Solo un anno fa, parlando di “Virgin“, Lorde confessava di aver passato anni a rendere il proprio corpo «molto piccolo». Credeva fosse quello che ci si aspettava da una donna costantemente esposta allo sguardo degli altri. Ma rimpicciolirsi non significava solo perdere peso: significava consumare la propria presenza, confondere il controllo con la libertà fino a ritrovarsi debole, scollegata da se stessa, incapace perfino di creare.
Ieri sera, al Parco della Musica per Unaltrofestival, dopo l’elegante apertura affidata a Joan Thiele, è successo l’esatto contrario. Lorde ha occupato tutto lo spazio possibile.
Corre. Si piega. Si contorce. Suda. Si lascia guardare senza cercare di controllare quello sguardo. Balla come se il corpo non fosse più qualcosa da correggere, ma l’unico linguaggio rimasto. È difficile non pensare che il vero spettacolo di Ultrasound non sia la scaletta o la scenografia, ma il modo in cui una delle popstar più influenti della sua generazione mette in scena la riconquista della propria fisicità.
Lo show è ridotto all’osso. Lei indossa una maglietta fucsia e un paio di pantaloni neri a vita bassa che non cambierà mai durante il concerto. Intorno, quasi nulla. I tecnici entrano ed escono continuamente, spostano elementi scenici davanti al pubblico, i cavi restano visibili, le strutture metalliche non vengono nascoste. È un concerto volutamente “raw and unadorned”: crudo, spoglio, anti-spettacolare.
Anche la band rifiuta il rituale del live pop. I musicisti suonano rivolti verso i propri strumenti, spesso dando le spalle alla platea, come se il centro della scena non fosse l’intrattenimento ma il gesto stesso del fare musica. Lorde smonta il meccanismo del grande concerto pop mostrandone gli ingranaggi, ricordando continuamente che tutto ciò che sta accadendo è costruito, e proprio per questo autentico.
In mezzo a quella struttura esposta, però, c’è un corpo che finalmente non si nasconde più.
È un’immagine che attraversa tutta la sua carriera. Quando diventò famosa con Pure Heroine, poco più che adolescente, raccontò di essersi rifugiata in abiti sempre più coprenti, quasi fossero un’armatura contro uno sguardo pubblico che non sapeva ancora abitare. Più tardi sarebbe arrivata un’altra forma di protezione, molto più invisibile e violenta: la ricerca ossessiva del controllo, la magrezza come promessa di sicurezza, il corpo ridotto fino a occupare meno spazio possibile.
Con Melodrama, il corpo era già al centro del racconto, ma era un corpo che cercava di dimenticarsi. Ballava per sopravvivere alla fine di un amore, attraversava notti fatte di alcol, sostanze, sesso e dipendenze emotive. C’era il bisogno disperato di essere scelta, la paura di essere “troppo”, la sensazione che il movimento fosse l’unico modo per non crollare.
Negli anni successivi quella corsa si è trasformata in un’altra prigione. Non più il caos, ma il controllo. Non più l’eccesso, ma la sottrazione.
Virgin nasce proprio dalla necessità di interrompere quella dinamica. È forse il disco più fisico che Lorde abbia mai scritto. Dentro ci sono saliva, appetito, ovulazione, sesso, sigarette, MDMA, test di gravidanza. Il corpo non viene raccontato come qualcosa da disciplinare, ma come un organismo vulnerabile, mutevole, attraversato dal desiderio e dall’incertezza.
In “Man of the Year”, comprimersi il petto con del nastro adesivo diventa il gesto attraverso cui riconoscere una parte più maschile di sé. In “Clearblue”, l’attesa davanti a un test di gravidanza sospende il corpo in uno spazio dove convivono paura, possibilità e trasformazione. Persino le sostanze cambiano significato: non servono più soltanto a fuggire, ma diventano strumenti attraverso cui entrare in contatto con emozioni che sembrano depositate nella carne.
La copertina del disco racconta tutto questo con un’unica immagine: una radiografia blu del bacino. Si vedono le ossa, la zip dei jeans, la fibbia della cintura, la spirale contraccettiva. La pelle scompare. Non esiste più una superficie da controllare, da rendere desiderabile o da proteggere. Rimane solo la struttura più intima del corpo. Virgin, in fondo, non parla di purezza sessuale. Parla del tentativo di coincidere finalmente con se stessi.
Ed è qui che il concerto completa quel racconto.
Se la radiografia della copertina toglieva la carne per arrivare all’essenziale, sul palco Lorde compie il gesto opposto: restituisce a quelle ossa muscoli, voce, respiro e sudore.
La sequenza che unisce “Ribs”, “Liability” e “Green Light” ai brani di Virgin come “Hammer”, “Man of the Year” e “David” sembra raccontare una sola lunga storia. Quella di una ragazza che aveva imparato a vivere il proprio corpo come un problema, una superficie continuamente giudicata, e che oggi sceglie invece di abitarlo fino in fondo.
Alla fine, forse, il concerto di Lorde non parla tanto della trasformazione di un’artista quanto di qualcosa di molto più semplice e radicale: il momento in cui smetti di chiedere il permesso di esistere.
E scopri che occupare spazio può essere il gesto più politico, vulnerabile e potente che un corpo possa compiere.
.
