Febbraio 15, 2026
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Il 30 maggio è uscito Ananke, il nuovo album di Nicolò Carnesi: un lavoro libero, visionario, che esplora sonorità inedite e conferma la profondità della sua ricerca artistica. Anticipato dal singolo Orfeo, Ananke nasce come un viaggio notturno dentro il Mito, alla ricerca di ciò che ancora oggi continua a interrogarci: il destino, la libertà, il caos. Otto tracce che partono dal cantautorato e si aprono a territori strumentali, sperimentando campionamenti di vecchi vinili, sintetizzatori, chitarre fuzz. Un concept album anacronistico e insieme attualissimo, in cui l’artista siciliano ha fatto tutto da solo, dando voce a un’urgenza personale e collettiva: raccontare le nostre fragilità attraverso archetipi antichi che ancora ci somigliano.
Ne abbiamo parlato con Nicolò Carnesi, partendo proprio da quella dea che ha dato nome al disco: Ananke, la Necessità che ci sovrasta.

Prima di tutto, volevo chiederti come è nata l’idea di questo nuovo album così legato al mito.

In realtà le prime suggestioni sono arrivate musicalmente. Venivo da un periodo in cui avevo fatto altro – colonne sonore, il tour con Colapesce e Di Martino – e mi ero un po’ distaccato dalla mia musica, eppure ho ricominciato semplicemente suonando, facendo delle suite notturne molto improvvisate, psichedeliche. Parallelamente mi ero riavvicinato alla mitologia e alla filosofia greca, una mia piccola passione che penso sia nata con me: da bambino le prime gite e i primi posti che vedi in Sicilia – perché sono cresciuto lì – hanno a che fare molto con quella storia; il primo ricordo al di fuori del mio paese sono stati La valle dei templi ad Agrigento e Segesta. Mi ha sempre affascinato quella cultura così antica ma così radicata in Occidente e mentre componevo queste musiche molto diverse rispetto al mio solito, ho pensato: perché non unire le due cose? E poi un’altra motivazione è stata anche quella di non avere molta voglia di scrivere di me stesso, di scrivere la mia esperienza, perché è una cosa che ho fatto spesso e che tendenzialmente si fa questo momento storico, ma un po’ mi annoiava. Avevo l’impressione di ripetermi sulle stesse cose e quindi a quel punto ho pensato: perché non andare proprio alla radice di tutti i racconti? Così al posto di rappresentare me cerco di rappresentare un po’ tutti.

E come mai nell’infinità di racconti hai scelto proprio questi miti?

Tendenzialmente, perché erano quelli che stavo rileggendo in quel periodo. Tutto è cominciato con le prime tre canzoni Prometeo, Orfeo e Narciso: ho pensato che fossero molto contemporanee, adattabili nelle tematiche. Se penso a Prometeo, al fuoco, alla tecnica, tutto il simbolismo dietro quel mito mi sembrava adatto per come si sta evolvendo la tecnica umana anche come monito: il fuoco può diventare tranquillamente la bomba atomica o intelligenza artificiale. Quindi mi sembrava molto oculato e molto contemporaneo, come mito e come tematica.

Orfeo ci tenevo in particolar modo a raccontarlo, perché per me rappresenta proprio l’archetipo dell’artista. Nel caso specifico, un artista che va talmente tanto controcorrente da sfidare forse la forza più invincibile dell’umanità: la morte stessa. Ovviamente non ci riesce, ma mi ha sempre fatto riflettere il cercare di farlo. Penso che l’arte nei momenti più alti sia un modo per dimenticarsi della morte, non tanto di sconfiggerla, ma dimenticarla quando l’arte diventa trascendenza. Quindi mi affascinava raccontarne la storia, soprattutto oggi, quando l’artista tende a fare l’opposto, ad accontentare gli altri, a conformarsi; mi piaceva raccontare invece la storia di un di un musicista che va totalmente controcorrente, nonostante sappia o possa immaginare che non vincerà la battaglia, non salverà Euridice.

Riguardo Narciso, sembra abbastanza lampante la connessione con i nostri tempi: la vanità o il riflesso di sé è all’ordine del giorno, lo facciamo continuamente attraverso i social, le proiezioni che diamo di noi stessi. Quindi mi sembrava anche in quel caso perfettamente adattabile alla nostra società. E poi da lì ho preso una piega suggestiva, in cui mi sono lasciato trasportare dalle immagini che mi regalavano, ma sottolineo che questo è un viaggio musicale, non letterario. Utilizzo miti per raccontare una mia visione musicale, compositiva di quelle storie.

Μῦθος in greco significa “racconto, parola”. Io ho sempre immaginato i cantautori un po’ come i rapsodi o gli aedi antichi: ti ci riconosci in questa idea? Ti senti anche tu un “narratore” più che un semplice autore?

