Il cantautore chiude il tour estivo tra grandi successi, duetti a sorpresa e un forte messaggio di solidarietà per la Palestina
C’è stato un attimo, prima che la musica iniziasse, in cui tutto si è fermato. Un attimo in cui la voce non era ancora quella di Brunori Sas, ma quella della realtà. Sul palco dell’Arena di Verona, gremita in ogni ordine di posti, è salito Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere per portare un messaggio forte, condiviso dallo stesso cantautore:
«Massima solidarietà alla Flotilla, a tutte le persone che sono scese in piazza, agli attivisti e alle associazioni umanitarie che da mesi lavorano per salvare vite umane. Se c’è una cosa bella in tutto questo orrore, è che le persone finalmente reagiscono. È bello vedere le piazze piene, un sacco di ragazze e ragazzi che si muovono.»
Il concerto è iniziato così: con un appello alla coscienza e uno sguardo lucido su ciò che accade fuori dai riflettori. Un’introduzione non scontata, nella stessa giornata in cui migliaia di persone si sono mobilitate in tutta Italia per la causa palestinese. Brunori, ancora una volta, ha scelto di non restare in silenzio.
Poi la musica è arrivata e si è presa la scena. Per un’ora e mezza abbondante, Brunori Sas ha guidato il pubblico dentro il suo mondo: intimo, ironico, nostalgico, capace di abbracciare. L’Arena ha fatto da cornice all’ultima tappa del tour estivo — prodotto da Vivo Concerti — che ha toccato teatri, piazze e festival in tutta Italia.
La scaletta è stata un viaggio a tutto tondo nella discografia del cantautore calabrese. Dai brani che lo hanno reso celebre al grande pubblico, come “La verità” e “L’albero delle noci” (con cui si è piazzato terzo a Sanremo), fino a quelle canzoni più “storiche” che il suo pubblico ama visceralmente, come “Kurt Cobain” e “Guardia ’82”, cariche di quella malinconia intelligente che è il marchio di fabbrica di Brunori.
A impreziosire la serata, due momenti speciali. Il primo è stato il duetto con Simona Marrazzo, compagna di vita e corista da vent’anni, madre della piccola Fiammetta — a cui è dedicata proprio L’albero delle noci. Un momento tenero, domestico, che ha raccontato quanto l’intimità possa essere anche politica, se vissuta con autenticità.
Il secondo duetto, a sorpresa, è stato con Diodato: due voci che si cercano e si rispettano, e che insieme hanno regalato un momento di rara intensità.
Sul finale, prima del bis, un omaggio corale ha emozionato l’intera platea: Brunori, Diodato e Simona Marrazzo hanno intonato “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla. Un modo perfetto per chiudere il cerchio: la musica come lettera al presente, ma anche al futuro.
Ad accompagnare Brunori in questa serata speciale c’era l’Ensemble Symphony Orchestra, diretta da Giacomo Loprieno. Gli arrangiamenti orchestrali — firmati da Mirko Onofrio e Stefano Amato — hanno saputo dare nuovo respiro ai brani senza stravolgerli, creando un equilibrio tra potenza sinfonica e intimità cantautorale.
In alcuni momenti l’orchestra sembrava amplificare le emozioni stesse del pubblico, come se le note avessero un cuore che batte all’unisono con quello della platea.
Non è stato un concerto “lungo”, ma non ce n’era bisogno. Il tempo è stato calibrato al millimetro, senza eccessi né lungaggini. Quello che resta, alla fine, è la sensazione di aver assistito a qualcosa di vero. Di avere ricevuto — tra le canzoni, i sorrisi e le parole — anche un messaggio forte e urgente: la musica può ancora prendere posizione, e può farlo senza perdere poesia.
Brunori Sas, ancora una volta, dimostra che il palco non è solo un luogo dove suonare, ma anche uno spazio in cui dire qualcosa. E a Verona, l’ha detto forte e chiaro.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo credit: Cesare Veronesi










Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
