Ottobre 30, 2026
Copertina Ground Control


Nel 1992, mentre Los Angeles faceva ancora i conti con le fiamme seguite al caso Rodney King, i Rage Against the Machine pubblicarono “Killing in the Name”: quattro minuti di funk-metal compresso come una molla, costruiti attorno a un’accusa che nessun testo di sociologia ha mai formulato con altrettanta brutalità. Il pezzo mette sotto accusa il rapporto tra autorità, violenza istituzionale e ideologie suprematiste, e il suo cuore sta in un’idea semplice e feroce: un potere che si attribuisce il diritto di usare la forza, ma pretende di sottrarsi al giudizio morale e politico sul modo in cui la usa. Il ritornello, che qui non riporto per rispetto del diritto d’autore, lo conoscete a memoria: è un rifiuto urlato, ripetuto fino all’ossessione, di obbedire a chi chiede obbedienza in nome di se stesso. Che sia la difesa della “Nazione e della Proprietà”, come nei regimi di destra, o della “Rivoluzione e del Proletariato”, come in quelli di sinistra, il meccanismo del reato d’opinione risponde sempre alla stessa necessità: eliminare la complessità umana e il dubbio. Il potere dittatoriale si dichiara infallibile; di conseguenza, chiunque esprima un’opinione differente non è un cittadino che dissente, ma un criminale che attenta alla sopravvivenza dello Stato. Non c’è bisogno di essere in una dittatura per riconoscerne l’ombra: basta guardare con attenzione a come si usa la forza della legge quando il bersaglio è un’idea, più che un fatto.

Chi controlla il potere deve poter essere contestato, altrimenti la legalità rischia di diventare una parola pronunciata soltanto da chi detiene la forza. È un principio che viene da lontano, ma che torna d’attualità ogni volta che la cronaca ci costringe a metterlo alla prova. Come in questi giorni, intorno alla vicenda di Youssef Siher.

Riassumo i fatti, per quel che sappiamo. Siher, trentenne, è accusato di essere la “mente” del Movimento 17 ottobre, la rete che ha rilanciato la mobilitazione culminata, nel weekend del 17-18, negli scontri e nelle devastazioni di negozi a Milano. La Procura (e chi governa attualmente dietro di lei) ha sostenuto che quella mente, pur avendo ufficialmente aperto i suoi canali di informazione dopo i fatti avvenuti, potesse essere la miccia di quanto accaduto, e che per questo andasse incarcerato preventivamente, anche prima e a prescindere dall’averne verificato il nesso causale. Ma, ahimè, non sempre la volontà coercitiva va avanti quando ha a che fare con la legalità valutativa: e per fortuna, questo non è accaduto laddove la decisione della giudice delle indagini preliminari, nel pieno legale e procedurale delle sue azioni, non ha convalidato l’arresto, osservando che i contenuti pubblicati da Siher evocavano azioni di disobbedienza civile ma non si traducevano in comportamenti violenti o criminosi, bensì nella programmazione di manifestazioni settimanali.

Siher attualmente è un indagato, non un condannato, e proprio per questo il caso è emblematico, e a prescindere dall’esito giudiziario. Perché mette al centro la domanda cruciale: dove finisce un’opinione, anche radicale, e dove comincia un reato? E soprattutto: chi lo stabilisce, e con quali garanzie, quando il legislatore ha appena scritto una norma nuova e le parole del dissenso sono più facili da perseguire dei fatti?
È la domanda che i Clash avevano anticipato nel 1982 con “Know Your Rights”, in cui Joe Strummer, con il tono di un annuncio di servizio pubblico recitato da un funzionario sin troppo gentile, elenca con sarcasmo i diritti di cui godiamo: tutti sacrosanti, tutti formalmente garantiti, tutti accompagnati da una clausola che li svuota. Il succo, tradotto: la libertà di parola esiste, purché tu non provi a esercitarla. Ed è questo il punto più insidioso. Una società autoritaria non deve necessariamente abolire ogni diritto. Può dichiararlo formalmente inviolabile e contemporaneamente costruire le condizioni nelle quali esercitarlo diventa pericoloso. Il cittadino, sulla carta, è libero; nella pratica, rischia di essere punito se mette in discussione l’autorità. Il potere conserva così un’apparenza di legalità, e intanto la libertà diventa un bene che si può esercitare soltanto quando non disturba chi governa. La domanda, allora, è: che valore ha?
Ma come fa un governo a creare una simile stortura senza abolire apertamente un diritto? Ce lo hanno spiegato i Green Day con “American Idiot”, nel 2004, in piena presidenza Bush, nel clima mediatico e politico seguito all’11 settembre e all’invasione dell’Iraq. Quando un Paese viene raccontato come costantemente minacciato, il dubbio può essere dipinto come irresponsabilità, la critica alla guerra come mancanza di patriottismo, il dissenso come sostegno, volontario o involontario, al nemico. La propaganda costruisce così una falsa alternativa, quella del vecchio slogan “o sei con noi, o sei contro di noi”, in cui non c’è spazio per la complessità: si può essere patrioti soltanto sostenendo le decisioni del governo, e chi le contesta viene sospettato di non appartenere davvero alla comunità.
Vedete come tutto torna, e ritorna nella storia del rock?
Il potere non deve dimostrare che il dissidente ha torto: gli basta insinuare che il dissidente sia dalla parte sbagliata. Il che potrebbe anche essere: ma questo, anche, dev’essere un diritto inalienabile. E cioè, il diritto di potersi trovare anche dalla parte ‘sbagliata’, laddove questa non costituisca un danno diretto per la libertà e i diritti altrui.

E allora, per chiudere, serve un grande classico di un grandissimo italiano: “La libertà” di Giorgio Gaber, scritta con Sandro Luporini nel 1973. Il pezzo prova a dirci, con la leggerezza di un teatro-canzone che era filosofia mascherata da musica, che la libertà non è una fuga, né un angolino dove nessuno ci disturba, né uno spazio vuoto da occupare: è partecipazione. Va esercitata, praticata, condivisa, e cioè, per definizione, rischiata. Al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle appartenenze politiche.

Perché il dissenso non è soltanto il diritto di opporsi a chi governa. È anche la possibilità di cambiare idea, contraddirsi, dubitare e sottrarsi alle identità che gli altri vorrebbero assegnarci. Con buona pace di chi grida alla “vergogna”, se per caso (legalmente) non accade.

Rubrica a cura di Stefano Carsen

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