No, io mi sento un Dio, ovviamente (ride). Perché fare il cantautore senza avere grandi ambizioni? Io sinceramente mi sento un musicista che sente la necessità di raccontare qualcosa attraverso la parola e quindi cerco di trovare un equilibrio: una costante della mia musica è cercare un compromesso tra il lato prettamente musicale con quello delle parole. Tutto nasce però dalla musica.

Nei miti greci c’è sempre una forte tensione tra la libertà del singolo e un destino che lo sovrasta. Tu come artista senti di avere una libertà creativa totale o c’è qualcosa che inevitabilmente ti condiziona?

Beh, inevitabilmente siamo condizionati, dobbiamo assecondare la necessità, l’Ananke, e cercare di essere il più sinceri possibile con noi stessi. È chiaro che devi confrontarti con tutte le gabbie, il sistema, le aspettative degli altri, del tuo pubblico. Però, lo sforzo è proprio quello: cercare di uscirne fuori non è facile e non sempre ci si riesce o ci si riesce in parte, ma il bello della creatività è proprio cercare di uscire. La musica attuale tende ad annoiarmi perché o ripete se stessa o ripete un pattern: la musica vive questo momento in cui se una cosa funziona viene imitata da tutti gli altri. Ci sono dei casi in cui questo non accade, però tendenzialmente la musica di oggi è “mordi e fuggi”, soprattutto ora in estate. Addirittura, adesso non si tratta più solo di musica: ho sentito canzoni scritte con dei ritornelli appositamente per rientrare in un tik tok, e questo per me è proprio la morte dell’arte, è business e mi annoia tantissimo.

I personaggi di Ananke – Orfeo, Narciso, Eco, Amore e Psiche – sembrano personaggi che si muovono in uno spazio fragile, tra desiderio e perdita. Se dovessi dire in una frase cos’è il fil rouge che li lega tutti, quale sarebbe?

La sconfitta, la perdita. Sono tutti dei perdenti: Prometto, alla fine riesci a rubare il fuoco, ma. viene imprigionato e perde la battaglia con Zeus, Narciso annega in se stesso, Orfeo impazzisce dopo aver perso per la seconda volta Euridice.

Amore e Psiche però hanno un lieto fine, almeno loro.

Si, però tutto quello che passano mi ha portato ad inserirli anche come vittime di questo destino. Ecco, sono tutti vittime del destino.

Parlando di Prometeo, archetipo dell’uomo e dello scienziato, oggi abbiamo un “fuoco” nuovo: tecnologia, AI, social. Come artista, pensi che ci stia liberando o ci stia bruciando?

Parlo spesso di quest’argomento, soprattutto in relazione all’intelligenza artificiale, all’evoluzione che può avere. Sinceramente non ti so rispondere, nonostante io lo abbia letto tanti libri di fantascienza e sia un grande appassionato. Siamo all’inizio di questo percorso, no? Però ho anche l’impressione che se le cose vanno nella maniera “giusta” – non so nemmeno quale sia la maniera giusta però – e se questo tipo di tecnologia si evolve così tanto da diventare molto più capace di comprendere l’universo di noi, potremmo essere proprio all’inizio della prima vera creazione di una divinità. Non so perché dentro di me ho l’impressione che questa divinità diventerà benevole, che ci farà bene avere qualcuno di più intelligente di noi. Prima ci siamo sempre confrontati con noi stessi e non abbiamo avuto mai un terzo, qualcuno che ci osservasse con la nostra stessa capacità cognitiva di interpretazione. Non so fra 10 anni, fra 20 cosa potrà accadere, se ci sarà un essere più intelligente di noi, ma mi dà veramente l’idea di una possibile divinità, tangibile, non immaginaria, non a nostra immagine e somiglianza. Quindi forse ci stiamo riuscendo, forse stiamo creando il primo. Zeus tangibile della storia. Non lo so, però mi sembra interessante.

Dici che Ananke è il tuo “primo lavoro fatto completamente da solo”: scrittura, registrazione, mixaggio, perfino l’artwork. Il risultato è un disco molto complesso, con sonorità anni 70, sintetizzatori e addirittura il canto di balene (in Prometeo), cosa ti ha portato a questa scelta così originale e controcorrente nel panorama musicale italiano?

