Giugno 30, 2026
02_Marzia Allietta

C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione d’intenti il nuovo percorso di Lepre: un treno che parte puntuale mentre tu sei ancora lì, convinto di avere tempo. È da questo episodio, apparentemente ordinario, che nasce Orario di massima, il singolo che anticipa il nuovo album in uscita nell’autunno 2026. Ma il treno è solo un pretesto. Al centro del brano ci sono il rapporto con il presente, gli errori che si comprendono soltanto dopo e quella leggerezza che, più che minimizzare le ferite, permette di attraversarle.

Registrato all’Eremo La Ninfo, residenza artistica immersa nei boschi della Calabria, Orario di massima si muove tra autobiografia e riflessione universale, trasformando un piccolo incidente quotidiano in una domanda sul tempo, sulle occasioni e su tutto ciò che immaginiamo sarebbe potuto andare diversamente. Abbiamo incontrato Lepre per parlare del nuovo singolo, del disco in arrivo e di cosa significa scrivere canzoni in un’epoca in cui sembra che tutto debba accadere subito.

Vorrei partire da un’immagine molto semplice. Hai raccontato di aver perso un treno e di aver impiegato qualche minuto ad accettare che fosse semplicemente partito in orario. Ti è sembrato subito un episodio da trasformare in una canzone oppure ne hai colto il significato solo dopo?

No, non ho pensato subito a una canzone. Mi è sembrata piuttosto una cosa che dovevo raccontarmi, prima ancora che raccontare agli altri. Quando mi succede qualcosa che mi colpisce, sento quasi l’obbligo di capire perché mi abbia fatto effetto. Così, senza neanche accorgermene, costruisco un racconto. È il modo che ho per dare un senso a quello che è successo e, spesso, lo condivido anche con le persone che ho intorno, quasi per verificare se sono io a vedere le cose in modo strano oppure no. Poi, quando arriva il momento di scrivere, torno spesso a quei racconti. Mi divertono perché parlano di situazioni normalissime, ma osservate da un punto di vista un po’ insolito. Succede a tutti: vivi una cosa banale, però all’improvviso ci trovi dentro qualcosa in più. Perdere un treno è un episodio comune, ma se riesci a guardarlo con uno sguardo diverso diventa interessante. E allora, nel mio caso, può diventare una canzone. Quindi no, la prima reazione non è stata: “Ci scrivo un pezzo”. Ho pensato: “Questa cosa la devo capire”. Solo dopo averla capita e raccontata era pronta per entrare in una canzone.

In “Orario di massima” il treno è quasi un dettaglio. In realtà il brano parla del momento in cui ti rendi conto di essere stato tu fuori tempo, non il mondo. È una sensazione che senti tua anche oggi?

Credo di essermi ormai arreso, in senso positivo, all’idea che il mondo non funzionerà mai come vorrei io. E siccome la maggioranza delle persone sembra muoversi in un’altra direzione, è più semplice pensare che sia io ad avere bisogno di trovare un equilibrio diverso. Ho sempre avuto la sensazione di guardare molte cose con una prospettiva differente. Ho bisogno di tempi e spazi che spesso non coincidono con quelli degli altri. È anche una posizione un po’ presuntuosa, lo riconosco, ma penso davvero di cogliere alcune dinamiche che molte persone non vedono. Mi sento più consapevole della media, e so che è una cosa difficile da ammettere.

Succede anche a me.

Ecco, vedi?

Forse è un atto di vanità…

Può darsi, lo ammetto. Però è davvero la sensazione che ho. Vedo persone fare cose che ai miei occhi sembrano assurde senza rendersene conto. Anch’io faccio i miei errori, ma almeno provo a riconoscerli. Cerco di avere un forte senso etico e una certa lucidità nel leggere la realtà. Questo però significa anche sentirsi spesso in minoranza. Alla fine mi sono rassegnato all’idea che il mondo funzioni così. E va bene anche questo.

