Ieri sera il borgo di Roatto (AT) ha ospitato uno degli appuntamenti più attesi di Monferrato On Stage, la rassegna che unisce musica, territorio ed eccellenze enogastronomiche. Sul palco è salito Bobo Rondelli, cantautore livornese dalla voce inconfondibile e dall’inesauribile capacità di trasformare ogni concerto in un viaggio tra ironia, malinconia e umanità.
Ad accompagnarlo, in una formazione acustica essenziale e coinvolgente, Meme Lucarelli, collaboratore storico e compagno di palco con cui Rondelli ha costruito un dialogo musicale fatto di intesa, spontaneità e grande libertà espressiva. Un concerto che ha alternato canzoni, racconti, improvvisazioni e momenti di autentica vicinanza con il pubblico, confermando ancora una volta quanto la dimensione dal vivo sia il luogo naturale dell’artista toscano.
Da sempre cantore degli ultimi, dei sognatori, degli irregolari e degli uomini in bilico tra disincanto e poesia, Rondelli continua a osservare il mondo con uno sguardo profondamente umano, capace di cogliere la bellezza anche nelle fragilità e nelle contraddizioni del presente. Una sensibilità che emerge tanto nelle sue canzoni quanto nelle conversazioni, lontane da qualsiasi costruzione o artificio.
Proprio in occasione della sua partecipazione a Monferrato On Stage abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo per una lunga chiacchierata. Ne è nata un’intervista sincera e senza filtri che attraversa temi come la musica italiana di oggi, il rapporto con il successo, la malinconia, i social network, il passare del tempo e il bisogno, sempre più raro, di conservare uno sguardo poetico sulle cose.
Quello che segue è il racconto di questo incontro con un artista che, dopo oltre quarant’anni di carriera, continua a preferire la verità delle persone alle logiche dello spettacolo e che, con la consueta leggerezza disarmante, riesce ancora a ricordarci che la bellezza più autentica nasce spesso dove nessuno si prende la briga di cercarla.
Nelle tue canzoni c’è sempre qualcuno che vive ai margini: un perdente magnifico, un romantico fuori tempo, un ubriaco poeta. Ti senti ancora uno di loro o ormai osservi quei personaggi da lontano?
«Beh, ormai sono vicino alla pensione. Però lo sguardo va sempre lì, verso quelle persone. E poi nella sofferenza, in fondo, ci sono sempre più cose da raccontare.»
Hai costruito una carriera senza inseguire davvero il successo nel senso tradizionale del termine. È stata una scelta o una conseguenza?
«Forse entrambe le cose. Mi è sempre piaciuto suonare in posti piccoli. Non mi piace non arrivare alla gente, ma quando c’è troppa folla non credo si riesca davvero a emozionare. Nei luoghi raccolti il rapporto è diverso, più vero.»
Oggi molti artisti sono costretti a raccontarsi continuamente sui social. Tu hai sempre preferito raccontare la vita attraverso le canzoni. Pensi di esserti perso qualcosa?
«No. I social non mi sono mai piaciuti molto. Ci sono persone che funzionano benissimo in quel contesto, ma l’idea di apparire continuamente, di arrivare per forza a tutti, non mi interessa. Non credo che un artista debba parlare a chiunque. Quello che conta sono i contenuti.»
La malinconia è una parola che torna spesso quando si parla della tua musica. Ti riconosci in questa definizione?
«Sì. Credo che la malinconia sia fondamentale. Senza malinconia non esisterebbe nemmeno l’amore. È uno dei sentimenti essenziali della vita.»
Nei tuoi brani c’è una forte idea di libertà. Oggi ti senti più libero o più disilluso rispetto a vent’anni fa?
«Più invecchi e più diventi disilluso. Con gli anni vedi il mondo per quello che è e perdi un po’ della forza e dell’entusiasmo che avevi da giovane. Però continuo a pensare che la gente abbia bisogno di emozioni. Nel mio piccolo provo ancora a fare questo: trasmettere qualcosa.
E poi mi piace restare vicino alle persone. A Roma, per esempio, quasi nessuno mi riconosce e per me è una bella cosa. Più diventi famoso, più rischi di isolarti. La notorietà può produrre l’effetto contrario: più persone ti seguono e più tendi a chiuderti in casa.»
Eppure continui a vedere segnali positivi.
«Sì. In alcuni paesi della Toscana incontro ragazzi di diciassette o vent’anni che ascoltano le mie canzoni, ma anche De André o Puccini. E allora penso che non sia tutto perduto.»
Cosa ti annoia di più della musica italiana contemporanea e cosa invece ti sorprende?
