Maggio 16, 2026
SimoneCossu2

Danze della sfiga è il nuovo album de Le Schiene di Schiele, band post-punk torinese che provoca a suon di pugni nello stomaco, alla ricerca di reazioni sopite tra chi ascolta. Otto tracce, otto inciampi su cui cadere, farsi male e imparare. Difficile ballare bene nella vita: c’è chi inciampa sul lavoro, chi nei traumi familiari, chi sotto il peso delle aspettative. È da questa metafora che parte Danze della sfiga, il nuovo disco de Le Schiene di Schiele, storie di ordinaria disfatta per raccontare il lato più amaro e grottesco dell’esistenza umana con l’urgenza, la rabbia e l’ironia di un post-punk viscerale e impegnato.

Il disco nasce inizialmente come un EP, registrato a luglio 2024 negli studi di Tundra Recordings a Torino. L’incontro con Davide Lasala di EDAC Studio però cambia la traiettoria: il produttore intuisce il potenziale del progetto e propone alla band di espanderlo in un vero e proprio album, dando il via a un serrato flusso creativo che culmina nelle registrazioni tra fine 2024 e inizio 2025. Il risultato è un lavoro diretto, rumoroso e feroce, ma anche sorprendentemente lucido. Un disco che non grida mai a vuoto, ma incide e arriva preciso dove vuole approdare: una danza sbagliata, questo è certo, ma liberatoria.

Nel brano manifesto La danza della sfiga, la band abbraccia con orgoglio l’imperfezione del passo sbagliato, una sorta di pogo catartico, uno sfogo collettivo che non cerca giustificazioni, ma le brucia nel fuoco dell’ironia. Perché la sfiga, in fondo, è l’espressione che usiamo quando non abbiamo più alibi, quando cadere è l’unica cosa che si può fare. I restanti brani della tracklist amplificano tale visione: Martini Dry racconta il lavoratore di un’azienda d’armi che tenta di salvarsi la coscienza (“se non lo faccio io, lo farà qualcun altro”), Romanzo Russo sbeffeggia i sempiterni e inutili consigli da bar. 10 Giugno è una lettera d’amore e di morte scritta a un ideale pericoloso, Caino dà voce all’emarginato che la storia ha già condannato. In Ti voglio bene, brano in collaborazione con Fitza, la band cambia registro e affonda nella memoria.

Danze della sfiga è un disco che non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi lo ha scritto. È il racconto crudo di semplici vite in bilico, dove ogni inciampo lascia un livido, ma rende indietro una canzone da gridare su un palco o da sussurrare in cuffia. Perché a volte, per restare umani, serve solo sapere ballare maleIl nuovo disco de Le Schiene di Schiele esce il 20 giugno per Edac Music Group e verrà presentato live in tour.

Come nasce l’idea di Danze della sfiga? Da cosa siete partiti per costruire il concept dell’album?

“Danze della sfiga” è un album nato in seguito ad un lavoro durato circa un anno. L’ultima canzone che abbiamo composto è stata proprio “La danza della sfiga”. E’ stata una canzone fiume, ideata e chiusa in una giornata di lavoro e le parole sembravano uscire da sole. Partendo da quella canzone abbiamo analizzato a ritroso tutte le altre e ci siamo resi conto che c’era un evidente fil rouge tra loro. Ciascuna si concentra si una condizione di vita sfortunata: Il lavoro logorante, il dover convivere con l’ansia, l’incomunicabilità tra familiari per fare qualche esempio.

Cosa significa per voi “ballare male” nella vita, e come avete tradotto questa metafora nella musica e nei testi?

Ci piace pensare alla vita come ad un ballo, per alcuni è un lento, per altri un tango sfrenato, per altri un flamenco struggente ed è necessario conoscere le mosse giuste. I problemi sorgono quando ci si rende conto che nessuno ti ha insegnato i passi e sei costretto ad improvvisare ed imitare chi ti circonda. Per questo, in un modo o nell’altro, siamo tutti ballerini dilettanti sul proscenio della vita ed è bellissimo così poiché profondamente umano. Musicalmente parlando, non siamo di certo eleganti. La nostra musica è zoppicante….sfidiamo a ballarci sopra.

La sfiga viene raccontata con ironia e rabbia: quanto è importante per voi mantenere questo equilibrio tra durezza e leggerezza?

È fondamentale! siamo profondamente convinti che la leggerezza sia una chiave di lettura vincente con cui interpretare la vita ma senza esagerare! Dostoevskii ha scritto un intero romanzo per metterci in guardia dagli eccessi di leggerezza e non a caso l’ha intitolato “L’idiota”. La condizione ottimale sarebbe una perfetta via di mezzo, come un sasso nello spazio, duro e leggerissimo.

