Gennaio 25, 2026
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L’abbiamo conosciuta in apertura ai CCCP durante il Flowers Festival della scorsa estate, ed è bastato un solo ascolto per capire che la sua musica sarebbe rimasta con noi. Lamante, al secolo Giorgia Pietribiasi, è un’artista che vive di contrasti: visceralità ed eleganza, dolcezza e ferocia, istinto e consapevolezza.

Classe ‘99, Lamante è tra quelle giovani cantautrici che rifuggono le logiche di mercato per dedicarsi alla musica in modo puro, totale. La sua creatività è un connubio di erotismo e sincerità , supportata da una band coesa con cui condivide radici scledensi e un lungo lavoro in sala prove. Il risultato? Un suono unico, in cui il folklore popolare incontra la trance musicale e il punk, con un’attitudine alternative che richiama le atmosfere dell’indie anni Duemila.

Il concerto si apre con un momento quasi rituale. Lamante e la sua band – Elia Guglielmi alla chitarra elettrica e ai cori, Giulio Tisato al basso e Piero Pederzolli alla batteria – entrano in scena intonando a cappella un mantra: «Per un attimo dolore, poi solo l‘amore». Una frase ripetuta più volte, come un canto partigiano, con il pubblico immerso in un’atmosfera sospesa tra spiritualità e ribellione. Un inizio che già anticipa il cuore del live: una mano sul cuore e un grido in gola.

Poi, gli strumenti prendono il sopravvento. L’elettronica si mescola al rock, le percussioni colpiscono le viscere, la sezione melodica ipnotizza, mentre i testi, crudi e poetici, arrivano dritti allo stomaco. Ogni brano dell’album In Memoria Di, co-prodotto con Taketo Gohara, contribuisce a costruire una narrazione intensa, ossessiva, con la ripetizione come chiave comunicativa primordiale.

Brani come “Rossetto”, “Ed è proprio così” e “Prima di te” iniziano con l’intimità della chitarra acustica per poi esplodere in un caos sonoro e vocale, incarnando quella “maleducazione” artistica che si oppone alla compostezza imposta dalle convenzioni. E se la musica non può essere educata, viva la maleducazione!

Dall’altra parte, l’anima punk di Lamante emerge con tutta la sua forza in pezzi come “Ebano” e “Non chiamarmi bella”, brani in cui il suono si fa feroce, le frequenze si saturano e il pubblico si lascia trascinare in un pogo spontaneo. Su quest’ultima canzone, Elia Guglielmi scende tra la folla per innescare il movimento del pogo, e l’energia diventa incontenibile.

Ogni canzone affronta con stratificazione temi universali: amore, morte, rivoluzione. L’ultimo piano incanta con i suoi riff e groove incalzanti, trascinando il pubblico in un coro liberatorio, mentre “Guerra & Pace” arriva come un pugno: elettronica, scream e un finale di pura poesia, con le parole tratte da una delle ultime lettere della zia Loredana: «Non ci saranno più ne scuole nè chiese, perché il mondo diventerà una scuola e una chiesa».

Il momento più toccante della serata arriva con “Ciao cari”, brano ispirato all’omonima opera di Stefano Guglielmin e dedicato alla zia scomparsa. Solo chitarra e voce, per un pezzo che scava nel dolore dell’autodistruzione e nella speranza di una rinascita. La sala trattiene il fiato, poi esplode in un applauso commosso.

C’è spazio anche per una sorpresa: “Il vuoto”, un inedito che nasce dal palco prima che dallo studio e che affonda le radici nell’estetica grunge. Un brano che colpisce dritto al cuore, soprattutto per un verso che risuona forte tra il pubblico: «Una magia più forte della morte sei tu».

Tra un brano e l’altro, Lamante condivide aneddoti al limite del surreale. Racconta della nascita di “La nostra prova di danza”, inizialmente una canzone d’amore, poi trasformata in una dedica alla sorella maggiore grazie all’inaspettato intervento di Motta. Oppure del nonno Mario, che con la sua vita contadina le ha insegnato ad accettare la perdita.

Il concerto si conclude senza barriere tra palco e pubblico. Un bis richiesto a gran voce, un’ultima ondata di emozioni condivise. Lamante è un’artista carismatica, capace di smuovere sentimenti profondi e di trascinare l’ascoltatore in un viaggio tra radici, memoria collettiva e identità culturale. In un panorama musicale sempre più orientato all’ estemporaneità , la sua complessità è un respiro di sollievo. E noi, ancora una volta, siamo felici di aver incrociato il suo cammino.

Photo Credit: Maurizio Lesto De Angelis

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