Settembre 21, 2026
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Aveva la voce di chi non cerca il consenso ma pretende ascolto. Per raccontare Emma Bonino, scomparsa oggi a 78 anni, la musica offre un vocabolario sorprendentemente preciso: Patti Smith, Nina Simone, Joan Baez. Non per trasformarla in un’icona pop, ma per capire la forza di una voce che per oltre cinquant’anni ha continuato a disturbare il rumore del potere.

Emma Bonino è morta oggi, 11 settembre 2026, a 78 anni. Se fosse possibile cercare nella musica il suono di una vita politica come la sua, probabilmente non sarebbe una marcia solenne. Sarebbe un riff. Secco, ostinato, ripetuto fino a quando qualcuno, dall’altra parte, non fosse più in grado di ignorarlo.

Perché Emma Bonino è stata soprattutto questo: una voce impossibile da mettere a tacere.

E allora il paragone con Patti Smith non è soltanto un esercizio di stile. Non perché Bonino fosse la “Patti Smith della politica italiana”, formula che rischierebbe di trasformare una donna politica in un personaggio pop. Ma perché entrambe hanno avuto la stessa insofferenza per i ruoli prestabiliti, la stessa idea della parola come arma, la stessa capacità di trasformare la propria presenza in una forma di disobbedienza.

Patti Smith è salita su un palco per rompere le regole del rock.

Bonino è entrata nella politica per rompere quelle della società.

In entrambi i casi, il punto non era piacere.

Era non arrendersi.

La prima canzone: la disobbedienza

La storia politica di Bonino comincia da una ferita privata che lei decide di trasformare in una battaglia pubblica.

Nel 1974 affrontò un aborto clandestino, quando in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale. L’anno successivo si autodenunciò, trasformando quella vicenda personale in un atto politico. Da lì sarebbe partita una delle battaglie che avrebbero contribuito a cambiare il volto dell’Italia e a condurre alla legge 194 del 1978.

È difficile trovare nella storia politica italiana un’immagine più potente di questa: una donna che prende qualcosa che la società vuole relegare al silenzio e decide di portarlo sul palco pubblico.

È esattamente il meccanismo della musica di protesta.

Prendere ciò che non dovrebbe essere detto e dirlo.

Alzare il volume.

Costringere qualcuno ad ascoltare.

Bonino lo farà per tutta la vita: con i referendum, gli scioperi della fame, le autodenunce, le campagne contro la pena di morte, per i diritti delle donne, contro la fame nel mondo, per l’Europa e per i diritti umani.

La sua politica non è mai stata particolarmente interessata alla comodità.

E forse è questo che la rende così vicina alla cultura rock.

Patti Smith, naturalmente

Nella playlist di Emma Bonino, “People Have the Power” di Patti Smith sarebbe una traccia inevitabile.

Non soltanto per il titolo, ma per ciò che rappresenta: l’idea che il potere possa essere restituito alle persone, che la politica non debba necessariamente partire dai palazzi e che la libertà non sia un regalo concesso dall’alto.

Bonino ha creduto nella stessa cosa.

Ha passato decenni a cercare di spostare il centro della politica verso gli individui, verso la libertà di scelta, verso i diritti civili.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che accomuna le due donne.

Né Smith né Bonino hanno mai avuto paura di essere minoritarie.

Anzi, in qualche modo hanno fatto della minoranza una posizione di forza.

Patti Smith non ha avuto bisogno di diventare una popstar nel senso tradizionale del termine per diventare una delle figure più influenti della cultura contemporanea.

Bonino non ha avuto bisogno di guidare una maggioranza parlamentare per lasciare un segno profondo nella società italiana.

Sono state entrambe, in modi diversi, voci capaci di cambiare il linguaggio degli altri.

Nina Simone e il diritto di essere scomodi

Poi c’è Nina Simone.

Qui il paragone diventa ancora più duro.

Simone non concepiva la musica come qualcosa di separato dalla realtà. La sua voce poteva diventare rabbia, protesta, dolore, denuncia. Non doveva necessariamente consolare.

Anche Bonino non ha mai fatto della politica una forma di consolazione.

Il suo stile poteva essere scomodo, diretto, perfino urticante.

Ma era proprio quella la sua forza.

Bonino non chiedeva al pubblico di volerle bene.

Chiedeva di prendere posizione.

Non “siate d’accordo con me”. Piuttosto: “Guardate quello che sta succedendo”.

