Sono in tre, vivono in provincia di Bari e hanno appena pubblicato il loro album di esordio Trigger. Si chiamano Lit Up Fuse. Hanno idee politiche e sociali molto ben definite, così come un suono in continuo divenire, grazie a tante influenze e provenienze lontane. Alla vigilia del loro primo tour in Italia, incontriamo Alice e Bruno per scoprire di più. Il nome “Lit Up Fuse” evoca un’immagine potente di tensione e deflagrazione imminente.
Come è nato questo progetto e cosa vi ha spinto a fondere punk ed elettronica in modo così radicale?
Bruno: Volevamo evocare proprio questo senso di tensione, di ciò che si sente nel momento prima dell’esplosione, così come il nostro album si chiama Trigger, che sta per “innesco”. Pensiamo al momento di massima tensione che precede una rivoluzione o un grande cambiamento. L’idea di unire generi musicali così distinti nasce dalla volontà di creare un sound più nostro, più autentico, unendo i nostri background diversi: io sono un produttore hip hop; Alice viene dal punk e dal rock; Emiliano è un produttore di musica techno, ma ha suonato come chitarrista e bassista in gruppi rock. Unendo queste provenienze differenti abbiamo cercato di mischiare le influenze, sfruttando i tratti e le radici comuni tra questi generi. Così è nato il nostro sound, che resta in continua evoluzione.
Come gestite questa fusione in studio e soprattutto dal vivo, dove mescolate elementi da band tradizionale con sonorità elettroniche?
Bruno: Noi iniziamo il nostro lavoro in studio di registrazione. Partiamo da una produzione elettronica e, dopo aver abbozzato il testo e la melodia, cerchiamo di unire tutto in sala prove insieme agli altri musicisti, arrangiando le parti. Questo processo è inizialmente difficoltoso, ma ci stimola a creare qualcosa di nuovo: riarrangiare una base elettronica con gli strumenti di una band è complicato, ma ci permette di esplorare strade nuove. Alla fine torniamo in studio dopo varie modifiche, avanti e indietro tra sala prove e registrazione, fino a ottenere il brano nella sua veste definitiva.
Parlando di influenze e generi cui vi ispirate, quali sono gli artisti che più vi hanno determinato? Non penso solo a musicisti, ma anche ad altri ambiti.
Alice: Ascoltiamo tantissima musica prima di scrivere e avviare il nostro processo creativo. Ci piace molto l’hip hop britannico, ad esempio quello di Slowthai, così come il punk di Amyl & The Sniffers, Idles, Viagra Boys, Lambrini Girls. Sul versante elettronico siamo molto influenzati dai Brutalismus 3000. Ecco, questi sono alcuni nomi che mi vengono in mente, ma ascoltiamo molto altro. Pensando a ispirazioni non musicali, guardiamo tantissimo cinema. Ultimamente abbiamo preso spunto da L’odio, anche per il processo di campionamento. Io, poi, sto per diventare psicologa, e Trigger richiama il tema dell’innesco di un trauma. Insomma, attingiamo a tanti ambiti.“Trigger” rappresenta l’attimo prima dell’irreversibile, quel momento sospeso prima del cambiamento.
Cosa ha innescato questo disco per voi personalmente e cosa sperate possa innescare in chi lo ascolta?
Bruno: Ci aspettavamo che l’album innescasse un cambiamento nelle riflessioni di chi lo ascolta. Ogni brano tratta temi socio-politici per noi essenziali, legati all’attualità italiana e globale. Per questo vorremmo suscitare una riflessione, ma anche far muovere e ballare le persone nei live. C’è questa doppia ricerca: far divertire da un lato e far riflettere dall’altro.
Alice: Il titolo ha una doppia valenza: il momento di sospensione prima di un cambiamento irreversibile, ma anche l’emersione di vissuti soppressi, schiacciati nella memoria. Questa ambivalenza richiama uno scenario di corpi e potere in cui predichiamo liberazione. Parliamo di valori come antifascismo e transfemminismo attraverso l’occupazione corporea degli spazi, come accade durante il ballo. L’album ha una forte componente politica: transfemminismo, antifascismo, denuncia sociale.
