Maggio 11, 2026
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A soli ventitré anni, Speedy è una delle voci più interessanti della nuova scena cantautorale calabrese. Cresciuto a Sant’Agata di Esaro e oggi di casa a Quattromiglia, quartiere universitario di Rende, Francesco Servidio ha trasformato il suo vissuto – la provincia, gli studi in Lettere, i primi palchi, le emozioni di un ventenne che guarda il mondo con sincerità – in una scrittura diretta, intima e profondamente contemporanea.
Dopo l’attenzione nata sui social, i primi singoli e una tournée di oltre trenta date in tutta Italia, il 2025 segna una svolta con l’uscita del suo album d’esordio QUATTROMIGLIA: un racconto generazionale che mescola indie pop moderno, sfumature elettroniche e una poetica narrativa che non rinuncia mai alle radici.
In attesa del live del 27 novembre a Torino, Speedy ci ha raccontato il suo percorso, la nascita del disco e quello che porterà sul palco per un pubblico che sta crescendo insieme a lui.

Francesco, o meglio Speedy: partiamo dalle origini. Come nasce un ragazzo di Sant’Agata di Esaro che decide di trasformare la musica in un progetto di vita?

Io nella mia vita ho sempre scritto testi. È sempre stato l’unico modo che ho avuto per far urlare le mie emozioni. Il processo che mi ha portato alla pubblicazione delle canzoni è avvenuto, però, quasi per gioco. Ho iniziato cantandole con i miei amici nei momenti di convivialità e in poco tempo sono finito a cantarle su un palco, a produrle e a pubblicarle grazie all’incontro con le realtà di Marley Session e Semplicente Dischi.


Ti va di raccontarci quel primo momento in cui hai capito che la musica non sarebbe stata solo una passione?
Sei un classe 2002, studi Lettere all’Università della Calabria e allo stesso tempo porti avanti un progetto artistico molto personale. In che modo questi due mondi – lo studio, la scrittura, la tua terra – entrano nelle tue canzoni?


Il mio percorso universitario, quello da studente fuorisede e quello artistico sono strettamente collegati tra di loro e si percepisce anche all’interno delle canzoni e nel disco in generale. Ho sempre detto che questo progetto non sarebbe potuto nascere in nessuna altra realtà se non in quella dell’Unical e di Quattromiglia, per come si vive e per la gente che ci vive.


Il tuo percorso discografico è iniziato nel 2024 con “Mano nella mano”, nato da una Marley Session che ha avuto subito grande riscontro. Cosa è cambiato da quel primo singolo al te di oggi?


Non è passato molto, ma sono stati mesi intensi e sicuramente c’è una nuova consapevolezza che prima era inesistente. Il costante calore del pubblico mi ha fatto capire di poter intraprendere questo percorso in maniera decisa.

E cosa hai imparato in questo primo periodo di pubblicazioni?


Ho imparato sicuramente quanto sia importante circondarsi di persone che ti vogliono bene e che credono nel tuo sogno come ci credi tu o anche di più.

Nei tuoi brani – da Clochard a Camicia Bianca – emergono spesso riferimenti alla Calabria, alla provincia, alla vita da ventenne. Quanto è importante per te restare autentico e raccontare ciò che conosci davvero?

È fondamentale anche perché non riuscirei a raccontare esperienze che non mi coinvolgono in prima persona. Inoltre, la mia volontà, fin dal primo giorno, è sempre stata quella di mantenere saldo il rapporto con le mie origini, con i miei amici e con il mio pubblico iniziale, senza i quali non sarei dove sono oggi.

Il 2025 per te è un anno fondamentale: oltre alla tournée di oltre 30 date in tutta Italia hai aperto il concerto di Franco126 alla Notte dei Ricercatori. Che esperienza è stata?


Sono stati i venti minuti pazzeschi. A un certo punto ho visto una marea di luci accese davanti a me e non sono riuscito a controllare le emozioni. Il giorno dopo ho visto mille video e risposto a mille messaggi, ma quello che è successo ancora oggi faccio fatica a realizzarlo. È stata probabilmente la notte più emozionante della mia vita, l’abbraccio più grande che abbia mai ricevuto.


