Ci sono concerti che intrattengono e concerti che costruiscono un mondo parallelo. Quello dei Cure alla Visarno Arena appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Quando le prime note prendono forma sotto il cielo di Firenze, ancora in bilico tra luce e oscurità, oltre quarantamila persone entrano in uno spazio emotivo in cui nostalgia, inquietudine e bellezza convivono senza contraddirsi.
Il debutto italiano del tour estivo 2026 arriva a quattro anni dall’ultima apparizione della band nel nostro Paese e pochi giorni dopo l’apertura della tournée al Primavera Sound di Barcellona. È il ritorno dei Cure nelle grandi dimensioni dei festival e delle arene, dopo gli eventi più raccolti legati all’ultimo capitolo discografico. Eppure, nonostante la vastità della cornice, la sensazione è quella di assistere a qualcosa di sorprendentemente intimo.
Prima dell’ingresso della band, i Mogwai trasformano il Firenze Rocks in una celebrazione della potenza evocativa del post-rock. I veterani scozzesi costruiscono paesaggi sonori che passano dalla contemplazione alla deflagrazione, ricordando come la musica possa raccontare storie anche senza affidarsi alle parole.
Quando il loro set termina, l’attesa cambia consistenza. I suoni atmosferici diffusi dagli altoparlanti, il rumore artificiale della pioggia e i lampi proiettati sugli schermi preparano il terreno a un ingresso studiato come un rituale. Alle 21:30 precise i Cure salgono sul palco. Nessuna teatralità superflua, nessuna introduzione enfatica. Solo la presenza di una band che, dopo quasi cinquant’anni di carriera, continua a possedere una delle identità più riconoscibili della musica contemporanea.
Accanto a Robert Smith ci sono Simon Gallup, Jason Cooper, Roger O’Donnell, Reeves Gabrels ed Eden Gallup. La nuova formazione porta inevitabilmente con sé anche il ricordo di Perry Bamonte, scomparso lo scorso anno. Un’assenza che aleggia discreta sul concerto, come accade spesso nelle storie delle grandi band che attraversano il tempo.
Smith appare esattamente come ci si aspetta e, allo stesso tempo, come nessun altro. I capelli spettinati, il trucco inconfondibile, il nero dominante nel guardaroba. Ma è soprattutto il modo in cui occupa la scena a colpire: senza mai cercare di dominarla. Cammina lentamente, osserva il pubblico, lascia che siano le canzoni a creare il contatto.
La prima parte dello show è un’immersione nel cuore emotivo del repertorio. Brani simbolo della loro storia trasformano l’arena in una gigantesca camera della memoria condivisa. Le melodie si intrecciano alle immagini proiettate sugli schermi, mentre migliaia di voci cantano parole che per molti accompagnano intere esistenze.
Il basso di Simon Gallup continua a essere uno dei pilastri dello spettacolo. Curvo sullo strumento, quasi immobile nella sua iconica postura, il musicista resta il motore silenzioso di una macchina sonora che alterna delicatezza e tensione. Attorno a lui la band si muove con una naturalezza impressionante, segno di una sintonia costruita in decenni di concerti.
La scaletta evita la trappola del greatest hits prevedibile. Accanto ai classici trovano spazio recuperi inattesi e brani meno frequentati, accolti con entusiasmo da un pubblico che dimostra una conoscenza profonda del catalogo della band. È uno degli aspetti più affascinanti della serata: i Cure non si limitano a celebrare il proprio passato, ma lo rimettono continuamente in circolo.
Nella parte centrale emergono anche alcune inevitabili imperfezioni sonore. In una struttura all’aperto e di queste dimensioni non tutto arriva con la stessa nitidezza. Qualche passaggio risulta meno definito del previsto, ma la forza emotiva dell’esecuzione supera ampiamente qualsiasi limite tecnico.
Particolarmente significativo è l’inserimento di un brano tratto dall’ultimo album, proposto come sorpresa rispetto alle date precedenti del tour. È un segnale chiaro: i Cure non stanno vivendo di rendita. Il materiale più recente dialoga con i classici senza apparire fuori posto, confermando come la scrittura di Smith continui a trovare nuove forme per raccontare fragilità, perdita e desiderio.
Con l’avvicinarsi della parte finale, il concerto assume toni sempre più cinematografici. Le luci si fanno essenziali, le immagini sugli schermi amplificano il senso di sospensione e la band costruisce lunghi crescendo che trasformano l’arena in un organismo unico. Alcuni dei momenti più intensi arrivano proprio qui, quando il rapporto tra palco e pubblico sembra dissolversi completamente.
Dopo oltre due ore di musica arrivano i bis. È il momento in cui la tensione accumulata durante la serata lascia spazio al lato più giocoso e luminoso della band. Robert Smith scherza con il pubblico, accenna passi di danza e guida la trasformazione dell’atmosfera. Le canzoni diventano più immediate, più leggere, senza perdere profondità.
I grandi inni generazionali vengono accolti da un’esplosione collettiva. Migliaia di persone ballano, cantano e si riconoscono nelle stesse melodie. È il momento in cui emerge con maggiore evidenza uno dei segreti dei Cure: essere riusciti a costruire una discografia capace di contenere malinconia e gioia senza separarle mai davvero.
La chiusura arriva dopo circa due ore e venti minuti. Nessun finale magniloquente, nessuna ricerca dell’effetto definitivo. Solo una canzone che attraversa generazioni e continua a parlare a tutti con la stessa immediatezza. Robert Smith resta sul palco qualche istante in più, osserva il pubblico, saluta da ogni lato della struttura e scompare lentamente.
È allora che diventa chiaro il motivo per cui i Cure continuano a occupare uno spazio unico nella cultura popolare. Le loro canzoni non offrono risposte. Offrono luoghi. Spazi in cui convivono ricordi, assenze, desideri e paure. Per qualche ora, a Firenze, oltre quarantamila persone hanno abitato quello stesso luogo insieme. E ne sono uscite un po’ diverse da come erano entrate.
Photo Credit Alessandro Stronati
Scaletta:
Alone
Pictures of You
High
A Night Like This
Lovesong
Secrets
Just Like Heaven
Treasure
Want
A Fragile Thing
Burn
Fascination Street
alt.end
Push
In Between Days
Play for Today
A Forest
Trust
From the Edge of the Deep Green Sea
Endsong
BIS
Lullaby
The Walk
Let’s Go to Bed
Mint Car
Friday I’m in Love
The Lovecats
Close to Me
Why Can’t I Be You?
Boys Don’t Cry












































