Settembre 21, 2026
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Nel mondo dell’hip-hop le date di uscita sono spesso più indicative che vincolanti: concerti rinviati, album rimandati, progetti annunciati e poi lasciati decantare per mesi o anni. Erykah Badu, del resto, non ha mai avuto particolare interesse a sincronizzare il proprio orologio con quello dell’industria musicale. Se c’è un’artista autorizzata a seguire tempi tutti suoi, è proprio lei.

Before the World Blows arriva così con un anno di ritardo rispetto alle prime previsioni, ma soprattutto dopo una lunga parentesi discografica: sono trascorsi sedici anni dall’ultimo album ufficiale, New Amerykah Part Two, e undici dall’ultima pubblicazione, il mixtape But You Can’t Use My Phone. Anche per questo, la prima collaborazione tra Badu e The Alchemist sembra arrivare da un’altra epoca. Ed è precisamente questo uno dei suoi punti di forza.

Un disco costruito lentamente

The Alchemist, figura centrale del boom-bap e produttore che ha lavorato con nomi come Mobb Deep e Freddie Gibbs, costruisce per Badu un paesaggio sonoro denso, stratificato, attraversato da campioni jazz e da sonorità vintage. Tra le scelte più affascinanti ci sono quelle legate al repertorio del tastierista polacco Wojciech Karolak, che contribuiscono a dare al disco una patina notturna e quasi cinematografica.

Le sedici tracce sono nate nell’arco di oltre diciotto mesi, tra Dallas e Los Angeles. Ma soprattutto non sono state concepite come semplici esercizi da studio: alcuni brani sono stati provati davanti al pubblico durante i concerti di Badu e, in determinati casi, eseguiti insieme alla sua band prima di tornare in sala per essere modificati e rifiniti. Un procedimento poco compatibile con la velocità della musica contemporanea e che spiega almeno in parte la lunga gestazione dell’album.

L’apertura con Echoes, oltre sette minuti di ipnosi e deriva soul-jazz, è una sorta di dichiarazione d’intenti. Non c’è la ricerca di una nuova You Got Me, né il tentativo di replicare la magia della collaborazione con i Roots. Qui Badu e The Alchemist scelgono piuttosto il lato oscuro della loro tavolozza: bassi profondi, beat dilatati e un’atmosfera sospesa accompagnano una riflessione sulla polarizzazione sociale e sulla capacità della musica di creare uno spazio comune.

Tra boom-bap, neo-soul e jazz

Con Next 2 U The Alchemist recupera e trasforma un proprio frammento produttivo legato a The Realest dei Mobb Deep, originariamente pubblicato nel 1999. La struttura rimane volutamente circolare, ma piccoli cambi di ritmo e deviazioni metriche impediscono al brano di diventare statico. Il risultato è un groove ipnotico, elegante e sorprendentemente fluido.

Love Me Not riporta invece Badu nel territorio a lei più familiare: neo-soul meditativo, voce in primo piano e un beat che sembra procedere più per suggestioni che per vere e proprie esplosioni ritmiche.

Il disco si apre poi a una nutrita serie di collaborazioni. Thundercat, Steve Lacy, Westside Gunn, Earl Sweatshirt e DRAM contribuiscono a espandere la tavolozza dell’album senza trasformarlo in una semplice passerella di ospiti. Particolarmente riuscito è l’intervento di Earl Sweatshirt in I Know That Man, mentre I Just Play a Part, con DJ Creole Princess, spinge il disco verso atmosfere più torbide e meridionali, evocando le paludi del Sud degli Stati Uniti e una spiritualità quasi voodoo.

In chiusura arriva Black Box, probabilmente il momento più apertamente jazz dell’album. Il sax di Kamasi Washington accentua la componente spirituale del brano, mentre Badu affronta con ironia e inquietudine uno dei paradossi più contemporanei: la dipendenza dagli smartphone, propria e dei suoi figli. La sua voce, aspra e consumata, sembra qui avvicinarsi per intensità espressiva a quella delle grandi cantanti jazz del passato.

Il ritorno di una voce necessaria

Before the World Blows non è un album perfetto. La sua struttura presenta inevitabilmente qualche momento meno incisivo e alcuni episodi sembrano vivere più dell’atmosfera che della forza della composizione. Ma sarebbe riduttivo giudicarlo soltanto sulla base della compattezza.

Il vero evento è il ritorno di Erykah Badu al centro della scena discografica con materiale nuovo. The Alchemist le offre una produzione abbastanza ampia da permetterle di muoversi liberamente, senza tentare di addomesticarne l’identità. Ne nasce un disco che guarda indietro senza essere nostalgico: un incontro tra jazz, soul, hip-hop e psichedelia, costruito con una pazienza che oggi appare quasi anacronistica.

Forse è proprio questo il senso dell’album. Badu non sembra voler recuperare il tempo perduto. Semplicemente, continua a vivere nel proprio.

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