Dopo più di vent’anni di carriera, undici album solisti e decine di brani diventati vere e proprie icone del rap italiano, ci si potrebbe chiedere: cosa può ancora dire Fabri Fibra? Un artista che, tra violenza, auto-ironia e urla di rabbia, ha raccontato il disagio di una generazione, dai conflitti familiari a quelli sociali, dal tradimento alla paranoia. L’immaginario creato da Fibra è un mix esplosivo di caos e autenticità, un universo grottesco dove la realtà più cruda si mescola con la distorsione del personaggio.
Eppure, Mentre Los Angeles brucia arriva come un fulmine a ciel sereno. Non tanto per la novità musicale, ma per la profondità emotiva che il disco trasmette. Non più la rabbia bruciante che abbiamo imparato a conoscere, ma una riflessione silenziosa, sotterranea, una discesa lenta verso un buio esistenziale senza urla, senza clamore. È come se Fibra avesse smesso di combattere contro tutto e tutti, ritirandosi da una battaglia senza vincitori, facendoci ascoltare un album che ha il sapore di un testamento emotivo.
La traccia più potente è forse Mio padre, dove Fabri parla di un padre che non ha mai visto sorridere. La morte di una figura paterna diventa il simbolo della distruzione di un modello, un fallimento che si è tradotto in rabbia e frustrazione, una rabbia che ora sembra aver perso forza, diventando corrosiva, sotterranea. La rabbia che, negli anni, lo aveva reso un catalizzatore di emozioni forti, ora è diventata un rimpianto, un peso da portare.
Figlio, un altro brano emblematico, si rivolge al figlio che Fabri non avrà mai. Una delle immagini più devastanti del disco, dove l’artista, una volta noto per il suo egoismo feroce, sembra ammettere il suo stesso fallimento: “Tieniti lontano dall’alcol, ti renderà più lento e stupido come me”. Un messaggio senza filtri, senza metafore. Un’autoanalisi cruda, che non cerca di redimersi, ma di raccontare ciò che è rimasto.
Se a distanza di vent’anni Mr. Simpatia ci faceva sobbalzare con le sue violenze verbali, oggi Mentre Los Angeles brucia si distende in un silenzio che fa più male di mille grida. La violenza non è più una furia, ma una ferita che brucia a lungo, un dolore che non trova più la forza di sfogarsi. La maturità di Fibra, ora vicino ai 50 anni, non è solo un valore cronologico, ma un cambiamento di visione. Questo non è più un disco che vuole insegnare qualcosa, ma semplicemente descrivere la realtà com’è.
La traccia che dà il titolo all’album, Mentre Los Angeles brucia, è una fotografia del mondo che ci circonda: la decadenza della cultura, l’indifferenza della notizia, la tragica ironia di un pianeta che sta bruciando mentre siamo distratti dalla superficialità del nostro quotidiano. La produzione musicale, scura e minimale, è il perfetto contraltare di questa visione disillusa. I beat si fanno sporchi e sospesi, privi di protagonismo, quasi a voler fare spazio ai silenzi e a una voce stanca, che non urla più, ma lascia che la melodia stessa dica tutto.
Un dettaglio che fa riflettere è l’uso dei campionamenti: la malinconia di Piano Joint di Robert Glasper in Mio padre, o il frammento tratto da The Road in Figlio, che amplificano il senso di solitudine e desolazione del disco. E poi c’è Avvelenata, un ripensamento dell’omonimo brano di Francesco Guccini, che Fibra riprende come manifesto di disillusione verso il sistema e la messinscena culturale.
Musicalmente, il disco non punta a conquistare il pubblico con hit da club, ma cerca di farsi sentire nel profondo. Ogni scelta è calibrata per rimanere nell’ombra, per non invadere, ma per far riflettere. A fianco di Fibra, i featuring sono il segno di un incontro generazionale tra passato e futuro. Tredici Pietro, Massimo Pericolo, Noyz Narcos: ogni collaboratore porta qualcosa di fresco ma mai invasivo, come a volere sottolineare che anche il rap ha bisogno di evolversi senza perdere la sua essenza.
Il finale, con Verso altri lidi in una nuova versione, è il ponte tra il passato e il presente di Fabri. Una traccia che fa un po’ da bilancio alla carriera dell’artista e ai sogni di un ragazzo che cercava una via di fuga, mentre oggi un uomo quasi cinquantenne è rimasto a testimoniare quel che è stato.
In un mondo rap che cambia velocemente, Mentre Los Angeles brucia sembra segnare il passo verso un’epoca che non è più quella di Fabri Fibra. Non per un calo di tecnica, ma perché lui stesso non ha più interesse a stare in quella battaglia. Ormai fuori dal sistema, il suo ultimo album è un atto di testimonianza. Non è un disco che vuole piacere, è un disco che vuole raccontare. Raccontare un mondo che sta bruciando mentre noi continuiamo a distrarci.
Mentre Los Angeles brucia non è un disco che trova facile accoglienza, né tantomeno è destinato a tutti. È un lavoro crepuscolare, di quelli che si scrivono quando si è arrivati alla fine di un percorso. Ma è anche il punto più alto che Fibra ha raggiunto: la sua forma più pura. Un album di addio, sì, ma anche di profonda consapevolezza. Un atto di sincerità che, in fondo, è il suo regalo più grande.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
