Stadio Colletta, Torino — 4 luglio 2026
C’è un quaderno, sul palco, grande come una parete, e per due ore e mezza sarà lui a respirare al posto nostro. Ogni pagina che si volta è una data strappata al calendario, ogni data un mondo che si apre e si richiude in pochi minuti. Ma il tempo che scandisce non è solo teatrale: è il tempo di una lotta che si racconta a puntate, di un amore – quello che i Tamango chiamano T’amango – che ha bisogno di pagine, di scene, di corpi per farsi capire fino in fondo. E il racconto è quello di una libertà politica, è amore per la vita intesa come resistenza continua. Lo si intuisce già dalla prima pagina, e non se ne esce più per tutta la sera. Difinirlo un collettivo è riduttivo: quello dei Tamango è un progetto artistico che non si lascia rinchiudere in un sostantivo solo.
L’impalcatura scenica è già una dichiarazione politica, prima ancora che estetica. In alto, sospesi come su un balcone, i musicisti – batteria, basso, chitarra, sax, violoncello, tastiere, synth: un impasto che dal vivo morde e lascia una traccia incredibile. In basso, dove il pubblico può quasi toccarli, gli attori e le attrici, le ballerine e i ballerini, le voci che raccontano. Ma i due piani non sono una gerarchia: sono due polmoni dello stesso corpo e comunicano attraverso un segnalibro rosso cucito dentro il grande quaderno-scenografia, una soglia sottile che gli artisti attraversano scivolando, come se ogni volta imparassero di nuovo a cadere insieme.
Il concerto si apre con Amerò. Sono tutti vestiti da marinai, la pagina segna settembre, e in quel settembre delicato e struggente il pubblico salpa senza saperlo verso un viaggio che, lo si capirà solo più tardi, è già una promessa di lotta condivisa.
Da lì in avanti è un fiume di quadri che non si fermano mai per farsi ammirare e in ognuno la festa e la rabbia si tengono per mano. Un’ode agli amici della piazza, che è insieme nostalgia e chiamata a raccolta. Un canto di Natale con la neve finta che cade sul palco come a proteggerci dai nostri pensieri. E poi il corteo e i manifesti della politica italiana ricoperti di vernice: un gesto che non chiede permesso e che nello stadio suona come un patto tra chi è sul palco e chi è sotto. E ancora la lotta contro il maschio performativo, le relazioni, la paura. È tutto un susseguirsi di temi e pensieri, tra Claudio Bisio, Il cielo sopra Berlino e Una casa in campagna. In mezzo a tutto questo, la citazione a Canzone Triste arriva come una ferita intima, che ci ricorda come oggi persino l’amore non trova più spazio, schiacciato da una fretta lavorativa che non lascia respiro e allora anche amarsi è un atto di resistenza. Anche Margherita Vicario diventa attrice della Rampallonata per Carlotta e il quaderno, si trasforma in un letto dove la lotta, per un attimo, si fa intimità.
Quello che colpisce, oltre alla scena, è ciò che la sostiene da sotto ed è anche da qui che si capisce quanto la loro politica non sia solo predicata ma praticata. I costumi vengono cuciti dalla banda a mano e il merch è un “Mercato” allestito da loro con capi personalizzati con la celebre toppa rossa accanto a decine di altre patch colorate. Persino il cibo è preparato dai membri dei Tamango che infornano pizze per chi è venuto ad ascoltarli. Nessuna produzione esterna, nessun appalto, nessuna scorciatoia: l’autarchia, qui, non è una scelta di stile ma una forma di lotta contro un’industria che vorrebbe normalizzarli.
Il finale della Rampallonata è commovente e giusto, la perfetta conclusione della performance a cui abbiamo assistito per tutta la serata. Un gruppo di artiste vestite di rosso canta l’inno d’Italia riscritto, le parole originali sostituite da altre che raccontano la condizione precaria delle donne, in questo Paese e in generale nel mondo. Poi la storia di Marta prende voce e ci parla di violenza, quella subita da una ragazza ancora minorenne, seguita fuori da scuola da un uomo che l’aspettava. Ed é lì che si capisce perché é proprio Marta a dipingere i volti di rosso. Poi ogni componente della banda si stringe alle donne sul palco, perché la lotta è di tutti e di tutte, non solo di chi la subisce sulla propria pelle. È lo stesso principio che tiene insieme l’intera serata: la difesa della Costituzione contro i fascismi vecchi e quelli nuovi, che si travestono meglio ma pesano uguale, la lotta contro le forze dell’ordine repressive, contro le condizioni salariali che umiliano, contro le carceri che non riabilitano, contro le guerre sparse per il mondo, contro l’erosione lenta di diritti fondamentali come quello di protestare. Non temi giustapposti a uno spettacolo, ma lo spettacolo stesso. Il palco ospita tutti e 30 componenti quando arriva Matador che passa subito la parola ad Amerò, come un cerchio che si richiude su se stesso senza perdere nulla per strada.
Passata la mezzanotte, comincia la Tamangata. Il rito cambia pelle e si sposta su un secondo palco, poco più in là: piccolo, ottagonale, blu, come un pianeta minore caduto accanto al primo. Gli strumenti sono incastonati nelle postazioni, gli artisti si muovono in pantaloncini sportivi, scalzi, senza più costumi né maschere come se ci avessero portato dentro la loro sala prove. Intorno, il buio, bucato solo da qualche luce; il pubblico non ha più barriere, si mescola, respira la stessa aria di chi suona. Ed è forse qui, più che altrove, che si tocca con mano il senso ultimo di T’amango: un amore che non riconosce più il confine tra chi guarda e chi fa, tra chi lotta e chi assiste; un futuro che non è mai solo individuale, ma sempre collettivo, senza mai lasciare nessuno indietro. La musica lo dice meglio di ogni discorso: è una jam travolgente, voci che si cercano e si sciolgono l’una nell’altra, musica elettronica e voci distorte che si intrecciano a sax e batteria. È l’esatto contrario, nella forma, dello spettacolo appena finito ed è per questo che gli somiglia più di ogni altra cosa: perché la resistenza dei Tamango non ha una sola forma, ne ha due o forse mille, e le vive tutte fino in fondo, nel tempo della stessa notte.
Lunga vita alla banda. Lunga vita alla resistenza.
Live report a cura di Benedetta Capobianco
Foto di Nicola Londei




















