Cascina Falchera, Torino 17 Maggio 2025 – È andato in scena in uno dei luoghi più simbolici della rigenerazione culturale torinese il live di La Niña, al secolo Carola Moccia, che ha portato sul palco il suo nuovo e potente album Furèsta, pubblicato lo scorso 21 marzo per BMG. Una performance che non è stata solo un concerto, ma un rito collettivo in cui la memoria si è fusa con l’innovazione, e la musica ha ritrovato una funzione quasi originaria: quella di tramandare, guarire, resistere.
Il live è stato un’esperienza immersiva, intensa, a tratti quasi visionaria. Furèsta, nato dalla collaborazione con il compositore e polistrumentista Alfredo Maddaluno, è un disco che affonda le radici nella tradizione contadina campana, ma non si ferma lì: rielabora, decostruisce, innova, fino a creare un linguaggio sonoro personale, sospeso tra passato e futuro.
Uno degli elementi più sorprendenti della serata è stata proprio la scelta timbrica: la chitarra battente, il mandolino, il clavicembalo, i tamburi tradizionali. Strumenti antichi, dal suono organico e profondo, risuonano nel live con una forza che trascende il tempo. La Niña non li usa come vezzo folklorico, ma come veicoli di una sapienza del suono che appartiene a un mondo ancestrale. Ogni suono è stato scelto e lavorato con rigore, in una ricerca che è tanto musicale quanto culturale.
Il risultato è una musica che si impone non per volume ma per densità emotiva. In O’ Ballo d’’e ‘Mpennate, il ritmo è costruito interamente sugli zoccoli dei cavalli, registrati seguendo il trotto. In Tremm’, i capelli di La Niña sfiorano i tamburi creando un fruscio quasi impercettibile, eppure essenziale. È in questi dettagli che si coglie la differenza tra chi suona e chi ascolta il suono: La Niña lavora sul confine sottile tra il gesto e il significato, tra il rumore e la memoria.
Il palco si trasforma presto in un altare laico, dove le voci si mescolano ai tamburi e il canto si fa corpo. In Figlia d’’a Tempesta e Mammama’, due tra i momenti più intensi del set, la voce di La Niña si staglia nuda, potente, vulnerabile. Non cerca mai l’effetto facile: ogni parola pesa, ogni pausa racconta.
Il pubblico, inizialmente attento e curioso, finisce per essere totalmente rapito. Non ci sono hit da cantare, non c’è il consueto climax da concerto pop. C’è piuttosto un processo, un percorso condiviso in cui ogni brano diventa una stazione, un passaggio. È raro oggi vedere un’artista portare avanti una proposta così radicale con questa lucidità e coerenza.
Furèsta è un album che rompe gli stereotipi sulla napoletanità: non c’è folklore da cartolina, non ci sono santi e babà, ma nemmeno rifiuto o rottura netta. C’è invece un recupero profondo della complessità, della pluralità e anche della violenza simbolica e reale che attraversa certi paesaggi dell’anima e del territorio.
La musica antica, nelle mani di La Niña, diventa lingua nuova. Non è revival né nostalgia: è un atto di riappropriazione e visione. E il concerto di Torino, tappa del suo Furèsta Tour, lo ha dimostrato in pieno. Un’esperienza sonora che non si limita a intrattenere, ma invita ad ascoltare davvero, a rallentare, a ricordare da dove veniamo e immaginare dove possiamo ancora andare.
Photo Credit: Elisabetta Canavero























Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