Ti è mai capitato di sentirti ‘fuori tempo’? Che rapporto hai con la GenZ?

No, in realtà no. Con i più giovani mi trovo anche bene. È proprio il mio modo di guardare il mondo a essere molto critico. Fa parte della mia natura. Quando vedo persone che sembrano completamente serene davanti a problemi enormi, oppure fanno finta che quei problemi non esistano, faccio fatica a comprenderle.

Noi italiani, in questo, siamo bravissimi.

Eh sì, siamo maestri. Però, alla fine, vale sempre quel “volemose bene” tipicamente romano. E tutto sommato ne riconosco anche gli aspetti positivi. Non sono una persona che passa il tempo a puntare il dito contro gli altri. Non penso che sia tutto colpa di chi resta indifferente. Credo che ognuno faccia quello che può. Io provo davvero a fare tutto quello che è nelle mie possibilità. A volte, però, mi sento come un Don Chisciotte che combatte contro qualcosa di impalpabile.

C’è una frase che sembra essere il cuore del brano: “Sbagliavo perché non volevo capire”. È una presa di coscienza piuttosto dura. Scrivere questa canzone è stato un modo per fare pace con quell’errore o per guardarlo finalmente senza difenderti?

Credo sia la conclusione di un percorso che avevo già fatto dentro di me. Con quegli errori ho fatto pace. Non con quelli che sto facendo adesso, perché probabilmente ancora non riesco a vederli, ma con un certo modo di vivere le relazioni sì. Per tanto tempo, nei rapporti personali, di lavoro o di amicizia, tendevo a mettermi un po’ al di sopra degli altri. Pensavo di avere ragione e cercavo di imporre il mio punto di vista, invece di fermarmi e chiedermi perché l’altra persona vedesse le cose in modo diverso. Infatti il verso successivo dice: “Volevo solo avere ragione, che coglione.” È proprio questo il punto. Avere ragione non serve a niente se il conflitto resta irrisolto. Mi comportavo quasi come se le relazioni fossero una competizione da vincere, una specie di risultato elettorale, invece che uno spazio in cui cercare una soluzione insieme. Capire questa cosa ha richiesto tempo. Più che fatica, direi pazienza. Prima l’ho individuata, poi l’ho accettata. Quando l’ho scritta, però, era già diventata una consapevolezza. Per me mettere qualcosa in una canzone significa averla ormai assimilata. È come scrivere una regola che ho imparato. Oggi, anche quando penso di avere ragione, so che se non riesco a capire l’altro non posso continuare a insistere. Vuol dire che mi manca un pezzo della situazione. Continuare a sbattere la testa sul mio ragionamento, anche se mi sembra corretto, non serve a nulla. I ragionamenti possibili sono tanti.

Anche le prospettive.

Esatto. E non sono sempre razionali. Per tanto tempo la mia parte razionale è stata quella dominante. È sempre stata una specie di armatura. Sono una persona molto sensibile, ma avevo costruito un modo molto freddo e logico di affrontare le cose, quasi per proteggermi da quella parte più emotiva. Negli ultimi anni sto cercando di dare spazio anche a quell’altra dimensione. Nei conflitti, nelle relazioni, nella vita in generale. E, a dirla tutta, credo sia la parte migliore di me. La razionalità è efficiente, funziona benissimo. Forse anche troppo. Ma non voglio vivere come un ingegnere della mia esistenza. Preferisco essere un adulto che continua a conservare qualcosa del bambino che è stato, qualcuno che resta in contatto con le proprie emozioni e con quelle degli altri.

Una cosa che mi colpisce molto dei tuoi testi è il modo in cui racconti il fallimento. Non è mai drammatico, ma nemmeno banalizzato. Lo guardi con leggerezza, senza che quella leggerezza diventi superficialità. Da dove nasce questo equilibrio?