Sei informata anche sul canto delle balene? Mi fa piacere. Tra l’altro ti svelo che c’è anche in Motel Olimpo in maniera diversa, non l’avevo mai detto: all’interno di quella voce che mi ricordava tanto una sonorità oceanica. In generale ho sempre scritto io i miei dischi, tranne qualche raro caso, però è la prima volta in cui proprio mi occupo di tutto. È stato molto divertente farlo, anche molto impegnativo: ho imparato facendo e questa cosa mi ha dato molto a livello creativo. Ho imparato ad utilizzare macchine che conoscevo poco, ho imparato delle tecniche per far suonare come volevo io alcuni strumenti. È stato davvero un processo esaltante, ma non so se lo rifarò in un’altra occasione, perché la musica mi piace anche condividerla e suonarla con altre persone. Però è un modo per non avere alcun compromesso se non con te stesso: è la mia idea, questo è quello che sono riuscito a tirare fuori ed è in un certo senso consolatorio; è come se non ci sia alla fine, nessun ripensamento o pentimento: una sorta di pace interiore. Anche se la difficoltà in questo caso specifico poi è proprio chiudere le cose, perché avendole sempre davanti hai sempre modo di modificare; a un certo punto ho chiuso per la stanchezza, ho lasciato respirare le canzoni per un mese e poi le ho risentite.

E tre brani sono solamente strumentali, quasi ponti tra un mito e l’altro, pensi che a volte la musica possa raccontare più delle parole?

Nel caso specifico sì, ma era necessario creare l’immaginario anche di quelle canzoni. Ho letto in qualche recensione che l’ultimo titolo non c’entrava nulla con la musica, ma non è vero: l’immagine è precisa, chiaramente non didascalica come altri titoli, ma rappresenta la battaglia finale fra Zeus e Tifone. Io ho immaginato questo groviglio nel cielo, con questo Tifone, un enorme Titano, un mostro a forma di uragano, che una volta sconfitto finisce per essere imprigionato dentro l’Etna; tutt’ora quando l’Etna erutta si dice sia Tifone che cerca liberarsi. Mi piaceva proprio l’idea di concludere il disco con un personaggio che viene imprigionato in Sicilia. Attraverso la musica puoi raccontare tantissime cose o, meglio, la musica può suggerire, dare delle sensazioni, delle suggestioni. Chiaramente va vissuta, devi navigarla, non è qualcosa che ti parla perché, se ci sono le parole, allora c’è qualcuno che ti sta raccontando qualcosa. La musica la navighi: è come il mare. È un altro modo di raccontare.

Tornando al titolo: il disco si chiama Ananke, dea del destino e della necessità, ma tu dici di credere più in Xaos, la divinità primordiale della Teogonia. Secondo te l’arte nasce più dal caos o dal bisogno di dare ordine?

Noi non siamo capaci di creare caos assoluto. Il caos è quello che regna ma che non ci appartiene, anzi non siamo nemmeno in grado di capirlo. È così complicato e assurdo come concetto che abbiamo bisogno di giustificare ogni cosa e spiegarcela, di creare divinità e creare senso a questo caos. L’arte non è nient’altro che una giustificazione e un racconto delle proprie emozioni: è un mettere in ordine ad una confusione che abbiamo dentro, che poi facciamo uscire attraverso varie forme. Noi cerchiamo continuamente di allontanare il caos da noi, non lo viviamo veramente, proviamo ad immaginarlo, ma è impossibile. Quello che facciamo è l’anticaos. Pensa alla storia dell’essere umano, è sempre andata verso l’abolizione del caos: abbiamo creato società, strade, fognature, sport, palazzi, economie dèi, santi e così e via. Siamo diventati sempre più precisi come un mosaico, ma in realtà, credo che a regnare in questo universo sia il caso assoluto. Noi abbiamo a volte l’impressione di potercela fare, ma ovviamente non è così: il caos è più forte di noi, e proprio per questo non possiamo realmente capirlo.

Infine, guardando i tuoi dischi precedenti, c’è sempre stata una tensione tra leggerezza e profondità, tra ironia e malinconia. Ananke dove si colloca in questo percorso?

Nella psichedelia. È un disco che magari in vari momenti può suggerire parecchie sensazioni, sicuramente per il mio modo di suonare e di cantare, di utilizzare determinati effetti. Vado spesso alla ricerca della nostalgia perché quel tipo di musicalità mi comunica e quindi a sua volta cerco di riproporlo, però ho ricercato anche il lato ludico e psichedelico. Mi divertiva l’idea di raccontare queste storie in una sorta di spirale colorata: il disco ha molte sonorità e questo, secondo me, è anche divertente. Anche facendo la copertina, ho scelto questo fucsia così fluo perché volevo suggerire questo: noi immaginiamo questi miti con un bianco e uno sfumato di grigio marmoreo come le statue, mentre volevo che quantomeno il colore di questi personaggi, attraverso la musica, cambiasse.

Proprio come le statue e i templi originali.

Esatto, un po’ come ritornando a come erano stati creati anche i templi, che erano tutti colorati. Volevo restituire colore a delle immagini ormai invecchiate e quindi diventate bianche e nere.

Articolo a cura di Emma Salone

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