Fulminacci torna a Sanremo 2026 con “Stupida sfortuna”, duetta con Francesca Fagnani nella serata cover e annuncia il nuovo album “Calcinacci”.
La prima volta che è salito sul palco dell’Ariston si è sentito un “bambino sperduto”. Era l’edizione della pandemia, quella dei palloncini al posto del pubblico – dettaglio che lui stesso ricorda con un misto di ironia e disagio, visto che le sfere colorate rientrano tra le sue paure dichiarate.
Cinque anni dopo, Fulminacci torna a Sanremo con un altro passo. Le spalle sono più larghe, lo spirito è leggero ma meno ingenuo, e soprattutto c’è una nuova consapevolezza artistica che si chiama “Stupida sfortuna”.
Il brano con cui gareggia al Festival 2026 non è nato per l’Ariston. E si sente. È una canzone che respira, che non cerca l’effetto immediato ma la coerenza. Scritta insieme a Golden Years – produttore del disco e direttore d’orchestra per l’occasione – ha trovato fin da subito una dimensione orchestrale naturale, senza bisogno di forzature sanremesi.
Fulminacci non ama la parola “competizione”. La aggira, la smonta con una battuta. Dentro “Stupida sfortuna” canta che passeranno classifiche e Sanremi, come a voler ridimensionare il peso specifico dell’evento. Per lui il successo è più semplice: vedere il pubblico cantare ai concerti, sentire che le canzoni arrivano. Il resto è cornice.
Eppure, proprio questa apparente leggerezza è ciò che lo rende credibile. Fulminacci non gioca a fare l’anti-star: semplicemente, non ha mai costruito la propria identità sulla gara. Anche quando scherza sul “quinto posto ideale”, lo fa con quella sua ironia auto-protettiva che è diventata cifra stilistica.
Uno dei momenti più curiosi del suo Sanremo sarà la serata delle cover. Al suo fianco non ci sarà un cantante, ma Francesca Fagnani. Una scelta spiazzante solo in apparenza.
Il brano è “Parole, parole”, classico immortale della canzone italiana anni ’70. Fulminacci non vuole misurarsi con il mito: vuole giocarci intorno. L’idea è quella di costruire un omaggio affettuoso e ironico, con un’estetica televisiva che richiami la grande TV italiana di quegli anni. Non una parodia, ma una rilettura consapevole.
Fagnani, figura austera e insieme empatica, diventa parte integrante del racconto. Non semplice ospite, ma elemento drammaturgico. Il contrasto tra il suo rigore e l’ironia sottile di Fulminacci promette una performance che punta più sull’atmosfera che sulla dimostrazione vocale. E lui lo dice senza timidezze: non si è mai sentito un virtuoso della voce, ma uno che scrive canzoni.
Il Festival arriva in un momento cruciale. Il 13 marzo esce “Calcinacci”, quarto album in studio, anticipato proprio dal brano in gara.
Il titolo è tutt’altro che casuale. Nell’ultimo anno Fulminacci ha chiuso una relazione importante. E dalle macerie – letteralmente – nasce questo disco. Calcinacci non è un album rabbioso, ma un lavoro di osservazione. È il momento in cui guardi quello che resta e provi a capire da dove ripartire.
Dal punto di vista sonoro, c’è un cambio di pelle. Meno centralità della chitarra acustica, più minimalismo, una scrittura diversa. Durante la lavorazione ha ascoltato artisti che prima non frequentava, tra cui Franco Battiato, scoperto – come ammette – “tardi ma bene”. Di Battiato sembra aver assorbito una certa eleganza essenziale, una leggerezza solo apparente che nasconde profondità strutturale.
Golden Years firma gran parte della produzione, contribuendo a costruire un impianto più asciutto e contemporaneo. Il disco sarà accompagnato da un cortometraggio che ne racconterà l’universo narrativo in chiave cinematografica, oltre a un lancio social che ha già visto la partecipazione di Pietro Sermonti.
Il 2026 segna anche un passaggio simbolico: il debutto nei palasport con il “Palazzacci Tour”.
Il gioco linguistico è ormai un marchio di fabbrica. Dal cognome Uttinacci – spesso storpiato, sempre difeso – all’invenzione di Fulminacci, parola da fumetto, fino a Calcinacci e Palazzacci. C’è dentro l’autoironia, ma anche un senso di appartenenza.
Fulminacci rivendica con orgoglio un pubblico “molto fisso”. Non una fanbase effimera, ma una comunità che lo segue dai club ai palazzetti. È forse questo il suo vero traguardo: una crescita graduale, coerente, senza strappi.
Se dovesse vincere, affronterebbe l’Eurovision come un “lussuosissimo problema”. Ma non è lì che sembra guardare.
Sanremo, per Fulminacci, è un capitolo dentro una storia più lunga. È una lente di ingrandimento, non la definizione dell’artista. La sua forza resta quella di raccontare sentimenti con parole semplici ma mai banali, di muoversi tra malinconia e sorriso senza cadere nel cinismo.
Nel 2021 era un ragazzo catapultato in un teatro vuoto.
Nel 2026 è un autore che porta sul palco le proprie macerie trasformate in canzoni.
E forse è proprio questa la sua fortuna, anche quando la chiama “stupida”.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