Credo dipenda dallo stesso percorso. Sono stato fortunato perché sono cresciuto in un ambiente in cui si poteva anche ridere dei fallimenti, senza per questo prendere la vita alla leggera. Le cose si facevano sul serio, ma senza vivere ogni errore come una tragedia. Anche allargando lo sguardo oltre la mia famiglia, penso alla scuola e alle persone che ho incontrato: non ho mai subito quelle pressioni che, in certi momenti della crescita, possono fare davvero male. Questo mi ha insegnato che si può sbagliare senza sentirsi definiti dai propri errori.

Molti cantautori raccontano sé stessi come protagonisti assoluti delle proprie canzoni. Tu, invece, sembri osservarti quasi da fuori, con ironia. Quando scrivi sei il protagonista della storia o il primo spettatore?

Entrambe le cose, ma direi soprattutto lo spettatore. Mi diverte osservare quello che faccio, descriverlo e provare a capirlo. A volte fa anche male, certo, ma quel piccolo distacco mi permette di raccontarmi con maggiore sincerità. Ormai ho imparato a fidarmi abbastanza di me stesso. So di essere una persona equilibrata, quindi mi concedo di vivere le esperienze senza analizzarle continuamente mentre accadono. È un po’ come portare il cane al parco. Lo lasci libero e osservi cosa fa. Con me succede qualcosa di simile. Vivo le cose, poi mi fermo a guardarle. Ed è da lì che nascono le canzoni. Naturalmente sono sempre io, sia quello che vive sia quello che osserva. Però, quando scrivo, prevale lo sguardo dello spettatore. Anche perché, in fondo, quelle storie potrebbero appartenere a chiunque.

“Orario di massima” è stato registrato all’Eremo La Ninfo, una residenza artistica immersa nei boschi della Calabria. Oggi siamo abituati a produrre musica ovunque e in tempi rapidissimi. Che cosa ti ha dato, invece, un luogo così isolato?

È successo esattamente quello che ci si immagina quando si pensa a una residenza artistica. Ti svegli la mattina, fai colazione, pensi solo alla musica e lavori con calma, senza stimoli esterni. Entri completamente dentro quello che stai facendo e segui un unico ritmo: il tuo. La cosa sorprendente è che, pur avendo la sensazione di procedere lentamente, alla fine della giornata ti accorgi di aver fatto un lavoro enorme. Ti sembra di essere andato piano, ma in realtà sei stato velocissimo. Anche le pause assumono un altro valore. Mezz’ora passata in un posto del genere vale come una settimana di vacanza dopo mesi di lavoro in città. È proprio un’altra percezione del tempo. Per noi ha funzionato alla perfezione. In sei giorni abbiamo realizzato sei brani completi, già registrati e molto vicini alla versione definitiva. Ovviamente, una volta tornati in studio, li abbiamo rifiniti, ma la maggior parte delle registrazioni fatte lì è rimasta nel disco. La cosa ancora più incredibile è che quei pezzi non erano mai stati ascoltati dagli altri musicisti. Giorgio Maria Condemi, Michele Mariola e Jacopo Dell’Abbate li hanno conosciuti direttamente lì, nel momento in cui prendevano forma.

Quindi siete partiti pensando di realizzare dei provini e siete tornati con un disco quasi finito.

Esatto. L’idea iniziale era semplicemente quella di raccogliere tutto quello che sarebbe successo durante quei giorni. Pensavamo di tornare a casa con del materiale da sviluppare. Invece ci siamo accorti che quello era già il disco. Lo avevamo messo in conto come possibilità, ma nessuno di noi immaginava che sarebbe successo davvero.

C’è stato un momento preciso in cui avete capito che il disco stava prendendo una direzione diversa da quella che avevate immaginato?

