Ottobre 5, 2026
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Dopo il malore di Francesco Gabbani a Letojanni e gli 80 interventi al Jova Summer Party di Montesilvano, una domanda diventa inevitabile: gli eventi estivi sono davvero progettati per il clima di oggi?

I concerti devono far battere il cuore. Ma non troppo.

La scena di Letojanni, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, è durata pochi minuti: Francesco Gabbani sale sul palco, comincia a cantare, poi il malore. L’esibizione si interrompe, arrivano immediatamente i soccorsi e il pubblico resta con quella sensazione che nessuno vorrebbe mai provare durante un concerto: qualcosa è andato storto.

Il giorno dopo, però, è lo stesso Gabbani a mettere un punto alle paure. In un video pubblicato sui social ha rassicurato i fan: sta bene, ha spiegato che il malore è stato legato a una combinazione di caldo, stanchezza e spostamenti e ha raccontato di essere stato soccorso subito. Ha anche annunciato il ritorno sul palco.

Bene. Anzi, benissimo.

Ma il punto non è più soltanto Gabbani.

Perché quasi contemporaneamente, a Montesilvano, durante il Jova Summer Party di Jovanotti, circa 30 mila persone hanno riempito la Music Arena. E circa 80 hanno avuto bisogno di assistenza sanitaria: per la maggior parte è bastato l’intervento nell’area del concerto, mentre sei persone sono state trasferite in ospedale. Tra i problemi segnalati, cali di pressione probabilmente legati al caldo e alla disidratazione, crampi dopo molte ore in piedi, ma anche attacchi di panico e altri disturbi.

Ottanta interventi su trentamila persone non significano automaticamente che un evento sia stato organizzato male. È un dato che va letto nel suo contesto. Ma è un dato che non può nemmeno essere archiviato come una semplice parentesi della cronaca estiva.

Perché questi episodi arrivano dentro un’estate nella quale il caldo non è più una variabile marginale.

L’Italia sta diventando più calda. Non è un’impressione da bar né una sensazione di chi ha passato troppe ore sotto il sole. Secondo il rapporto SNPA sul clima in Italia, il 2025 ha registrato una temperatura media nazionale superiore di 1,03 °C rispetto alla media 1991-2020. L’estate è stata la quarta più calda dal 1961, con un’anomalia di +1,46 °C. E dal 2000, sottolinea ISPRA, quasi tutti gli anni hanno registrato temperature superiori alla media.

Questo significa una cosa molto semplice: organizzare un grande concerto oggi non può essere la stessa cosa che organizzare un grande concerto vent’anni fa.

E qui comincia la discussione che forse l’industria degli eventi dovrebbe affrontare con maggiore urgenza.

Perché per troppo tempo la risposta al caldo nei festival è sembrata ridursi a una lista abbastanza prevedibile: acqua gratuita, qualche punto ristoro, nebulizzatori, un’infermeria, personale sanitario.

Tutto necessario.

Ma forse non più sufficiente.

La sicurezza non dovrebbe cominciare quando qualcuno sviene.

Dovrebbe cominciare prima.

Significa studiare l’orario dello spettacolo in funzione delle temperature previste. Significa valutare non soltanto la capienza dell’area, ma anche quanto calore possono accumulare migliaia di persone ferme per ore. Significa creare vere zone d’ombra e raffrescamento, progettare percorsi che consentano di uscire rapidamente dalla folla, aumentare i punti di assistenza, rendere facilmente individuabili i presidi sanitari.

Significa anche comunicare.

Dire prima del concerto quanto si prevede caldo. Spiegare dove trovare acqua e assistenza. Invitare il pubblico a non aspettare il malore per chiedere aiuto. Formare il personale a riconoscere i segnali dello stress termico e, perché no, anche delle crisi di panico.

Perché un festival è una piccola città temporanea.

E se una città viene progettata pensando alla sicurezza, non si capisce perché per un’arena da 20, 30 o 50 mila persone dovrebbe bastare molto meno.

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare: il pubblico non è fatto soltanto di ragazzi allenati alla resistenza.

Ci sono bambini. Anziani. Persone fragili. Persone che assumono farmaci. Persone che arrivano da ore di viaggio. Persone che hanno dormito poco. Persone che magari hanno bevuto poco durante la giornata e poi restano in piedi per quattro o cinque ore.

E c’è la folla.

Il caldo moltiplica la fatica, la fatica moltiplica il disagio, il disagio può trasformarsi in ansia. Basta poco perché una serata pensata per essere memorabile diventi una corsa verso il primo presidio medico.

Il problema, allora, non è demonizzare i concerti estivi. Né chiedere di cancellare i festival. Né trasformare ogni malore in un allarme.

È esattamente il contrario.

Se vogliamo continuare ad avere grandi concerti d’estate, dobbiamo renderli compatibili con le estati che abbiamo davanti.

L’industria dello spettacolo conosce benissimo il concetto di produzione. Sa prevedere il numero di camion, i watt delle luci, le dimensioni del palco, i tempi del soundcheck, i flussi del pubblico, le uscite, i costi della sicurezza.

Adesso deve imparare a mettere il caldo dentro lo stesso foglio Excel.

Non come voce accessoria.

Come parametro progettuale.

Perché il successo di un concerto non si misura soltanto dai biglietti venduti, dai decibel, dalle luci o dai video diventati virali il giorno dopo.

Si misura anche da quante persone tornano a casa sane.

A Letojanni, per fortuna, Gabbani oggi sta bene. A Montesilvano, per fortuna, la grande maggioranza degli 80 spettatori soccorsi ha potuto ricevere assistenza direttamente sul posto.

Ma la fortuna non può diventare una voce del piano di sicurezza.

Il caldo è cambiato. Gli eventi devono cambiare con lui.

E se distribuire acqua è il minimo, la sicurezza degli spettatori deve tornare a essere il massimo.

Articolo a cura di Angela Todaro

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