«È una domanda difficile. Ho l’impressione che la canzone italiana, quella che conoscevamo, esista sempre meno. Molti testi mi sembrano costruiti su schemi ripetitivi: la disperazione sentimentale, l’eccesso, l’ostentazione. Vorrebbero essere forti, ma spesso risultano poveri di contenuto.
Quando però sento una bella canzone la riconosco subito. La bellezza ha una sua evidenza: o c’è o non c’è.»
Hai attraversato tante epoche della discografia: le major, l’indipendenza, lo streaming. Se avessi venticinque anni in meno, riusciresti comunque a fare il percorso che hai fatto?
«Non lo so. So soltanto che continuo ad ascoltare le grandi canzoni, quelle che mi hanno formato. Quando incontro qualcosa di veramente bello me ne accorgo immediatamente. Come diceva Califano: “Tutto il resto è noia”.»
Le tue canzoni sembrano nascere da conversazioni notturne, al bancone di un bar. Dove trovi oggi le storie che vale la pena raccontare?
«Oggi è più difficile. Più passa il tempo e più la società diventa superficiale. Stiamo perdendo il senso della compassione e della pietà.
Se guardi davvero una persona che soffre puoi commuoverti, puoi immedesimarti nella sua esistenza. Mi sembra che questa capacità stia scomparendo. Dopo il Covid ho visto crescere molta rabbia: le persone sono più aggressive, più nervose. Basta uscire per strada per accorgersene.»
Forse è una rabbia alimentata anche dalla precarietà economica e dalla sensazione che nulla possa migliorare.
«Sì, è vero. E poi ci sono le guerre, le disuguaglianze. Tutto questo pesa sulle persone.»
Credi che abbiamo perso anche la capacità di guardare davvero gli altri?
«Anche i social hanno contribuito. Ognuno vive dentro la propria bolla. Gli algoritmi ti mostrano soltanto quello che già ti interessa e finisci per vedere sempre la stessa parte del mondo.
Proprio mentre parliamo sto guardando un piccolo gabbiano caduto dal nido. Spero che la madre torni a cercarlo. Quando vedi soffrire un animale provi dolore. E se soffriamo per un uccello, immagina cosa dovremmo provare davanti alle guerre.»
Oggi c’è anche molta diffidenza verso gli altri.
«Sì. Una volta bastava prendere una chitarra e suonare in strada per attirare curiosità. Oggi spesso vieni guardato come uno strano.»
Qual è la cosa più preziosa che hai perso crescendo e qual è quella che hai guadagnato?
«Ho perso l’entusiasmo. Quello inevitabilmente si consuma. Ho guadagnato invece un certo distacco dalle cose, che non significa indifferenza, ma la capacità di prenderle con maggiore leggerezza. La vecchiaia, da questo punto di vista, ti insegna qualcosa.»
Mi auguro che il tuo lavoro riceva tutti i riconoscimenti che merita. Troppo spesso gli artisti vengono celebrati soltanto quando è troppo tardi.
«I riconoscimenti fanno piacere, certo. Nella mia città hanno persino realizzato un’installazione luminosa ispirata alle mie canzoni. Però, scherzando, dico sempre che anche cinquecento euro farebbero comodo.
La cosa più importante, comunque, è non sentirsi superiori agli altri. Ho sempre pensato che ci fosse più disagio che gloria nel fare l’artista. Dietro questo mestiere c’è molta fragilità.»
Che rapporto hai con la tecnologia?
«La tecnologia ci ha anche rovinato l’esistenza. Pensa ai droni: uno immaginava documentari, immagini meravigliose, e invece vengono usati anche per uccidere.
Come diceva Gianni Rodari, il cielo dovrebbe appartenere a tutti. Oggi sembra appartenere ai droni.»
Bobo Rondelli sorride, poi torna a osservare il piccolo gabbiano di cui mi aveva parlato durante la conversazione. È un’immagine che, in fondo, racchiude perfettamente il suo modo di guardare il mondo: la capacità di fermarsi davanti alle fragilità, di cercare poesia dove altri vedono soltanto dettagli insignificanti. In un tempo dominato dalla velocità, dall’esposizione continua e dal rumore, continua a difendere il valore delle storie, della compassione e dello sguardo umano. Forse è anche per questo che le sue canzoni, dopo tanti anni, continuano a parlare a generazioni diverse.
Ascoltando Bobo Rondelli si ha l’impressione che il tempo abbia cambiato molte cose, ma non il suo modo di guardare il mondo. I personaggi che abitano le sue canzoni sono ancora lì: fragili, malinconici, spesso ai margini. E lui continua a raccontarli con la stessa attenzione, senza inseguire mode o scorciatoie. Forse è anche per questo che, dopo tanti anni, le sue parole continuano a trovare ascolto.
Articolo a cura di Angela Todaro


