Luglio 24, 2026
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Ci sono concerti che celebrano un anniversario e concerti che riescono a dimostrare perché un disco continui a parlare al presente. Quello portato da Fiorella Mannoia sul palco di AstiMusica appartiene decisamente alla seconda categoria. Fiorella canta Fabrizio e Ivano – Anime Salve non è un esercizio di nostalgia, né un omaggio museale ai trent’anni dell’ultimo capolavoro di Fabrizio De André e Ivano Fossati. È un viaggio dentro un’opera che continua a interrogare il nostro tempo, attraversando guerre, migrazioni, identità e solitudini con una forza che, oggi, sembra persino aumentata.

Mannoia lo racconta prima ancora di cantare. Dice di essere “nata due volte”: la prima biologicamente, la seconda a quattordici anni, quando ascoltò Tutti morimmo a stento. È una confessione che spiega l’approccio dell’intera serata. Non c’è il desiderio di imitare De André, impresa impossibile e probabilmente inutile. C’è invece la volontà di abitare quelle canzoni con la propria voce e la propria storia.

La prima parte del concerto è interamente dedicata all’universo di Anime Salve. Da Dolcenera alla monumentale Smisurata preghiera, passando per Prinçesa, Khorakhanè, L’uomo coi capelli da ragazzo, Lindbergh, Mio fratello che guardi il mondo e la title track, il filo conduttore rimane quello degli ultimi, degli irregolari, di chi vive ai margini per scelta o per necessità. Temi che De André e Fossati avevano scolpito con lucidità poetica e che oggi suonano meno come memoria e più come cronaca.

Particolarmente efficace è Fiume Sand Creek, che nella lettura di Mannoia smette di appartenere soltanto al genocidio dei nativi americani per trasformarsi in una dolorosa metafora delle stragi di civili che continuano a riempire le pagine dei giornali. È qui che il progetto trova il suo senso più profondo: non celebrare un disco, ma dimostrare quanto la sua scrittura sia ancora necessaria.

A sostenere il racconto c’è una band di otto musicisti affiancata da un ensemble di sette archi. Gli arrangiamenti sono ricchi, eleganti, spesso cinematografici. Nella maggior parte dei casi ampliano il respiro delle composizioni senza tradirne l’essenza. Qualche scelta, però, convince meno. La guerra di Piero, trasformata in una ballata quasi sinfonica, perde parte di quella fragilità disarmante che rendeva l’originale di De André così devastante. L’enfasi finisce per attenuare proprio il silenzio che quella canzone dovrebbe lasciare.

Ma è un’eccezione in uno spettacolo costruito con rigore e misura. Mannoia, a settantun anni, mantiene una presenza scenica esemplare: nessun gesto superfluo, nessuna ricerca dell’effetto facile. La sua interpretazione resta sempre concentrata, mettendo la parola davanti a tutto, come richiedono canzoni che vivono prima di essere cantate.

Nella parte finale il concerto torna naturalmente a casa, nel repertorio della cantante. Arrivano Sally di Vasco Rossi, Mariposa, manifesto della sua partecipazione al Festival di Sanremo 2024, e l’immancabile Quello che le donne non dicono. Proprio qui riaffiora una delle discussioni più accese degli ultimi anni: Mannoia sostituisce ancora una volta il celebre “diremo ancora un altro sì” con “diremo ancora un altro forse”. Una modifica che per la cantante rappresenta un’affermazione di libertà femminile, mentre Enrico Ruggeri, autore del testo insieme a Luigi Schiavone, continua a rivendicare il significato originario della frase, riferita non al consenso ma alla riconciliazione di una coppia dopo una crisi. È un finale che dimostra come anche le canzoni più amate restino organismi vivi, aperti a interpretazioni e conflitti.

E forse è proprio questo il lascito più autentico della serata di AstiMusica. Le canzoni di De André, Fossati e della stessa Mannoia non appartengono al passato: continuano a generare domande. In un’epoca in cui la musica dal vivo spesso rincorre l’effetto immediato, Anime Salve sceglie invece la strada più difficile: chiedere al pubblico di ascoltare davvero. Ed è una scelta che, oggi più che mai, ha un valore quasi politico.

Photo Credit Pierangelo Vacchetto

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