Ottobre 8, 2026
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25 agosto 2026, Parco della Musica di Milano, Segrate. La notte in cui Joe Keery ha dimostrato che Djo non è il progetto musicale di una star televisiva: è una band, un suono, un mondo.

Per un’ora e mezza, ieri sera, Steve Harrington non si è visto. Nessuna mazza da baseball, nessun richiamo a Hawkins, nessuna strizzata d’occhio facile a Stranger Things. Al suo posto c’era Joe Keery, chitarra in mano, davanti a un pubblico venuto a Milano per vedere quanto lontano può arrivare Djo quando smette di essere “quello di Netflix” e si prende semplicemente il palco.

La risposta è: parecchio.

Djo entra in scena senza bisogno di trasformare il concerto in un evento da copertina. La musica fa il lavoro. Synth, chitarre, basso e batteria costruiscono quel suono storto e ipnotico che negli ultimi anni ha trasformato il progetto solista di Keery da curiosità parallela alla sua carriera da attore in una storia musicale con un’identità precisa.

E poi arriva “End of Beginning”. Il pezzo che tutti aspettano, quello che ha trasformato un brano nato lontano dai riflettori in una delle canzoni più riconoscibili dell’ultimo periodo. Quando parte, il pubblico non canta semplicemente: sembra restituirgli la canzone. È il momento in cui Djo diventa collettivo, quasi da rito pop.

Ma la cosa interessante è che il concerto non vive soltanto di quella hit.

La scaletta attraversa Twenty Twenty, Decide e The Crux, mostrando un artista che non ha fretta di rimanere intrappolato nel proprio successo più grande. “Awake”, “Change”, “Basic Being Basic”, “Link”, “Lonesome Is a State of Mind”, “Potion”, “Roddy” e “Fool” costruiscono un percorso che alterna psichedelia, pop obliquo e rock elettronico.

Keery non interpreta il ruolo della rockstar: lo abita con una certa naturalezza. Non cerca continuamente il momento da Instagram, non ha bisogno di raccontare al pubblico quanto sia importante essere lì. Gli basta suonare.

Ed è forse questa la sorpresa più grande.

Perché Djo funziona proprio quando non prova a dimostrare niente. La sua musica ha un lato vintage, ma non sembra una ricostruzione archeologica del passato. Ci sono echi di psichedelia, new wave, pop anni Ottanta e indie rock, ma tutto passa attraverso una produzione contemporanea e soprattutto attraverso una scrittura che sa essere immediata senza diventare innocua.

Milano risponde.

I pezzi più conosciuti fanno esplodere la sala, quelli meno familiari vengono accolti con un’attenzione quasi altrettanto intensa. È il pubblico di un artista che sta ancora costruendo il proprio mito e che, proprio per questo, può permettersi di suonare senza l’obbligo di celebrare continuamente il passato.

Poi arriva il bis.

“Chateau (Feel Alright)”, “Back on You”, “Flash Mountain”. Tre brani per chiudere una serata che, più che consacrare Joe Keery, sembra volerlo finalmente separare dall’ombra del personaggio che lo ha reso famoso.

Steve Harrington è ancora là fuori, naturalmente. È impossibile cancellarlo e probabilmente non avrebbe nemmeno senso farlo.

Ma ieri sera a Milano non era lui a stare sotto i riflettori.

Era Djo.

E la differenza, finalmente, si è sentita.

Photo Credit Gabriella Liotti

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