Ottobre 24, 2026
DSCF4718

Per i Kasabian il passato non è più un luogo in cui tornare. È diventato materiale da trasformare. Con Act III, Serge Pizzorno e la band arrivano al nono album in studio mettendo insieme frammenti della propria storia, deviazioni psichedeliche, elettronica e una ritrovata voglia di spingere il suono in avanti.

Il disco arriva dopo The Alchemist’s Euphoria (2022) e Happenings, completando idealmente una trilogia iniziata quando Tom Meighan ha lasciato il gruppo e Pizzorno si è trovato a occupare definitivamente il centro della scena. Un passaggio che ha richiesto tempo: il progetto ha iniziato a prendere forma già con “Hippie Sunshine”, presentato un anno dopo la fine del tour di Happenings, e ha attraversato quattro singoli, mesi di lavoro e anche un rinvio prima di arrivare alla sua forma definitiva.

Tredici brani, poco più di mezz’ora. Act III è compatto, nervoso, costruito come una sequenza di scene brevi. Il titolo non è soltanto una dichiarazione d’intenti: racconta la volontà di chiudere un periodo di transizione e, soprattutto, di smettere di interrogarsi sulla possibilità che i Kasabian possano continuare senza essere quelli di prima.

Un disco in tre atti, anche senza sipario

Pizzorno ha definito gli ultimi sei anni una sorta di piccola opera, con Act III destinato a essere il momento in cui le diverse parti della storia convergono. È un concetto che torna anche nella struttura dell’album, scandita da tre brevi interludi che funzionano quasi come cambi di scena.

L’immaginario cinematografico è dichiarato anche dalla frase “Inspired by true events”, che accompagna la tracklist. Ma le vere immagini arrivano dalla musica: ricordi, esperienze personali, influenze e vecchie identità dei Kasabian vengono fatti convivere senza essere necessariamente ricomposti in un unico suono.

“Quiet on set please 1m9” introduce il disco, poi “Soulmate” spalanca la porta con basso distorto, chitarre cupe e una tensione che rimanda alle origini della band. Non è nostalgia pura: è il riconoscimento di un linguaggio che continua a far parte del gruppo.

“Hippie Sunshine”, il brano che per primo aveva annunciato questa nuova fase, allarga invece il panorama. Psichedelia, melodie più luminose e un’energia costruita per il palco convivono in una traccia che sembra ricordare quanto i Kasabian siano sempre stati più interessanti quando hanno evitato di scegliere tra rock ed elettronica.

Poi arriva “Superpowers” e cambia completamente prospettiva. I synth diventano protagonisti, il groove si sposta verso l’R&B e l’attitudine è quasi da Gorillaz. È uno dei momenti in cui Act III dimostra di non voler semplicemente riprodurre la formula storica della band.

Serge Pizzorno contro il grande impostore

Il cuore più interessante del disco è forse “Great Pretender”, brano legato alla cosiddetta sindrome dell’impostore e alla trasformazione personale di Pizzorno dopo essersi ritrovato a guidare una delle band più importanti della scena britannica.

L’idea non viene trattata come una confessione vittimistica. Al contrario, il dubbio diventa una forma di energia. Sentirsi fuori posto può significare essere arrivati esattamente sul bordo di qualcosa di nuovo.

È una chiave di lettura efficace per tutto Act III. Pizzorno non prova a cancellare l’eredità dei Kasabian e nemmeno sembra interessato a dimostrare di essere diventato qualcun altro. La accetta, la smonta e la rimette in circolo.

“Nothing Better Than This” porta il discorso ancora più lontano dal rock tradizionale. Bassi aggressivi, pulsazioni da dancefloor e atmosfere scure trasformano il brano in uno dei momenti più fisici dell’album. È musica pensata per essere ascoltata, certo, ma soprattutto per essere vissuta davanti a un palco.

E qui emerge un elemento fondamentale: i Kasabian sembrano aver costruito Act III con il pubblico dal vivo costantemente presente nella testa. Alcuni ritornelli sono semplici, immediati, quasi progettati per diventare cori collettivi. Non è necessariamente un limite: per una band con una storia così legata ai concerti, la dimensione fisica della musica rimane parte integrante dell’identità.

Quando il disco rallenta, trova nuove possibilità

La seconda metà dell’album è meno prevedibile e, proprio per questo, spesso più stimolante.

“Silver Apple Eyes” parte da coordinate disco per approdare a una psichedelia più morbida e notturna. “The Guru And The Crypto Time Machine” mescola funk-rock, produzione elettronica deformata e una satira rivolta al mondo degli influencer, delle criptovalute e dei nuovi guru digitali.

Il risultato è volutamente caotico, ma sotto la superficie ironica resta una delle idee centrali del disco: liberarsi dalle zavorre del passato invece di continuare a subirle.

Dopo il terzo interludio, “Glide” cambia ancora ritmo. Batteria, piano e sintetizzatori lasciano spazio alla voce, che abbandona parte della consueta aggressività e assume un tono più disteso. È uno dei momenti in cui Act III sembra quasi fermarsi a guardare cosa è rimasto dopo il viaggio.

“Hyper//Rising” torna invece a combinare chitarre ed elettronica in un crescendo più imponente. È efficace, anche se meno sorprendente: il disco sembra dare il meglio quando sceglie la sottrazione invece dell’accumulo.

Il presente, finalmente

La conclusione arriva con “Say You (Closer)”, probabilmente il momento più caldo e intimo dell’album. L’atmosfera si fa sospesa e la voce di Pizzorno assume una dimensione quasi confidenziale.

È una scelta significativa per chiudere un disco nato proprio dal confronto con il passato. Perché Act III non termina con una celebrazione degli anni migliori dei Kasabian. Termina con uno sguardo in avanti.

Dentro queste tredici tracce c’è praticamente tutta la storia sonora della band: il basso aggressivo degli esordi, la psichedelia, la componente elettronica, le sperimentazioni più recenti. Ma il risultato non è un greatest hits travestito da album nuovo.

Il rischio, semmai, è l’opposto: alcuni esperimenti rimangono soltanto accennati e non tutti i ritornelli hanno la stessa capacità di lasciare il segno. Act III non è un disco perfetto e non prova a esserlo.

È però un disco più sicuro di sé.

Dopo anni trascorsi a capire che cosa potessero essere i Kasabian senza Tom Meighan, Pizzorno e soci sembrano finalmente aver smesso di cercare una risposta. Il passato rimane ovunque, ma non detta più le regole.

Il terzo atto, in questo senso, non è la conclusione della storia. È il momento in cui la band accetta che la nuova versione dei Kasabian non debba più essere spiegata.

Deve semplicemente suonare.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit Davide Mauro

Lascia un commento

errore: Questo contenuto è protetto!