Agosto 31, 2026
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Dolly Parton non c’è più. E con lei se ne va qualcosa di più grande di una voce, di una carriera o di un genere musicale: se ne va un’idea di libertà. Una donna capace di attraversare country, pop e rock senza mai chiedere il permesso a nessuno, restando ostinatamente fedele a sé stessa.

«We will always love her», viene naturale pensare. Perché I Will Always Love You è forse la fotografia più nitida di ciò che Dolly Parton è sempre stata: una donna capace di dire no anche quando davanti a lei c’era Elvis Presley.

Quando il Re voleva incidere quella canzone, a Dolly fu chiesto di rinunciare a una parte sostanziale dei diritti. Lei rifiutò. Non si fece intimidire dal potere, dal successo, dalla prospettiva di vedere il proprio brano cantato dall’uomo più famoso del rock’n’roll. La canzone rimase sua. Uscì nel 1974 su Jolene e quasi vent’anni dopo, nella versione di Whitney Houston per The Bodyguard, diventò un monumento della musica pop. Molti la conoscono come una canzone di Whitney. La storia, però, comincia molto prima, in Tennessee, con Dolly.

Ed è proprio questa la parola che meglio la racconta: coraggio.

Nel 2023 Dolly Parton si tolse l’ennesimo sfizio: Rockstar, una gigantesca festa musicale insieme ad alcune delle più grandi icone del rock. Trenta brani, decine di ospiti, nove canzoni nuove e una lista di nomi da far impallidire qualunque festival: Paul McCartney, Ringo Starr, Mick Fleetwood, Peter Frampton, Sting, Steven Tyler, Debbie Harry, Miley Cyrus, Lizzo, Joan Jett, Pink, Brandi Carlile, Richie Sambora, Steve Perry, John Fogerty, Chris Stapleton, Rob Halford, Simon Le Bon.

Dolly non si limita a reinterpretare il rock: lo attraversa con il sorriso di chi sa perfettamente di aver già conquistato il proprio posto nella storia.

Ci sono i Police, gli Aerosmith, i Blondie, Prince, i Queen. C’è Let It Be. C’è Stairway to Heaven. C’è Purple Rain. C’è We Are the Champions. E c’è perfino Wrecking Ball, trasformata in un passaggio di testimone con Miley Cyrus, conosciuta ai tempi di Hannah Montana, dove Dolly aveva interpretato la zia della protagonista.

Ma il punto non è l’elenco delle celebrità. Il punto è che, a 77 anni, Dolly Parton poteva ancora entrare in uno studio e comportarsi come se il mondo fosse appena cominciato.

La candidatura alla Rock & Roll Hall of Fame, inizialmente, l’aveva quasi respinta. Non si considerava una rocker. Pensava che quel riconoscimento dovesse andare a qualcun altro. Poi arrivarono i messaggi dei fan, l’affetto, la consapevolezza che forse quella definizione non era poi così lontana dalla realtà.

Perché se essere rock significa difendere la propria identità, sfidare le aspettative e rifiutarsi di stare al proprio posto, Dolly Parton era una rockstar da sempre.

La storia comincia molto lontano dai riflettori. Pittman Center, Tennessee. Una famiglia povera, dodici figli, la chiesa, la musica imparata quasi come una seconda lingua. Dolly Rebecca Parton comincia a esibirsi giovanissima e arriva a Nashville con una valigia piena di canzoni e una determinazione che non avrebbe mai perso.

Prima scrive per gli altri. Poi trova la propria voce. Nel 1967 arriva Hello, I’m Dolly. Quindi il sodalizio con Porter Wagoner, il successo, Jolene, 9 to 5, I Will Always Love You. Ma soprattutto arriva una carriera costruita senza mai rinunciare alla propria immagine, al proprio senso dell’umorismo, alla propria intelligenza.

Dolly ha sempre saputo giocare con gli stereotipi che la circondavano. La parrucca, il trucco, gli abiti vistosi, la voce riconoscibile al primo secondo: tutto poteva sembrare una caricatura, se non fosse stato sostenuto da una lucidità fuori dal comune.

Dietro il personaggio c’era una cantautrice formidabile. Una donna capace di raccontare il lavoro, la povertà, l’amore, il desiderio, la fatica e le aspirazioni delle donne americane della provincia e della working class. Canzoni apparentemente semplici, spesso devastanti nella loro precisione.

Dolly non ha avuto bisogno di trasformarsi in qualcun altro per entrare nella storia. È entrata nella storia proprio perché è rimasta Dolly.

Anche quando ha deciso di affrontare il rock, non ha cercato di dimostrare di essere una rocker. Ha fatto qualcosa di più intelligente: ha invitato il rock nel proprio mondo.

E forse è questo il vero significato di Rockstar. Non un travestimento, ma una dichiarazione. Una donna che aveva già vinto tutto si concedeva il lusso di divertirsi, circondandosi di alcuni dei musicisti che avevano contribuito a costruire la colonna sonora delle ultime generazioni.

Dentro c’era anche World on Fire, un brano apertamente polemico contro la politica e l’avidità. Perché la leggerezza di Dolly non è mai stata sinonimo di superficialità. Dietro il sorriso c’è sempre stata una posizione precisa.

Lo stesso vale per il suo rapporto con il movimento femminista e con le regole dell’industria musicale. Dolly ha costruito una carriera nella quale indipendenza, ironia e controllo della propria immagine sono diventati strumenti di sopravvivenza e di potere.

Ha ispirato artiste che sono venute dopo di lei. Miley Cyrus è soltanto uno degli esempi più evidenti. Ma l’eredità di Dolly Parton va molto oltre la musica country: attraversa il pop, il rock, Hollywood, la cultura americana e il modo stesso in cui una donna può costruire un personaggio pubblico senza lasciarsi divorare da quel personaggio.

Negli ultimi anni aveva annunciato di voler ridurre gli impegni dal vivo per restare accanto al marito. La parola “pensione”, però, non sembrava appartenerle.

Dolly aveva espresso un desiderio semplice e perfetto per raccontare la sua idea di vita: morire un giorno nel mezzo di una canzone, possibilmente una delle sue.

Non è andata così.

Ma forse, alla fine, conta meno il modo in cui una rockstar esce dal palco di quello che lascia quando le luci si spengono.

Dolly Parton lascia canzoni, personaggi, risate, melodie, milioni di dischi e una lezione che vale più di qualsiasi definizione di genere: non bisogna aspettare che qualcuno ci conceda il permesso di essere ciò che siamo.

Lei non lo ha mai fatto.

Ed è per questo che, sì, continueremo sempre ad amarla.

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