A Pavana non c’era bisogno di una folla. Francesco Guccini aveva scelto così: niente palco, niente cerimonia pubblica, niente rumore attorno all’ultimo saluto. Solo la casa di famiglia, gli amici, i parenti e quel pezzo di Appennino che per lui non è mai stato soltanto un paesaggio, ma una geografia dell’anima.
Questa mattina, tra i boschi e le montagne che hanno accompagnato la sua infanzia e che poi sono diventati canzoni, familiari e amici hanno salutato per l’ultima volta il cantautore, morto il 6 agosto a 86 anni. A celebrare le esequie, in forma strettamente privata, c’era anche il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, che ha ricordato Guccini come un «gigante che condivide e non calcola, che dona e non possiede».
Niente scenografie. Niente spettacolo. Solo oggetti, ricordi, parole.
Sul feretro, un cuscino fatto con arbusti, fiori e bacche raccolti nei boschi intorno a Pavana: un frammento di quella montagna che Guccini si era portato dentro per tutta la vita. Accanto, un libro — Maigret a Parigi — e una cornice con un collage di fotografie. Piccoli segni, quasi privati, capaci però di raccontare molto più di una celebrazione solenne.
Poi hanno parlato gli amici. E infine Teresa, la figlia.
«Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte», ha detto. Una frase che potrebbe stare dentro una canzone di Guccini, perché le domande, nella sua opera, sono sempre state più importanti delle risposte. Il tempo, la morte, l’amore, la politica, la memoria, la vecchiaia: interrogativi lasciati aperti, come strade che continuano anche quando la canzone è finita.
«Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta».
Forse era proprio quello l’insegnamento.
Ma Teresa non ha ricordato soltanto il Guccini dei dischi, dei libri e dei palchi. Ha ricordato il padre. Quello delle giornate normali, dei giornali letti insieme, del panino alla mortadella mangiato al bar Roberto. Ha parlato di quei momenti in cui riusciva a «rubare» al cantautore una delle sue rare attenzioni. E di quella spiritualità senza etichette, personale, ostinatamente libera: «Tu avevi una visione panteistica della spiritualità che mi hai saputo trasmettere».
È impossibile ascoltare quelle parole senza tornare alle canzoni.
A quel modo tutto suo di guardare la natura come qualcosa di vivo, concreto, quasi sacro. E a Pavana, soprattutto. Un paese piccolo dell’Appennino che nelle sue mani è diventato molto più di un luogo: è diventato memoria, infanzia, ritorno. Le estati, i racconti degli anziani, le montagne, le case, il tempo che passa. Un punto sulla carta trasformato in un luogo della coscienza.
In questi giorni sono arrivati anche i fan. Alla spicciolata, come si va a trovare qualcuno che si è conosciuto senza averlo mai incontrato davvero. Fiori, biglietti, chilometri percorsi per arrivare fin lassù. Qualcuno ha lasciato un «Buon viaggio Francesco». Qualcun altro lo ha salutato con un applauso.
È una strana cosa, la morte di un cantautore: finisce la voce, ma non finiscono le persone che quella voce ha accompagnato.
Eppure, nel giorno dell’addio, Pavana è rimasta soprattutto sua. Poche persone, nessuna grande celebrazione, nessuna trasformazione del funerale in evento. Solo gli affetti più stretti e una casa di famiglia immersa nell’Appennino.
Esattamente come aveva voluto.
Alla fine sono rimaste le parole di Teresa. Poche, quasi disarmanti nella loro semplicità.
«Buon viaggio babbo».