Come bilanciate l’urgenza del messaggio con la necessità di creare musica che funzioni anche sul piano sonoro ed emotivo?
Alice: Ciascuno di noi, nel tempo, ha intrapreso un lungo percorso di decostruzione di aspetti pervasivi nelle nostre vite. Io e Bruno abbiamo una cooperativa sociale che lavora a progetti educativi di strada con ragazze e ragazzi segnalati dai servizi sociali per questioni lavorative e abitative. Questo ci fa confrontare quotidianamente con vissuti di profonda angoscia e difficoltà. Così abbiamo scoperto più da vicino cosa significa subire un’assenza di potere nella vita di una persona. Per questo i temi di cui parliamo sono centrali nelle nostre vite. Anche in Privilege, tratta da Trigger, parliamo proprio di questo: del privilegio di poter cantare su un palco.
Alice, come dicevi hai un background in psicologia. I tuoi testi affrontano violenza di genere, collasso climatico, omotransfobia. Li scrivi da sola? Da dove nasce questa urgenza narrativa e come il tuo background in psicologia influenza il modo in cui scrivi?
Alice: Sì, sono l’autrice principale e Bruno è coautore. Lavoriamo insieme durante la scrittura. La psicologia mi ha permesso di comprendere davvero me stessa, facilitando la traslazione di questa consapevolezza nei testi che scrivo; mi ha aiutata a capire meglio il vissuto emozionale delle persone, ad esempio quello della rabbia. Ho capito che non va soppressa, ma usata come strumento positivo, utile a raggiungere obiettivi comuni. A me la psicologia piace tantissimo: mi permette di comprendere gli schemi cognitivi che stanno dietro i comportamenti quotidiani, anche nelle tendenze politiche più ampie. Penso a ciò che fanno le destre nel mondo e ai trick cognitivi che usano per diffondere i propri messaggi, attaccando i più deboli.
La forza e la definizione politica del vostro messaggio sono mai state un ostacolo nella vostra attività da musicisti?
Alice: Inizialmente un po’ sì. Non è stato facile ritagliarsi uno spazio nella scena musicale. Non solo per i temi, ma anche per il sound. Forse è proprio l’unicità del nostro suono ad averci creato difficoltà all’inizio. Ora che siamo entrati nel roster di Django Music abbiamo trovato pieno supporto sin da subito, sia sul piano tematico che sonoro. Carmine Errico, il nostro manager, ha voluto valorizzare i nostri testi e il nostro suono. Anche i promoter con cui abbiamo interagito per il tour che sta per partire si sono mostrati molto interessati, sia ai temi che al format che porteremo. Proietteremo il film dei Kneecap prima dei nostri live. Credo che in Italia, al momento, ci sia una rinnovata esigenza di parlare di questi temi, e le persone lo percepiscono e si stanno attivando.
Parlando del tour che sta per iniziare per promuovere Trigger: come vi sentite?
Bruno: Da un lato siamo felicissimi, perché ambivamo da tempo a far partire un tour in tutta Italia. Partendo dal Sud non è facile immaginare un tour in club e luoghi importanti per la musica, visto che qui l’economia musicale non è florida, anche in termini di infrastrutture. Per questo un tour ci sembrava un’ambizione lontana. Per fortuna, con Django siamo riusciti a costruirlo, e ora stiamo per partire. Ci rende felicissimi ed emozionati, con una scarica di adrenalina notevole. Stiamo provando a portare dal vivo qualcosa di nuovo, con un po’ di sorprese rispetto ai nostri vecchi concerti. Cercheremo di rendere lo spettacolo interessante anche con la proiezione del film dei Kneecap, come dicevamo. Ci ispiriamo molto a loro, vista l’affinità tematica, e poterli portare in giro ci emoziona molto.
A proposito di tour, si parla sempre più della difficoltà per artisti e promoter di sostenere i costi e la fatica che i tour implicano. Come vi sentite voi alla vigilia del vostro primo tour?