È una differenza enorme.

Ed è una differenza profondamente musicale.

Perché la musica più importante non è sempre quella che ci piace di più. A volte è quella che ci costringe a fermarci, ad ascoltare un testo, a riconoscere qualcosa che avremmo preferito non vedere.

Joan Baez e la politica come coscienza

Nella sua playlist potrebbe esserci anche Joan Baez.

Per la nonviolenza, per l’impegno sui diritti, per l’idea che una persona possa mettere la propria voce al servizio di una causa più grande di sé.

Ma Bonino, rispetto a Baez, aveva un elemento più ruvido.

Più punk.

Non si limitava a testimoniare.

Agiva.

Firmava.

Manifestava.

Si autodenunciava.

Faceva lo sciopero della fame.

Si candidava.

Perdeva.

Tornava.

Ricominciava.

È forse questa la parola che meglio definisce la sua carriera: ostinazione.

Una parola che in musica avrebbe un suono preciso: il battere regolare di una batteria che continua anche quando la sala sembra ormai vuota.

La politica come performance

Emma Bonino ha attraversato praticamente tutti i territori della politica italiana: deputata, europarlamentare, commissaria europea, ministra, senatrice, vicepresidente del Senato.

Ma anche quando entrava nelle istituzioni non perdeva quella dimensione quasi performativa che aveva caratterizzato le sue prime battaglie.

Da commissaria europea, negli anni Novanta, si ritrovò coinvolta nella cosiddetta “guerra del pesce” con il Canada e arrivò a salire a bordo dei pescherecci spagnoli. La sua accusa alle autorità canadesi fu durissima: “pirateria”.

È una scena che potrebbe tranquillamente appartenere a un videoclip.

Una politica in mezzo al mare.

Il potere trasformato in gesto.

Il gesto trasformato in immagine.

E Bonino ha sempre saputo che le battaglie politiche hanno bisogno anche di immagini.

Per questo la sua storia è così facilmente traducibile nel linguaggio della musica: perché non è stata soltanto una storia di idee, ma anche di presenza.

Non ha sempre vinto. Ma ha lasciato il segno

C’è però un elemento che rende ancora più interessante il paragone con il rock.

Emma Bonino non è stata una politica di successo nel senso tradizionale del termine.

Ha perso elezioni.

Ha visto fallire referendum.

Ha guidato forze politiche che spesso sono rimaste minoritarie.

Eppure molte delle battaglie che sembravano marginali quando lei le combatteva sono diventate parte del senso comune del Paese.

È qui che bisogna misurare la sua eredità.

Non soltanto nelle urne.

Nella capacità di cambiare ciò che una società considera possibile.

È una dinamica molto simile a quella della musica.

Ci sono dischi che vendono milioni di copie e poi spariscono.

E ci sono dischi che all’inizio ascoltano in pochi, ma che anni dopo hanno cambiato tutto quello che è venuto dopo.

Bonino è stata, politicamente, qualcosa di simile.

Una voce forse non sempre maggioritaria, ma capace di modificare il rumore di fondo.

L’ultima traccia

Oggi, nel giorno della sua morte, il rischio è trasformare Emma Bonino in un monumento.

Ma sarebbe probabilmente il modo peggiore per ricordarla.

Perché Bonino non è stata una figura immobile.

È stata movimento.

Conflitto.

Discussione.

Provocazione.

Una donna che ha passato più di cinquant’anni a sostenere che alcuni diritti non sono concessioni e che la libertà, una volta conquistata, può essere perduta.

Patti Smith avrebbe probabilmente riconosciuto quella postura.

Non l’eroina.

Non la santa laica.

Non l’icona.

La combattente.

Quella che sale sul palco senza sapere se alla fine arriveranno gli applausi.

Quella che prende il microfono anche quando la sala non vuole più ascoltare.

Quella che continua a cantare.

Emma Bonino è morta oggi.

Ma forse la metafora musicale più giusta per lei non è quella della canzone che finisce.

È quella del feedback che rimane nell’amplificatore dopo l’ultima nota.

Un suono fastidioso.

Persistente.

Impossibile da ignorare.

E forse è proprio così che una persona lascia davvero il segno nella storia:

non quando tutti la ricordano con affetto, ma quando, anche dopo che se n’è andata, le sue battaglie continuano a far rumore.

Articolo a cura di Angela Todaro

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