In realtà la cosa bella è che non avevamo una direzione. Avevamo solo un metodo. Ogni mattina arrivavo con una canzone in versione chitarra e voce, a volte addirittura incompleta. La facevo ascoltare agli altri e ci davamo un obiettivo molto semplice: realizzare un brano al giorno. Nient’altro. Il primo giorno abbiamo lavorato proprio su Orario di massima. La mattina l’ho fatta sentire a Giorgio Maria Condemi e a Jacopo Dell’Abbate, che registrava tutto. Nel pomeriggio il pezzo era praticamente finito. Io avevo registrato batteria e voce, Giorgio aveva costruito chitarre, basso e tutto quello che gli veniva in mente. Quella che si sente oggi è, per la maggior parte, proprio la registrazione di quel giorno. Successivamente abbiamo aggiunto gli archi, ma l’identità del brano era già tutta lì. Dal secondo giorno si è unito anche Michele Mariola, arricchendo ulteriormente il lavoro. Quella prima giornata ci ha fatto capire che il metodo funzionava davvero. E pensa che buona parte della mattina era stata dedicata semplicemente a montare tutta la strumentazione. Di fatto il pezzo è nato in poche ore. È stata una conferma enorme, ma soprattutto una sorpresa. È andata molto oltre qualsiasi aspettativa.

Il singolo anticipa un album in uscita in autunno. È il brano che rappresenta meglio il disco oppure è soltanto una porta d’ingresso destinata a sorprendere chi penserà di aver già capito tutto?

Direi che è una porta d’ingresso. Però è una casa con tante stanze. Anzi, forse è meglio dire che è una casa con tante finestre affacciate su paesaggi diversi. Entri nello stesso luogo, ma da ogni finestra vedi qualcosa di differente. Il disco è uno solo, ha una sua identità precisa, però contiene molti punti di vista e molte sfumature. Orario di massima è l’ingresso, ma non esaurisce quello che c’è dentro.

C’è qualcosa che hai scelto consapevolmente di non dire in questo disco? A volte i silenzi raccontano quanto le canzoni.

Sì. In alcuni casi ho cercato di dire senza dire. Negli ultimi anni seguo con molta attenzione quello che succede dal punto di vista politico e sociale. Ci sono temi che mi stanno particolarmente a cuore e che inevitabilmente entrano anche nelle canzoni. Però cerco sempre di affrontarli senza trasformare un brano in un manifesto. Mi interessa fare poesia politica, non propaganda.

Quindi il messaggio c’è, ma va cercato.

Esatto. Non mi nascondo, il senso si capisce. Però non mi interessa scrivere una canzone che dica in modo esplicito chi ha ragione e chi ha torto. Non è paura della censura. È il timore di rendere quei temi pesanti o respingenti. Io vorrei ottenere l’effetto opposto: avvicinare le persone, non allontanarle.

C’è un artista, uno scrittore o un regista che ti ha insegnato a parlare di temi profondi senza perdere leggerezza?

Ce ne sono tantissimi. Se penso al cinema, il primo nome che mi viene in mente è Paolo Sorrentino. Per come scrive, per la capacità di alternare ironia, malinconia e profondità, secondo me è davvero imbattibile. Poi c’è tutto il cinema politico che ho amato tantissimo: Ken LoachDaniele Vicari, ma anche Virzì. Sono autori che mi hanno formato molto. Credo profondamente nel cinema che riesce a raccontare la società senza rinunciare alla forza narrativa.

A me manca moltissimo Mattia Torre.

Anche a me. Tantissimo.

E nella letteratura? C’è un libro che consiglieresti?

Se devo pensare a uno scrittore che mi ha davvero influenzato durante la formazione, direi Daniel Pennac. Ho letto praticamente tutto quello che ha scritto durante l’adolescenza e mi ha aiutato tantissimo, soprattutto nel modo di guardare le cose. Penso spesso a Come un romanzo. È un libro che, in fondo, ti dice che la lettura è un piacere e non un dovere. Ti autorizza a leggere un libro come vuoi: puoi iniziarlo dalla fine, interromperlo, riprenderlo dopo mesi. Quando l’ho letto mi sono sentito libero. Mi piacciono molto gli autori che riescono a liberarti senza deresponsabilizzarti. Poi ci sono Kafka, Bukowski, Hemingway… ho letto davvero un po’ di tutto. Negli ultimi anni, però, mi sono appassionato anche alla saggistica e alla divulgazione scientifica.

