Al BOnsai Garden di Bologna non è andata in scena una semplice operazione nostalgia. I Jet sono saliti sul palco con la consapevolezza di chi sa di portarsi addosso il peso di un’eredità ingombrante: quella del rock’n’roll classico, dei riff sporchi, dei ritornelli da urlare a pugni alzati e delle canzoni che sembrano nate in un garage con un amplificatore troppo alto.
La band australiana ha trasformato la serata in una celebrazione del suono che non ha mai avuto bisogno di troppe sovrastrutture: chitarre taglienti, batteria dritta come un treno merci e una voce capace di passare dal graffio alla melodia senza perdere credibilità. Nessun trucco, nessuna posa da museo del rock: solo sudore, volume e una manciata di brani costruiti per il palco.
Il fantasma dei grandi padri del genere aleggia inevitabilmente: dagli Stones agli AC/DC, passando per il brit rock più muscolare. Ma il punto forte dei Jet è proprio quello di prendere quel linguaggio e restituirlo con una fame ancora intatta. Il loro rock non cerca di sembrare giovane: si comporta semplicemente come se il tempo non fosse mai passato.
Il pubblico bolognese ha risposto presente, trasformando il BOnsai in una piccola arena dove vecchi fan e nuove generazioni si sono ritrovati sotto lo stesso riff. I momenti più riusciti sono quelli in cui la band lascia parlare le chitarre, quando ogni pausa sembra solo il preludio a un’esplosione successiva.
Una serata ruvida, rumorosa e nostalgica nel senso migliore del termine: non un viaggio nel passato, ma la dimostrazione che certe formule — una grande canzone, un palco acceso e un volume spinto oltre il limite del comfort — funzionano ancora.
Photo Credit Claudia Mei






























