Gennaio 25, 2026
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La sua vita e la sua musica sono maturate tra Lecce e la Lombardia: Riccardo Roma, meglio noto come Dimaggio, è nato nel 2003 e nel capoluogo salentino ha scritto i primi brani, sperimentando un cantautorato che alterna momenti di fragile malinconia a lampi di vivace energia pop. Spostatosi tra Milano e Bergamo per affinare la tecnica al Conservatorio, ha creato un linguaggio musicale pregno di confessioni e sincerità: dal singolo “Incoerente” ai brani introspettivi di “A me non serve niente”, il suo primo EP uscito lo scorso novembre, racconta di relazioni e terapia, di orgoglio e libertà queer. Lo abbiamo intervistato per parlare di luoghi, scrittura e di tutte le ambizioni di un musicista sincero.

Quando e come hai iniziato a scrivere canzoni?

Il mio scrivere canzoni ha avuto un’origine randomica e piuttosto casuale. Ho sempre utilizzato il cantare come un mezzo e ho avuto anche il privilegio fin da bambino di poter frequentare un corso di musica. È stato al liceo, quando ho preso in mano una chitarra abbandonata in casa mia e l’ho imparata a strimpellare (tramite youtube e qualche amico) che i miei pensieri sono diventati musica. La prima canzone, per altro, iniziava proprio con la parola “Maggio”, quasi come fosse tutto scritto.

Ti sei trasferito a Milano e Bergamo per studiare da qualche anno. Credi che questa partenza sia stata una parte importante del tuo percorso di cantautore?

Assolutamente si. Sono sempre stato consapevole, anche prima del momento della mia partenza, che sarei andato e, quando è successo, è stato utile. Nuova gente, nuovi pensieri, nuove situazioni. Milano mi ha insegnato innanzi tutto quanto fossi piccolo, poi credo di aver saputo cogliere i segnali giusti per capire come poter utilizzare la mia inesperienza come punto di partenza.

La scena musicale pugliese, soprattutto in Salento, sta vivendo un buon momento, grazie a tanti progetti, artisti e festival. Che rapporto hai con questa scena?

Ho una storia d’amore con il Salento e con la musica che lo abita, con la quale cerco sempre di rimanere in contatto, e mi manca tanto. Ringrazierò per sempre di essermi trovato a Lecce nel periodo del mio esordio, il supporto, gli stimoli e la possibilità di poterci provare che ho trovato, pur non sapendo inizialmente nell’effettività a cosa stesse portando, sono stati come benzina, impagabile e fondamentale per tutto quello che è venuto dopo.

Il Salento ha visto avanguardie queer già dagli anni Ottanta e Novanta. Oggi lo definiresti un luogo aperto o bisogna essere ancora d’avanguardia lì da persona queer?

Ho scoperto solo una volta andato via quanto si vivesse bene anche da persona queer in Salento. Dico senza difficoltà che è un luogo aperto, seppur mai potendo sostenere che non ci sia altro da fare. Sicuramente è un paradiso rispetto ad altre realtà, ma è un paradiso in cui germi di intolleranza e discriminazione comunque esistono, mettendoci quindi nella condizione di continuare a promuovere la rispetto e la sensibilizzazione. Lavorare affinché quest’avanguardismo diventi solo “banale” prassi, cosa che sta succedendo, lo vedo nella mia esperienza di attivismo sociale, ma soprattutto in quella di tantissime e tantissimi alti.

Presentando l’ep “A me non serve niente”, hai posto spesso l’accento sull’importanza delle collaborazioni con cui l’hai scritto e registrato, come quella con Wepro, che ha prodotto l’ep. Come sono nate queste collaborazioni?

Credo semplicemente vivendo la musica nel modo giusto. La gestione del mercato musicale e delle sue risorse, al momento – secondo me – ci mette spesso nella condizione di vedere nelle “colleghe” e “colleghi” artisti, qualcosa con cui misurarsi e fare competizione. La mia realtà non prevede paragoni, per quanto ovviamente capita di essere tentati, e mi permette di avvicinarmi a creativi ai quali semplicemente mi sento affine su un piano più spirituale, di vita, rispetto che ad uno stilistico o di target. Per questo il mio rapporto con Wepro, volto solo a “fare musica”, quello a cui abbiamo scelto di dedicare la nostra vita, senza indagini di mercato o altro, lo reputo una delle collaborazioni più pure e preziose che mi siano capitate al momento.

Di recente hai pubblicato una playlist su Spotify fatta da canzoni che ti piacciono e ti ispirano. Ho trovato molte cose dentro: dall’indie pop italiano degli ultimi anni, al cantautorato o al rock. Quanto tempo dedichi ad ascoltare la musica degli altri?

Io ho iniziato a scrivere per riflesso di quello di cosi irrazionale che mi succedeva ascoltando alcune canzoni di altre. Io amo appassionarmi ad altri artisti, ascoltarli, capire cosa vogliono dire e in che forma. Ascolto musica giornalmente, però con l’unico grande limite che mi muova qualcosa. Non importa che sia strumentale o cantato, italiano o altro, sarei capaci di ascoltare qualunque cosa mi dia un brivido per settimane intere.

Sin dai primi brani che hai pubblicato, come “Incoerente”, canti spesso nei panni di una persona sull’orlo della fine di una relazione. Scrivere queste canzoni ti ha aiutato a superare le tue relazioni finite?

Canto spesso nei panni di una persona sull’orlo della fine di una relazione in reltà perché ho uno storico amoroso – devo dire- oggettivamente sfortunato e piuttosto catastrofico. Ma, oltre agli scherzi, ci tengo sempre a specificare che per me la scrittura è un modo di accompagnare le fasi della mia vita. Ho scritto e scrivo ogni volta in cui ho bisogno di elaborare, per me è come pescare acqua potabile da un pozzo, un modo per vedere e incorniciare un sentimento. Nel mio percorso da terapia la musica fa da archivio di consapevolezze ed esperienze, nel bene e nel male.