Cosa ti porti dietro da un palco così importante?


È stata un’esperienza unica che non pensavo di poter vivere e mi porto dietro un’emozione che mai riuscirò a descrivere con le parole.

Il 7 novembre è uscito il tuo primo album QUATTROMIGLIA, un concept dedicato al quartiere universitario di Rende dove vivi e dove tutto è iniziato. Come è nato questo progett
o?

Io ho sempre vissuto nel mio piccolo paesino. L’essermi trasferito a Quattromiglia per studiare e per frequentare l’università mi ha fatto conoscere un sacco di persone e vivere numerose esperienze che sono diventate il motore dei miei testi e delle mie canzoni. Mi sono sempre sentito in debito con questo posto per ciò che mi ha dato e ho provato a ricambiare il tutto dedicandogli il mio primo progetto discografico.

E cosa rappresenta oggi “Quattromiglia” per te?

Sembra scontato, ma “Quattromiglia” per me è un punto di partenza vero e proprio. C’è ancora tanto da lavorare, sia dal punto di vista artistico e musicale sia da quello personale. Mi sono trovato catapultato in questo mondo in maniera molto repentina e devo ancora imparare a gestirmi e a gestire questa realtà, che per quanto sia ancora piccola, mi ha investito e ha cambiato parecchio il mio modo di vivere. Voglio lavorare su me stesso soprattutto da questo punto di vista per essere pronto ad affrontare le sfide più grandi che spero mi riserverà il fururo

Il disco ha un’identità molto precisa: indie pop moderno, pennellate elettroniche e una scrittura cantautorale che rimane sempre centrale. Come hai lavorato sul sound e sulla direzione artistica?

Io ho sempre vissuto le mie canzoni come una sorta di confessione profonda con me stesso. Scrivere è sempre stato un modo per far urlare le mie emozioni e per evitare che quest’ultime mi distruggessero. L’incontro con il mio produttore, Paolo Pasqua, ha fatto sì che l’intimità impenetrabile delle mie parole incontrasse un sound fresco e innovativo così da creare un’amalgama, secondo me, vincente, soprattutto in questo periodo storico.



QUATTROMIGLIA è anche un racconto generazionale: malinconie, speranze, contraddizioni. Se dovessi scegliere una frase o un’immagine che racchiude l’anima del disco, quale sarebbe?


“Anche stanotte non mi spiego come ogni cosa che ottengo poi mi scivoli via”. Il significato di questa frase lo si può riscontrare non solo in “Clochard” ma, in chiavi differenti, in tutti i pezzi dell’album e anche nell’artwork del disco fisico in cui nel fronte prendo il pullman e nel retro lo perdo. Perfetta metafora dei nostri vent’anni.

Torino ti aspetta il 27 novembre per il live. Cosa può aspettarsi il pubblico da questo concerto?

Sarà una delle mie prime esperienze fuori dalla Calabria e sarà sicuramente un ottimo banco di prova. Quello che prometto, come sempre, è che sarò autentico al cento per cento e cercherò di far arrivare con tutto me stesso l’anima di questo disco al pubblico.

Ci sarà qualche sorpresa, qualche nuova versione dei brani, momenti più intimi?

In questi mesi ho conosciuto dei musicisti eccezionali che mi accompagneranno in questa avventura e con essi abbiamo ri-arrangiato i brani per un’esperienza live ancora migliore ricca di energia e movimento, ma anche di intimità e malinconia.

Stai già guardando avanti: quali sono le prossime tappe del viaggio di Speedy?
Un nuovo singolo, un tour più grande, nuove collaborazioni?

È un periodo intenso e sto pensando solo a vivermi il momento, ma con l’anno nuovo spero di poter suonare il disco il più possibile e in più posti possibili, e ovviamente di iniziare a lavorare in maniera decisa sulle prossime uscite…

Invito finale:
Per chi non ti conosce ancora o ti ha scoperto da poco, perché dovrebbe venire al live di Torino? Cos’hai voglia di condividere con quel pubblico?

Tanta tanta sincerità e molto semplicemente le emozioni di un ragazzo di poco più di vent’anni che sta realizzando pian piano il suo piccolo grande sogno. Vi aspetto

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