come la sua carriera, non si accontenta di seguire il trend ma decide di forzare le porte della routine, offrendo un’opera complessa, ma autentica.
Subito dopo il Premio Tenco e una carriera che ormai lo vede riconosciuto anche fuori dall’universo rap, questo lavoro segna il passo successivo di un artista che si è fatto sempre più consapevole, sia come rapper che come musicista. La scelta di non lanciare singoli, di non rincorrere l’hype sui social e di non fare featuring con altri nomi altisonanti (tranne se non per necessità artistiche) è un manifesto di indipendenza. “È finita la pace” è un disco che parla di cambiamento e di riflessione, di disillusione e lotta interiore, come una cartina tornasole di un’epoca che, nell’indifferenza generale, è ormai invecchiata senza evolversi davvero.
L’album si apre con “Power Slap”, un pezzo potentissimo in cui il beat tribale e l’elettronica distorta sono il sottofondo perfetto per il dissacrante flusso di parole del rapper. Qui Marracash non fa sconti a nessuno, criticando il sistema rap e anche un pubblico troppo facilmente impressionabile da chi fa rumore, piuttosto che musica. Questo è solo l’inizio di una narrazione che diventa sempre più pungente e diretta. “Crash” suona come un incubo politico, tra critiche ai potenti di turno e immagini inquietanti di una società in decomposizione, con un beat che richiama alla memoria il Cult di Noyz Narcos e Salmo, ma con una visione più cupa e personale.
Se la prima parte dell’album si fa strada tra aggressività e riflessioni sulla scena e la politica, “Gli sbandati hanno perso” è il momento in cui Marracash tenta di affacciarsi a una dimensione più universale, come se finalmente avesse trovato una lingua per il suo pubblico. Questo brano potrebbe tranquillamente diventare un inno per chi, come lui, ha visto il mondo cambiare senza trovare spazio per fermarsi e prendere fiato.
Ma l’equilibrio nell’album non è mai semplice. Dopo il canto in “È finita la pace”, Marracash torna a giocare con le parole e con la musica, in pezzi come “Detox/Rehab” e “Soli”, in cui il personale e il collettivo si incontrano su una linea che oscilla tra confessione e critica sociale.
Marracash sa di non dover impressionare con esperimenti stravaganti, ma si concede un po’ di originalità con “Mi sono innamorato di un AI”, in cui il beat ruvido e il flow spezzato si mischiano con tematiche future e sci-fi, in una visione che rispecchia un malessere contemporaneo. Più cupo e introspettivo è invece “Pentothal”, una ballata sul filo del suicidio che attraversa l’abisso esistenziale con un’inquietudine palpabile.
Se c’è un brano che spicca per il suo potenziale da tormentone, questo è sicuramente “Lei”, anche se il suo impatto sembra più superficiale rispetto a quello di altre canzoni dell’album. Si tratta di un passaggio più convenzionale, ma non per questo meno potente.
L’album si chiude con “Happy End”, che lascia intravedere una fine di ciclo, non solo per l’artista, ma per una fase del rap italiano. Quest’album conferma l’importanza di un linguaggio riflessivo e critico in un mondo musicale che sembra spesso accontentarsi di quello che è più facile da vendere.
“È finita la pace” non è l’album che segnerà il picco della carriera di Marracash, ma è senz’altro il segno di una maturità raggiunta, di un artista che non ha paura di sporcarsi le mani, di mettere in gioco se stesso e la sua visione, pur senza rinunciare alla sincerità. È un album che suggerisce nuove direzioni, nuove esplorazioni, ma soprattutto è una conferma che Marracash è più di un rapper: è un musicista e un intellettuale in grado di interpretare il suo tempo senza mai tradire la propria essenza.
