Prima di raccontarvi le sensazioni di un concerto davvero straordinario dal punto di vista musicale, urge un preambolo. Se non avete mai assistito ad un concerto punk, alcune cose di certo non le coglierete. Non pienamente, e nell’essenza propria, nel suo ‘vitale soffio’ per lo meno. E questo a prescindere dal fatto che i Fontaines DC si siano un po’ discostati, nella loro parabola musicale e nella crescita artistica dagli esordi fino ai giorni nostri, da quel post punk con tratti lirici, ma ancora scarnificato e caustico, e generalmente ‘ingenuo’ – qui usato nell’accezione di non mediato, fuori dagli standard – degli esordi.
Ma l’animo, lo spirito, l’ideale che fa da substrato ad un ‘corpo’ di una band così ben amalgamata nel tempo, difficilmente cambia, né si trasforma in maniera irriconoscibile: magari si evolve, certo, ma quello che era e che è te lo ritrovi ancora lì davanti a te, undici anni dopo la sua nascita e dopo che ne sono passati sei dall’album d’esordio: un lavoro che colpiva per la sua “esplosione di rabbia della classe operaia che si sviluppa articolata mantenendo il suo ululato primordiale”, com’era stato definito dai critici britannici all’atto della sua uscita. E’ quella stessa esplosione che si è ritrovata lì ieri sera sul palco, e quella classe operaia era ancora presente, anche tra i colori di un pubblico di certo variegato, ma i cui tratti fronte-palco erano quelli di una gioventù che ha un’identità, che forse rappresenta davvero di nuovo i germogli di un cambiamento piantati sull’humus di una disillusione e di una evidenza che non lascia scampo: l’evidenza di un fallimento sesquipedale di quelle generazioni genitrici che gli stanno lasciando un mondo davvero poco a misura di umanità.
Quella rabbia popolare sale già sul palco con gli Shame, “fuckin’ brothers” – così come da definizione del cantante del gruppo Charlie Steen – dei cinque ragazzi di Dublino, che anticipano con il loro avvento il mood amaramente politico e anti-establishment della serata, con il loro rock certamente più diretto, meno articolato rispetto ai Fontaines, ma che sa arrivare dritto al cuore e alla pelle dei tantissimi giovani e ragazzi che si accalcavano sotto palco. Un palco che, quando ci sono di mezzo loro, finisce quasi sempre per fare da trampolino allo stage diving : cosa che immancabilmente Charlie esegue, in perfetto stile punk, nella sua classica mise fatta di pantaloni e bretelle e petto nudo. Una setlist di 8 brani, che concludono l’apparizione con Cutthroat, primo ed eponimo brano del nuovo album in uscita a settembre.
Giusto il tempo di ‘rifiatare’ – si fa per dire – nella caldazza estiva della periferia milanese, e di godersi i colori di un tramonto che fa capolino da dietro il palco del Carroponte, che appaiono finalmente i Fontaines, guidati come sempre dal cantante e autore Grian Chatten, Ed è subito musica. Di quella tosta, non mediata, non sorniona, fatta di fede e di giovane passione, di voglia di incidere ma anche di divertire e far cantare. Una performance che parte sotto il cuore issato a mezz’aria, simbolo e immagine dell’ultimo lavoro del gruppo, che non per nulla è intitolato “Romance”, e che infatti fornisce al set dieci degli undici brani che ne compongono l’ossatura (mancando all’appello il solo Horseness Is the Whatness, stornato dalla lista forse proprio perché così distante da quell’ossatura punk e rabbia giovane, e allegra consapevolezza su cui la serata è stata disegnata. E in mezzo alle note di Boys in the better land, uno sguardo alla folla che danza e salta, e canta con Feroce catarsi le parole “You’re not alive until you start kicking \ When the room is spinning and the words aren’t sticking”, ti rendi conto che lo spirito del punk è ancora lì, che forse si è trasformato un po’, si è aggiornato in chiave informatica, ma che dopotutto non ha cambiato i connotati: perché quelli, i tratti somatici dello spirito punk, sono ancora dentro le speranze e la voglia di stravolgere e cambiare dei nostri ragazzi. Ragazzi che infatti saltavano, e cantavano, e gioiosamente urlavano la propria rabbia insieme a Grian e soci, verso un mondo che vorrebbero probabilmente diverso, e che molti di noi vorrebbero lasciargli cambiare un bel po’. Una rabbia scarna, che non accetta fronzoli o elzeviri, allo stesso modo con il quale la presenza dei Fontaines sul palco è per nulla sorniona e ammiccante. Nessuna frase per ingraziarsi il pubblico, a parte un “Milàn” detto tra una canzone e l’altra, e la chiamata al fratello di tour Charlie Steen perché lo raggiunga sul palco su Starburster, ultima canzone del set, a far festa con lui. Un set che sul penultimo brano degli encore – la bellissima I Love You – ha visto proiettare sugli schermi ai lati del palco la scritta “free Palestine” durante tutta l’esecuzione, e la chiosa “Israel is committing genocide. Use your voice”, al termine. Frasi semplici, non serve altro.
E d’altra parte, quel brano è un inno all’amore come unico elemento che può far nascere rivoluzione e cambiamento, in un testo nel quale ad un certo punto si parla di “selling genocide and half-cut pride”: in una società che ci vuole docili accettatori di ragioni di stato, l’unica soluzione è opporsi in nome di un amore. Perché forse “Romance is a place, for me and for you”, ben oltre che un sentimento. Può essere la nostra salvezza, la nostra redenzione, una terra promessa inclusiva che non espropria alcun territorio, nessuna casa, che non porta via vite, ma le fa fruttificare. Così come la musica. Così come questi ragazzi che da Dublino, scendono sul mondo a diffondere bellezza, anche nel contesto di un Carroponte dalla voce smorzata (ieri il livello del suono era davvero a dir poco ‘strozzato’) e dai tutori dell’ordine visti in abbigliamento anti-sommossa (chissà poi perché).
Una band che da più parti viene definita come la migliore dal vivo. Di certo un gruppo di ragazzi che, per dirla alla Paolo Borsellino, possiamo ritenere a giusto titolo come “la nostra speranza”
Articolo a cura di Stefano Carsen












Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi “encore”. Dal prog rock all’alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia.