Bruno: Negli ultimi due anni abbiamo suonato dal vivo curando sempre in prima persona i live e le trasferte, partecipando a un sacco di call che ci hanno permesso di imparare a gestire l’organizzazione degli eventi. Non è stato semplice: in alcuni periodi abbiamo suonato meno del solito, viste le difficoltà. Prima di unirci a Django eravamo completamente indipendenti e già strutturati, quindi non siamo arrivati all’agenzia da sprovveduti. Abbiamo sfruttato la rete di amici e musicisti del territorio per ottenere sostegno e aiuto in ogni attività che facciamo: dai live alle grafiche, fino all’ufficio stampa. Siamo al centro di un gruppo di persone che crede in questo progetto, sia dal punto di vista artistico che del messaggio.
Siete tutti e tre di base in Puglia. Che rapporto avete con una regione che viene vista come in crescita dal punto di vista musicale?
Alice: Cito ancora Django: avendo sede anche a Bari come agenzia, devo dire che iniziare a lavorare con loro è stato importante per la scelta di restare qui. Prima avevamo considerato l’idea di andare via dall’Italia, mentre adesso possiamo goderci un po’ di più l’idea di restare nel luogo in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo i nostri affetti. La restanza è un valore in cui crediamo: non è semplice decidere di restare nel luogo in cui si è nati, se è più difficile raggiungere le risorse che potresti avere altrove. In futuro, comunque, uno spostamento potrebbe essere una tappa importante del nostro percorso musicale, magari mantenendo la base in Puglia.
Bruno: In questa fase della nostra vita siamo felici di essere qui. Far crescere la Puglia e creare reti è importante per tutti noi. La regione sta crescendo molto dal punto di vista culturale e artistico. Nel nostro lavoro con la cooperativa abbiamo vinto bandi regionali come Luoghi Comuni, che ci ha permesso di aprire a Rutigliano uno studio di registrazione chiamato Root. Abbiamo costruito così uno spazio per gli artisti del territorio. Prima mancava uno studio a Rutigliano, oppure c’erano solo studi molto grandi, difficilmente accessibili per i musicisti emergenti. La Puglia ha lavorato molto su questi aspetti, e questo è il momento giusto per costruire qualcosa qui. L’artwork dell’album gioca sul concetto di “attimo prima”, vista la miccia che sta per spezzarsi.
Quanto è importante per voi l’aspetto visivo e concettuale del progetto? Penso all’artwork, certo, ma anche ai live.
Alice: Prima di ascoltare una canzone, ognuno vede la copertina che ha. Per questo crediamo sia importante curarla, come abbiamo fatto sia per l’album che per i singoli. All’inizio abbiamo cercato di fare tutto autonomamente, inclusa la parte artistica e comunicativa. Non essendo grafici, però, abbiamo capito a un certo punto di dover delegare alcune cose. Abbiamo trovato amici pronti a sposare al 100% il nostro lavoro. Con loro abbiamo realizzato la copertina di Trigger – iperrealista, senza scritte che distraggano dal focus sulla miccia che brucia – curata in particolare da Giuseppe Spagnuolo. Sono tutte persone del territorio, con cui lavoriamo spesso. Così è nato un team di collaboratori che ha partecipato al progetto sin dall’inizio.
Ora vi godrete il tour, lo so, ma per il futuro che programmi avete?
Bruno: Noi vorremmo fare molto più di quanto riusciamo. Ora siamo concentrati sul tour, per arricchirlo e riempire il live anche dal punto di vista visivo e dei nuovi brani che porteremo. Non faccio spoiler, ma stiamo lavorando a diverse cose per queste date. Poi, stiamo già lavorando a un secondo disco. Non ci siamo mai fermati nella scrittura: abbiamo computer e telefoni pieni di bozze e idee che vorremmo sviluppare e trasformare in nuovi brani il prima possibile. Dopo il tour ci concentreremo sulla scrittura del secondo disco. Non ci piace nulla di più del fare musica, e vogliamo continuare a crescere in questa missione.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