E invece, se dovessi consigliare un libro da cui partire oggi?

Per chi vuole avvicinarsi alla divulgazione scientifica direi sicuramente Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli. È uno di quei libri che riescono a spiegare cose molto complesse con una semplicità incredibile. Poi ho letto molto anche di storia contemporanea. Un libro che considero fondamentale è Il secolo breve di Eric Hobsbawm. Mi ha aiutato tantissimo a capire il Novecento.

Passiamo alla musica. Lo so che è la domanda più difficile, ma se dovessi consigliare qualche artista da ascoltare?

Se parliamo di scrittura, la penna che mi emoziona di più è quella di Francesco Bianconi. Per me è semplicemente sublime. Ogni volta che ascolto i suoi testi provo lo stesso piacere che si prova leggendo un grande romanzo. Un’altra cosa che amo è il modo in cui la musica sostiene quella scrittura, senza mai sovrastarla. Poi ci sono giganti come Paolo Conte e Lucio Dalla. Sono artisti che hanno raggiunto un livello altissimo e continuano a essere un riferimento.

Hai detto poco…

Eh, infatti. Poi c’è tantissima musica contemporanea che ascolto con entusiasmo. Mi piace moltissimo quello che stanno facendo Daniela Pes e tutte le persone che ruotano intorno a quel mondo musicale. E poi ci sono amici che, prima ancora di essere amici, sono artisti che ammiro profondamente. Penso a Francesco Motta e Giovanni Truppi.

Il titolo Orario di massima contiene una promessa, ma anche l’accettazione del fatto che forse non riusciremo mai a rispettarla fino in fondo. Se dovessi dare un “orario di massima” al Lorenzo che sarai tra cinque anni, cosa speri che abbia imparato?

Nel concreto spero che abbia imparato a suonare bene il pianoforte. Mi piacerebbe poter fare un concerto piano e voce da solo, sentirmi completamente autonomo anche da quel punto di vista. Più in generale, spero di aver costruito un percorso ancora più personale, sempre meno legato a quello degli altri musicisti. Vorrei continuare a trovare un modo mio di fare questo mestiere.

Utima domanda, questa è più una curiosità personale. Ti ho visto dal vivo e una cosa che mi affascina tantissimo è il fatto che tu canti mentre suoni la batteria. È una cosa che, da spettatore, sembra difficilissima. Come fai? Ti viene naturale?

Credo dipenda semplicemente dal fatto che ho iniziato prestissimo. Suono la batteria da quando avevo sei anni. Quando è arrivato il momento di cantare, la batteria era già diventata un’estensione del mio corpo. È un po’ come andare in bicicletta. Se impari prima ad andare in bici e poi inizi a cantare mentre pedali, a un certo punto le due cose convivono naturalmente. Per me è successo così. Ovviamente sul palco ci sono anche altre difficoltà: il microfono, il volume della batteria, l’ascolto. Dal punto di vista tecnico bisogna fare attenzione. Ma il coordinamento, ormai, non ci penso nemmeno più. Sono movimenti che fai da sempre, diventano memoria del corpo. Non ci pensi più.

Alla fine della conversazione, Orario di massima si rivela per quello che è: non una canzone su un treno perso, ma sull’istante in cui si smette di cercare colpevoli e si accetta che il tempo, semplicemente, continua a scorrere. Lepre non cerca risposte definitive e forse è proprio questa la forza della sua scrittura: lascia spazio al dubbio, all’ironia e alla possibilità che anche un’occasione mancata possa trasformarsi in un nuovo punto di partenza.

Se questo singolo è davvero la prima fermata del disco in arrivo, l’impressione è che il viaggio autunnale sarà meno interessato alle destinazioni che al modo in cui impariamo ad abitare il percorso.

Articolo a cura di Angela Todaro

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!