Dopo le polemiche, le scuse, le sparizioni (vere o presunte), Blanco torna. Lo fa come sempre: a modo suo, senza chiedere permesso. Prima con Piangere a 90, un titolo che suona come una dichiarazione di fragilità postmoderna; ora con Maledetta rabbia, un singolo che prosegue e amplia il racconto, mettendo a nudo la sua estetica emotiva e inquieta. Entrambi i brani sono pubblicati per EMI Records Italy / Universal Music Italy e accompagnati da videoclip firmati Broga’s, collettivo ormai centrale nell’immaginario visivo dell’artista.
Blanco ha sempre avuto una relazione complicata con l’opinione pubblica. Troppo impulsivo per essere un idolo inamidato, troppo vero per fingere equilibrio. Lo dimostrò senza filtri anche a Sanremo 2023, quando – in un gesto che voleva essere performativo ma fu recepito come distruttivo – prese a calci le rose sul palco. Un momento che ha lasciato il segno, più nell’immaginario collettivo che nella carriera dell’artista, e che oggi viene rivisitato in chiave simbolica nel videoclip di Piangere a 90. Un riferimento che merita di essere chiarito: la scena non era un atto di rabbia incontrollata, ma un rimando estetico a un videoclip che evidentemente, nella logica promozionale dell’evento, non è stato sufficientemente contestualizzato. Ancora una volta, Blanco ha pagato sulla pelle le scelte artistiche (e comunicative) di altri.
In questo nuovo ciclo, però, c’è qualcosa di diverso. C’è maturazione, ma non addomesticamento. C’è consapevolezza, ma nessun filtro. Maledetta rabbia è un’esplosione emotiva, un brano che torna a privilegiare sonorità più dirette, incalzanti, quasi tribali per certi versi. Prodotto ancora una volta da Michelangelo, il pezzo è un gioco di contrasti: strofe intime e rabbiose si alternano a esplosioni melodiche catchy, in quella dinamica a montagne russe che Blanco ha reso una delle sue cifre più riconoscibili.
Il testo si muove tra l’ammissione di colpa e la difficoltà di lasciar andare, tra il peso degli errori e una rabbia che non cerca giustificazioni, ma respiro. La voce è graffiata, vissuta, spezzata in alcuni punti – quasi a voler lasciare traccia fisica della sofferenza cantata. Non c’è spazio per pose: Maledetta rabbia non è solo un titolo, è uno stato mentale.
Il videoclip, che idealmente completa quello di Piangere a 90, è un viaggio visionario che parte in bianco e nero, con richiami chiari a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, e si trasforma progressivamente in un trip cromatico che evoca Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam. Non è solo un gioco visivo: è il riflesso diretto del cambio di sound tra le due tracce. Piangere a 90 era il lutto, Maledetta rabbia è l’elaborazione furiosa, confusa, irrisolta.
La direzione artistica affidata a Stefano Clessi (Eclectic Music Group) ha il merito di tenere insieme questi mondi apparentemente opposti – la malinconia e il delirio, la ferita e la fuga – senza mai farli collassare. Blanco sembra volerci dire che nessuna delle sue canzoni nasce per piacere, ma tutte per essere ascoltate. E, in fondo, è qui che si gioca la sua autenticità: in un pop che non ha paura di sporcarsi, di urlare, di contraddirsi.
Se c’è una cosa che Blanco dimostra con questi due nuovi brani è che la sua musica non è mai soltanto musica. È un luogo di esposizione totale, di pelle messa a nudo, di confini sfumati tra arte e vita. È un linguaggio che mescola rabbia e fragilità senza cercare consolazione. E forse, proprio per questo, continua a dividere.
Ma è anche in questo che sta la forza di Blanco: nel non essere mai innocuo, mai sterile, mai indifferente. Che lo si ami o lo si detesti, resta uno dei pochi artisti della sua generazione capaci di trasformare ogni caduta – reale o simbolica – in un atto creativo. Ed è lì, in quel punto preciso tra il troppo e il troppo poco, che nasce la sua arte.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
