Ci sono festival che si limitano a mettere in fila grandi nomi. E poi ci sono quelli che, anno dopo anno, costruiscono un’identità. La Prima Estate appartiene ormai alla seconda categoria. Al Parco BussolaDomani di Lido di Camaiore, l’edizione 2026 ha definitivamente smesso di essere soltanto una parentesi italiana nel calendario dei tour internazionali per assumere i contorni di un festival europeo, capace di immaginare un racconto musicale coerente anziché una semplice successione di headliner.
Il secondo weekend ne è stata la prova definitiva. Nick Cave & The Bad Seeds, Gorillaz e Twenty One Pilots non erano semplicemente tre grandi concerti. Erano tre idee opposte di spettacolo, tre estetiche, tre modi diversi di abitare il palco e, soprattutto, tre modi di raccontare il presente.
Venerdì Nick Cave aveva trasformato il palco in un confessionale laico. Nessun artificio scenico, nessuna distrazione. Soltanto un uomo in completo nero, Warren Ellis e i Bad Seeds a costruire una liturgia collettiva in cui ogni canzone sembrava una preghiera pronunciata ad alta voce. La morte, la fede, il dolore, la sopravvivenza. Cave continua a fare quello che nessun altro performer contemporaneo riesce a fare con la stessa intensità: rendere ventimila persone parte della stessa conversazione.
Ventiquattr’ore dopo il festival cambiava completamente pelle.
Dove c’erano un pianoforte e un uomo in abito nero, compariva un enorme sipario digitale. I Gorillaz entravano in scena ricordando, fin dai primi minuti, perché siano ancora uno dei progetti più radicali del pop contemporaneo. Nessun’altra band può permettersi di essere contemporaneamente reale e immaginaria.
Jamie Hewlett continua a occupare gli schermi con Murdoc, 2-D, Noodle e Russel, mentre Damon Albarn dirige una vera orchestra contemporanea: undici musicisti, coriste, percussioni, strumenti tradizionali indiani e una sfilata di ospiti che rende ogni concerto diverso dal precedente.
Il tour di The Mountain è costruito come un viaggio attraverso il lutto. Se Nick Cave metteva in scena la sopravvivenza di un padre dopo la perdita di un figlio, Albarn e Hewlett compiono il percorso inverso: sono figli che cercano un modo per continuare a dialogare con i propri padri dopo la loro scomparsa. La morte non è più una fine, ma un attraversamento.
I visual ambientati in una giungla indiana, la figura infantile di Noodle che attraversa il serpente Vritra per riemergere adulta, la spiritualità orientale che attraversa l’intero spettacolo fanno sì che il concerto assuma quasi la forma di un film animato eseguito dal vivo.
Eppure, come spesso accade con i Gorillaz, è proprio la loro natura enciclopedica a rappresentarne anche il limite.
Una discografia costruita su venticinque anni di collaborazioni rende inevitabile ogni rinuncia. Kara Jackson, Pauline Black, Michelle Ndegwa, Yasiin Bey e Bootie Brown impreziosiscono il concerto, ma l’assenza di molti degli artisti che hanno contribuito a costruire il mito della band lascia inevitabilmente la sensazione di assistere a una versione necessariamente incompleta di un progetto praticamente impossibile da contenere in novanta minuti.
Rimangono però momenti destinati a restare impressi. La coda ipnotica di The Shadowy Light, dedicata anche alla memoria di Asha Bhosle, l’esplosione liberatoria di Feel Good Inc. e il finale con Clint Eastwood, quando il prato di BussolaDomani smette di essere un pubblico e diventa un coro.
Se Albarn rappresenta l’idea del collettivo, domenica i Twenty One Pilots dimostrano l’esatto contrario.
Sul palco ci sono soltanto Tyler Joseph e Josh Dun.
Due persone.
Eppure sembrano riempire ogni metro quadrato del parco.
La loro è una lezione di economia dello spettacolo. Nessuna orchestra, nessuna carovana di musicisti, ma una costruzione scenica millimetrica fatta di luci, pedane mobili, piattaforme, cambi di costume, corse continue e una relazione quasi fisica con il pubblico.
Fin dalle prime ore del mattino migliaia di fan avevano trasformato il festival in una convention della lore costruita dalla band. Cosplayer, passamontagna, bandiere di Dema, simboli che soltanto chi segue Tyler Joseph e Josh Dun da anni è in grado di decifrare. Più che spettatori, una comunità.