Le tue canzoni parlano solo di te o hai narrato storie e vite di altri?

Ci sono tante storie di altri, alcune che ho voluto proteggere, altre invece che porto con me fin dall’inizio come quella di (A)mara. Le mie canzoni parlano di tutto quello che entra e smuove, amando tante persone questo mi succede spesso, soprattutto negli ultimi tempi in cui ho realmente iniziato a pensare quello che faccio come alla costruzione di uno spazio in cui chi entra deve sentirsi a proprio agio e “al sicuro”, per farlo ci vuole rappresentazione, anche nei brani.

Il tuo ultimo e recentissimo singolo, Uomo di vetro, è stato accompagnato da videoclip, che per me accompagna perfettamente la forza e il crescendo del brano. Com’è stata questa prima esperienza con la creazione di un video?

Io adoro i videoclip e soprattutto adoro interrogarmi sul reale messaggio che si riesce a comunicare in ogni lavoro. Sinceramente anche secondo me questo videoclip è riuscito a raccontare bene un pezzo così importante per me come “Uomo di vetro”. Questo però sono sicuro che sia il frutto della collaborazione avuta con artistu che conosco da anni e la cui arte amo profondamente, non che miei affetti. Lorenzo De Filippo, mio compagno di vita storico, nonché una delle mie menti creative preferite e Luc Conte e Rachele Pagliara, hanno formato una team con cui lavorare è stato un piacere più che un dovere.

Hai girato con Alister Victoria, che descrivi come una delle tue drag performer preferite. Com’è nata la collaborazione?

Alister è stata la ciliegina sulla torta di un pezzo che, come come dicevo prima, è uno dei più significativi al momento per me. Da persona queer, spesso finita per vivere le storie più con sofferenza chè con entusiasmo, mi sono ritrovato molte volte ad avere a che fare con uomini la cui identità era così conflittuale e frammentata che l’amore sfumava in tormento e caos. Quel tormento è da anni che lo vedo nel talento performativo immenso di Alister Victoria, una delle primissime drag che io abbia mai visto dal vivo in vita mia, una delle voci di dissidenza queer più presenti a Lecce e oltre che una splendida e davvero molto buona anima.

Quest’anno sei finalista al Music For Change con il tema “Resistenze e Democrazia”. Come sta andando questa esperienza?

L’ esperienza a Cosenza e la residenza di Music For Change sono state uno dei momenti più belli del mio 2025, ho trovato davvero il contesto che ogni artista sogna, abitato, per mia grande fortuna, da finalist* e staff che lo hanno reso imparagonabile ad ogni altro tipo di scambio avuto per ora. Il tema che mi è stato dato, quello che ho “manifestato” da subito quando mi sono iscritto, è stato il jackpot vero e proprio. Il brano che uscirà per M.F.C. è un vero e proprio esercizio di stile che credo abbia influenzato per sempre la mia scrittura perché mi ha messo nella condizione di scrivere per la prima volta di una cosa che ho sempre un po’ temuto (data l’importanza) e che ho però riscoperto solo lì, come in realtà una parte ben integrata in me.

Sei un autore intimo, delicato e personale e i tuoi testi sono piccole confessioni e autoanalisi, ma dal vivo infondi grande energia nei tuoi pezzi. Ti è venuto tutto naturale o hai mai provato disagio a salire su di un palco?

Fortunatamente no, il palco non mi ha mai creato disagio, anzi adoro poter realmente poter “condividere” l’esperienza che ogni pezzo ricorda e rappresenta. C’è anche da dire che il tutto è fortemente influenzato anche dal fatto che la maggior parte delle date dell’ultimo tour sono state fatte in full band, una dimensione che, grazie alla bravura tecnica e d’anima di quelli che da turnisti oramai descrivo miei amici, è diventata più un’avventura che “ansioso lavoro”.

Molti musicisti usano i social network in maniera strettamente professionale, altri li rendono delle estensioni della loro poetica, sfruttandoli come ulteriori strumenti di racconto. Tu che rapporti hai con i tuoi account?

Da buon GenZ i social sono ben integrati nella mia quotidianità anche se ovviamente non in un modo che mi precluda di vivere. A me piace raccontarmi negli umori, nei pensieri e nelle riflessioni, da una presa a male alla politica, dai concerti alla cameretta. Mi piace che dai social possa trasparire qualcosa di chi si ha davanti, rompendo quella dimensione di “distanza” che si avverte da sempre tra chi ascolta e supportanchi fa musica.

Uno dei tuoi versi che io preferisco, e che non a caso usi anche nel merchandise, è: “Lo sai che la mia terapista ti conosce molto bene?”. Negli ultimi anni sempre più musicisti affrontano il tema del benessere mentale, anche raccontando benefici e danni che il lavoro in questo settore comporta. Per te la terapia è stata anche una fonte creativa?

Apprezzo molto che ti sia piaciuta e assolutamente si. Una delle cose che più mi incuriosiscono nella fase creativa è scrivere dopo la terapia, è come aprire i cancelli dell’incoscio e farlo vomitare. L’analisi oltre che consapevole i ha reso molto molto libero di dire e fare sulla base dei miei parametri di giudizio. Senza questo percorso alcune delle mie canzoni preferite sono sicuro che non sarebbero state ascoltabili adesso.

Dopo il primo ep, un nuovo singolo con video. Ora tocca al primo album?

Si! Con timore ti dico si. A suo tempo, con calma, sta maturando un album che verrà fuori quando sarà giusto, senza pretese e angosce terze 

articolo a cura di Michele Cornacchia

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