Ci sono artisti che costruiscono un personaggio e altri che, semplicemente, finiscono per coincidere con esso. Mac DeMarco appartiene alla seconda categoria. Da oltre un decennio è il ragazzo con la chitarra leggermente scordata, le Vans consumate, il sorriso storto e quell’aria da eterno fuorisede che ha trasformato il disincanto in un’estetica. Ma ridurlo al meme dell’indie slacker sarebbe ormai un errore. Il concerto del 30 giugno al Parco della Musica di Milano, il primo in Italia dopo sette anni di assenza, lo dimostra con chiarezza: dietro la maschera del cazzone irresistibile c’è oggi un autore che ha trovato un equilibrio nuovo, più essenziale, più consapevole.
Due ore di concerto che scorrono senza mai perdere tensione, pur rifiutando qualsiasi forma di spettacolarizzazione. DeMarco non ha bisogno di scenografie monumentali, visual ipertecnologici o produzioni milionarie. Gli bastano una band impeccabile, un repertorio che ha attraversato l’ultimo decennio dell’indie internazionale e quella naturalezza che nessuno è mai riuscito a imitare davvero. Sul palco alterna canzoni e nonsense, racconti improvvisati, rincorse, capriole, smorfie e momenti di pura comicità fisica. Fa ridere senza dare l’impressione di provarci troppo, qualità rarissima in un’epoca in cui perfino l’improvvisazione sembra scritta da un social media manager.
È proprio questa apparente sciatteria a essere il suo più grande talento. Ogni gesto comunica una libertà quasi infantile, ma dietro il caos c’è il controllo di chi conosce perfettamente il ritmo di uno spettacolo. DeMarco sa quando abbassare il volume emotivo e quando riportare il pubblico dentro una canzone. Sa trasformare un siparietto demenziale in un’introduzione perfetta al brano successivo. E soprattutto sa evitare che la componente ironica fagociti la musica.
La musica, infatti, resta il centro di tutto. Guitar, pubblicato nel 2025 e realizzato interamente da lui, rappresenta probabilmente il lavoro più spoglio della sua carriera. Registrato quasi come un diario domestico, senza sintetizzatori né sovrastrutture produttive, lascia spazio a chitarre, basso, batteria e a una voce che non cerca più di sembrare giovane. Dal vivo questi brani acquistano una profondità ulteriore: sembrano meno esercizi di stile lo-fi e più confessioni pronunciate con la leggerezza di chi ha finalmente smesso di rincorrere un’immagine di sé.
Il resto della scaletta è un viaggio dentro un catalogo che ha definito il suono indie degli anni Dieci. Le canzoni storiche vengono accolte come piccoli inni generazionali, ma senza quell’effetto nostalgia che spesso appesantisce i concerti-revival. DeMarco evita di trasformarsi nella caricatura di se stesso. Non celebra il passato: lo attraversa con naturalezza, lasciando che conviva con il presente.
Colpisce anche il rapporto con il pubblico. Non c’è alcuna distanza tra palco e platea. Più che assistere a un concerto, si ha la sensazione di passare la serata con un amico particolarmente talentuoso e imprevedibile. È un’intimità costruita senza artifici, che nasce dalla capacità di far sembrare ogni concerto irripetibile, anche quando le canzoni sono le stesse da anni.
In un momento storico in cui gran parte dell’indie sembra inseguire una perfezione estetica sempre più levigata, Mac DeMarco continua a rivendicare il diritto all’imprecisione. Non come posa, ma come linguaggio. È una filosofia che oggi appare persino controcorrente. L’errore diventa stile, la vulnerabilità diventa forza, il divertimento diventa una forma di resistenza all’ossessione contemporanea per il controllo.
Dopo sette anni lontano dall’Italia, il canadese torna senza reinventarsi e, proprio per questo, sorprende. Perché sotto la superficie del giullare esiste ancora uno dei songwriter più sensibili della sua generazione. E il bello è che continua a ricordarcelo senza mai prendersi troppo sul serio.
Photo Credit Gabriella Liotti












