Ferrara 13 Giugno 2026
C’è chi sostiene che un cerchio perfetto sia quello che si chiude. Che la perfezione sia questione di geometria, di punti che tornano su se stessi, di abbracci che stringono fino a togliere il respiro. Io l’ho creduto anch’io, per qualche anno della mia vita. Poi ho capito che era una balla. Che un cerchio, per essere davvero perfetto, deve restare aperto da qualche parte — abbastanza da lasciar passare il rumore del mondo, la luce sporca delle piazze di notte, la chitarra di Billy Howerdel, e – ovviamente, manco a dirlo – la voce di Maynard James Keenan.
Così ci si ritrova a Ferrara, sabato 13 giugno 2026, in una Piazza Ariostea chiusa per chiunque e per qualsiasi cosa, tranne che per la musica. Eccezionale musica. Un sabato sera che ha il sapore di quelli che non dimentichi, non perché qualcosa di eccezionale sia accaduto nel mondo — il mondo stava facendo le sue solite cose ignobili — ma perché tremila persone si sono ritrovate in una piazza rinascimentale a costruire qualcosa di raro: un abbraccio collettivo, rumoroso, elettrico, che non si sarebbe chiuso nemmeno dopo l’ultimo accordo.
La serata aveva aperto con misura e intelligenza. Alle 19 AA Williams, prima artista di supporto, aveva scalzato il silenzio della piazza con discrezione — il tipo di musica che non urla per farsi ascoltare ma che entra in te di traverso, come certi pensieri alle tre del mattino. Alle 20, Jehnny Beth aveva poi subito alzato l’asticella: una proposta più strutturata, più ansiosa, quasi presaga di ciò che sarebbe venuto.
Il pubblico stava già fremendo. I veterani degli APC — quelli che li seguivano dal tour di “Mer de Noms”, quelli con le t-shirt consumate e lo sguardo di chi ha aspettato otto anni — avevano cominciato ad avvicinarsi al palco con la determinazione silenziosa di chi sa benissimo dove vuole stare quando arriva il momento.
Perché questo è il punto: gli A Perfect Circle mancavano dall’Italia dal 2018. Otto anni è un’eternità nel tempo del rock, che non è il tempo degli orologi. Otto anni sono abbastanza per convincersi che certe cose non torneranno più, per smettere di aspettare, per farsene una ragione. E poi invece eccoli lì. Eccoli ancora. E tu sei ancora lì anche tu — qualche anno più vecchio, qualche cicatrice in più, ma con lo stesso buco nello stomaco di quando hai ascoltato “Bloodlust” la prima volta.
Quando le luci si sono spente e i primissimi accordi di “War Pigs” hanno cominciato a spandersi sulla piazza come fumo nero, ho capito che questa non era una serata qualunque. Aprire con un pezzo dei Black Sabbath è una dichiarazione politica e poetica insieme: è dire al pubblico che siamo qui per fare sul serio, che il dolore è vecchio come il rock, e che alcune cose non cambiano mai — i generali mandano i figli degli altri a morire, e la musica è l’unico posto dove puoi dirlo ad alta voce senza che qualcuno ti faccia tacere. La folla ha risposto con un boato che probabilmente Ariosto, dalla sua statua li in mezzo alla piazza, ha sentito risuonare nel marmo.
“The Package” è arrivata subito dopo, e se “War Pigs” era la testata d’ariete, questo era il bisturi. Otto minuti di chirurgia emozionale in cui Keenan costruisce la tensione con la pazienza di chi sa esattamente quando colpire. Poi “Disillusioned”, uno dei momenti più alti della serata: quella melodia che si apre come una finestra su qualcosa di irraggiungibile, quel testo che parla di riconnettersi con sé stessi in un mondo che non fa che distrarti. In piazza c’era gente che cantava con gli occhi chiusi. Non per fare i fighi. Perché certi testi li senti dentro in un posto che non ha nome.
“The Doomed” ha fatto quello che doveva fare: ha fatto male. È il tipo di canzone che ti mette di fronte a qualcosa che non vuoi guardare e poi non ti lascia girare la testa dall’altra parte. Poi “Weak and Powerless”, con quel giro ipnotico che ti succhia dentro — una delle hit più accessibili del loro catalogo, ma accessibile come può esserlo un precipizio: bella da guardare, pericolosa se ci cadi dentro. E in quella piazza, sabato sera, tutti ci siamo caduti dentro con entusiasmo.
Il cuore della scaletta aveva una sua logica brutale e bellissima. “Rose” ha portato una luce diversa, quasi tenera, prima che “Gravity” ti ricordasse che la tenerezza ha sempre un peso specifico. E poi “3 Libras”, nella versione All Main Courses Mix: se sei mai stato in un posto tra la veglia e il sonno, tra una persona e un’altra versione di te stesso, sai esattamente di cosa parla questa canzone. Keenan la canta come se stesse parlando sottovoce a qualcuno che non c’è più. Quella notte, in piazza, c’era qualcuno per ognuno di noi.
“Counting Bodies Like Sheep to the Rhythm of the War Drums” è il momento in cui la serata ha smesso di essere un concerto e è diventata un rito. Quella macchina industriale, quella pulsazione che non ti dà tregua, quella voce che scandisce il conto dei morti — è la versione rock di certe poesie di Dylan Thomas, dove la rabbia e il lutto si mescolano fino a diventare indistinguibili. “Starless”, la cover dei King Crimson, ha aperto un varco nel tempo: improvvisamente non eravamo più in una piazza di Ferrara nel 2026, eravamo in un posto fuori dal tempo, fuori dalla storia, in quel posto esatto dove la musica grande ti porta quando decide che sei pronto.
“The Noose” ha portato qualcosa di prossimo alla preghiera laica. E poi, subito dopo il laconico “thank you” proferito ‘urbi et orbi’ da padre Maynard Keenan – unica concessione verbale ad una serata riempita solo dalla loro musica – “Judith”, naturalmente. “Judith” che chiude sempre tutto, “Judith” che è la porta d’uscita e l’accusa e il commiato e la liberazione. Quando l’ultimo accordo si è sciolto nell’aria della sera ferrarese, per qualche secondo nessuno ha fatto niente. Neanche applaudire. Come quando finisce una conversazione importante e hai bisogno di un momento prima di tornare nel mondo.
Ho detto che un cerchio perfetto non si chiude mai del tutto. Sabato sera a Ferrara ne ho avuto la conferma. Quello che è rimasto nell’aria dopo l’ultimo accordo — tra tremila persone che si guardavano come dopo un naufragio, stanchi e salvi insieme — era esattamente quell’apertura. Quel bordo che non si tocca mai. Quel millimetro di distanza tra le braccia che abbracciano e la perfezione dell’abbraccio.
Non so voi. Io ci torno ancora.
Articolo a cura di Stefano Carsen
SETLIST
1. War Pigs (Black Sabbath)
2. The Package
3. Disillusioned
4. The Contrarian
5. The Doomed
6. Weak and Powerless
7. Rose
8. Gravity
9. Kindred
10. Blue
11. TalkTalk
12. 3 Libras (All Main Courses Mix)
13. The Outsider
14. Counting Bodies Like Sheep to the Rhythm of the War Drums
15. Starless
16. The Noose
17. Judith