È questo l’aspetto più sorprendente del concerto. I Twenty One Pilots riescono ancora oggi a trasformare la vulnerabilità in spettacolo senza svuotarla del proprio significato. Brani come Stressed Out, Ride e Car Radio diventano giganteschi cori collettivi che parlano di ansia, depressione, identità e paura con un linguaggio accessibile a migliaia di ragazzi.
L’inserimento di Seven Nation Army, autorizzata in video da Jack White — protagonista del primo weekend del festival — diventa anche un elegante filo narrativo che collega idealmente le due metà della manifestazione.
Ad aprire la giornata conclusiva erano state le Wet Leg, ormai definitivamente uscite dalla categoria delle “band emergenti”. Rhian Teasdale e Hester Chambers confermano di essere una delle realtà più solide del nuovo rock britannico: ironiche, rumorose, perfettamente a loro agio tra post-punk, indie rock e pop obliquo. Un set asciutto, senza sovrastrutture, che ha ricordato quanto il festival continui a investire anche sugli artisti destinati a raccogliere il testimone degli headliner di oggi.
Ed è forse proprio questa la vera forza de La Prima Estate.
Non rincorre il nome dell’ultima ora né cerca l’effetto enciclopedia. Costruisce piuttosto un racconto. Nel giro di tre giorni convivono il misticismo di Nick Cave, il pop transmediale dei Gorillaz e l’intimità generazionale dei Twenty One Pilots senza che il cartellone perda coerenza.
Tre concerti completamente diversi che finiscono per raccontare la stessa cosa.
Che il live, nel 2026, non è più soltanto esecuzione musicale.
È teatro, cinema, graphic novel, performance, rito collettivo.
È un linguaggio.
E La Prima Estate sembra aver trovato il modo giusto per parlarlo.
Per anni il racconto è stato sempre lo stesso: per vedere i grandi festival bisognava attraversare il confine, andare a Barcellona, Porto, Glastonbury o Werchter. L’Italia sembrava destinata a rincorrere, spesso frammentando le grandi tournée in una costellazione di date singole più che costruendo veri appuntamenti capaci di diventare destinazione.
La Prima Estate, invece, ha dimostrato che un’altra strada è possibile.
Non perché abbia cercato di imitare i grandi festival europei, ma perché ha scelto di costruire una propria identità. Una line-up che mette insieme Nick Cave & The Bad Seeds, Gorillaz, Twenty One Pilots, Jack White, Richard Ashcroft e Wet Leg non è soltanto un elenco di nomi prestigiosi: è una dichiarazione d’intenti. È la prova che anche in Italia si può immaginare un festival capace di parlare a pubblici diversi senza perdere coerenza artistica, alternando leggende della musica contemporanea, protagonisti del presente e artisti destinati a definirne il futuro.
Il Parco BussolaDomani, luogo simbolico della storia della musica dal vivo italiana, torna così a essere molto più di una cornice. Diventa uno spazio in cui il concerto recupera il valore dell’esperienza condivisa, lontano dalla logica del consumo veloce e vicino all’idea di festival come luogo d’incontro, scoperta e comunità.
Il secondo weekend del 2026 lo ha raccontato con tre spettacoli diversissimi tra loro. Nick Cave ha trasformato il live in un rito collettivo, i Gorillaz hanno dimostrato che il pop può ancora essere un laboratorio culturale capace di mettere in dialogo musica, animazione, politica e spiritualità, mentre i Twenty One Pilots hanno confermato di essere una delle poche band contemporanee in grado di parlare a un’intera generazione senza rinunciare alla complessità del proprio immaginario.
Tre concerti. Tre linguaggi. Un’unica idea di festival.
Se questa edizione lascia una certezza, è che La Prima Estate non rappresenta più un’eccezione nel calendario italiano. È diventata un punto di riferimento. Un festival che non ha bisogno di essere paragonato ai grandi appuntamenti europei per legittimarsi, perché ha ormai dimostrato di poter giocare la stessa partita con una personalità riconoscibile, una direzione artistica coraggiosa e una proposta che mette la musica — davvero — al centro di tutto.
Photo Credit: Nicola Londei







































