All’Inalpi Arena il racconto comincia con un’immagine studiata: una chitarra acustica che scende lentamente dall’alto, sospesa nel vuoto, fino a raggiungere Gianni Morandi. È un’apertura che cerca il simbolo prima ancora della musica — quasi didascalica nella sua intenzione di evocare un’intera carriera racchiusa in uno strumento. Eppure, proprio nella sua semplicità, il gesto funziona: quando Morandi la afferra, il meccanismo retorico si scioglie e resta l’essenziale, cioè l’inizio di una storia.
E non è un caso. Il tour C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story, partito il 15 aprile 2026 e prodotto da Trident Music, nasce proprio con questa ambizione: trasformare oltre sessant’anni di carriera in una narrazione musicale continua, capace di tenere insieme memoria personale e storia collettiva.
A fare da prologo ideale è Monghidoro, il brano inedito scritto da Jovanotti e pubblicato il 3 aprile, che apre lo spettacolo come una dichiarazione d’intenti. Il paese natale diventa una geografia emotiva: dentro ci sono gli inizi, la famiglia, Bologna raggiunta in corriera a tredici anni, il conservatorio, fino agli episodi minimi che definiscono una vita. Intorno a questa autobiografia si muove anche l’immaginario del “pazzo di Monghidoro”, eco di un soprannome coniato da Lucio Dalla, che Jovanotti trasforma in figura simbolica: un uomo che crede ostinatamente nella musica, prima ancora del talento.
Questa tensione tra passato e presente attraversa tutto lo spettacolo. Non è solo un’operazione celebrativa: Morandi tiene vivo il senso politico delle sue canzoni, a partire da C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, ancora oggi evocata come brano contro la guerra, capace di risuonare in un contesto internazionale che — nelle sue parole — non ha smesso di essere instabile.
Quando la scena si apre completamente, la costruzione simbolica lascia spazio alla pratica del palco. E qui Morandi dimostra perché la sua longevità artistica non è un caso. Corre, interagisce, tiene il ritmo di uno spettacolo lungo e denso con un’energia che evita l’effetto nostalgia. La scaletta è costruita come un percorso: dai classici — “Fatti mandare dalla mamma”, “In ginocchio da te” — fino ai brani più recenti, senza fratture evidenti. Il pubblico, trasversale per età, canta tutto. Non per automatismo, ma per partecipazione reale.
La band, diretta da Luca Colombo, accompagna con misura, evitando sia l’effetto-revival sia quello dell’aggiornamento forzato. Gli arrangiamenti restano fedeli ma non rigidi, lasciando respirare le canzoni.
I momenti più riusciti arrivano quando lo spettacolo si spoglia. Nelle parti più intime, con l’arena che si abbassa di volume, emerge il lavoro fatto negli anni: quello studio iniziato negli anni Settanta, quando Morandi sembrava fuori tempo e scelse di rimettersi in discussione, passando anche dal conservatorio. È lì che la voce acquista profondità, trasformando repertorio popolare in racconto condiviso.
Non manca il lato narrativo, disseminato tra un brano e l’altro: episodi di carriera, ricordi familiari, passaggi difficili. Dai primi jukebox ascoltati di nascosto al rifiuto del pubblico al Vigorelli, fino alle rinascite. Tutto contribuisce a costruire un’identità coerente, mai cristallizzata.
Anche il presente entra nel racconto, tra riflessioni sui social — oggi decisivi anche per il successo del tour — e sulla necessità di restare riconoscibili senza diventare ripetitivi. Un equilibrio che si riflette nello spettacolo: tradizione e aggiornamento convivono, anche se non sempre senza attriti.
Il risultato finale è chiaro: più che un concerto, quello all’Inalpi Arena è un dispositivo di memoria attiva. Morandi non si limita a celebrare il proprio passato, ma lo rimette in circolo, lo espone al presente e lo consegna a un pubblico che continua a riconoscersi in quelle canzoni.
E mentre l’idea del ritiro resta lontana — il modello dichiarato è Charles Aznavour — il senso di questo tour appare evidente: non chiudere un percorso, ma dimostrare che può ancora evolvere.
Photo Credit Elisabetta Canavero





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