L’album era nato come un EP e poi si è trasformato in un album completo grazie all’incontro con Davide Lasala. Come ha influenzato questo cambiamento il vostro modo di lavorare?

Lo ha cambiato profondamente. Davide ci ha messo in crisi, ha toccato i nervi scoperti e ci ha messo faccia a faccia con i nostri punti di maggiore debolezza artistica. Abbiamo lavorato molto per migliorare sotto ogni aspetto. In questo senso “Danze della sfiga” per noi è una rinascita.

Qual è stato il momento più intenso o difficile durante le registrazioni negli studi di Tundra e EDAC?

La difficoltà più intensa è stata sicuramente quella di uscire dalla nostra comfort zone per quanto riguarda la registrazione: la sessione di registrazione presso EDAC è stata fatta tutta in presa diretta, cosa che all’inizio ci spaventava non poco. Per fortuna Davide ci ha consigliato saggiamente come lavorare e come preparare i brani… è stato faticoso, ma ne è valsa la pena perché ci ha fatto crescere come musicisti e ci ha permesso di ottenere un lavoro finale molto istintivo e corrispondente a quello che portiamo sul palco dal vivo.

Quanto spazio avete lasciato all’improvvisazione o all’esplorazione sonora durante la produzione?

L’improvvisazione nella nostra musica ha un ruolo importante, ma precedente alla produzione: tutti i nostri brani nascono da sessioni di jam, a volte anche abbastanza lunghe. Una volta selezionate le idee che ci piacciono di più, allora si creiamo una struttura su cui si possa poi scrivere la linea vocale. Diciamo che durante la produzione il lavoro è stato più incentrato sull’incastro delle varie parti dei singoli strumenti tra di loro.

Nel brano manifesto La danza della sfiga, celebrate l’imperfezione. Qual è stata la scelta più “imperfetta” o rischiosa che avete fatto artisticamente in questo disco?

Il disco è registrato in presa diretta, dunque ci sono tante piccole imperfezioni e ciò gli conferisce una certa genuinità. Anche le tracce di voce sono state registrate nel modo più “live” possibile: due, al massimo tre take di modo da cristallizzare il più possibile il momento.

Martini Dry racconta un lavoratore in un’azienda d’armi che cerca di salvare la coscienza. È una critica sociale: quali altre ingiustizie o contraddizioni avete voluto mettere a fuoco nel disco?

La tematica del lavoro è presente più volte nel disco, ad esempio in “Valore aggiunto”. Il sistema finanz-capitalistico (come direbbe Gallino) in cui viviamo ci ruba il tempo e le energie che dovremmo dedicare alla nostra crescita personale, è un delitto silenzioso che uccide lentamente. L’ingiustizia più grande di cui parliamo del disco è l’omicidio di Giacomo Matteotti che a distanza di cento anni da quel 10 giugno del 1924 continua a dirimere e polarizzare l’opinione pubblica. Che vergogna.

Romanzo Russo prende di mira i “consigli da bar”. C’è un consiglio sbagliato che avete ricevuto e che vi ha fatto crescere o vi ha fatto inciampare?

Tendenzialmente siamo tutti e quattro molto umili e durante il nostro percorso abbiamo avuto diversi mentori più o meno ufficiali. Cerchiamo di prendere il meglio da ogni consiglio/critica che ci arriva. Sicuramente il consigliere che più ci ha aiutato è stato Davide Lasala.

La collaborazione con Fitza in Ti voglio bene cambia registro rispetto al resto dell’album. Come è nata questa collaborazione e cosa aggiunge alla narrazione complessiva?

Ti voglio bene parla della sfortuna di essere cresciuti in una famiglia disfunzionale e della difficoltà, una volta adulti, di abbassare le difese e perdonare i propri genitori, guardarli negli occhi e dire loro “ti voglio bene”. La canzone è stata la prima che abbiamo prodotto con Davide di EDAC studio, l’abbiamo ritenuta sin da subito un pezzo forte della nostra produzione. Tuttavia, finite le registrazioni, ci siamo accorti che mancava qualcosa e abbiamo pensato di aggiungere una voce femminile. Ci siamo subito rivolti a Fitza, le vogliamo bene, la stimiamo e poi ha una voce pazzesca.

Quanto vi sentite rappresentati dalle storie di “ordinaria disfatta” che raccontate? Quanto di personale c’è in queste canzoni? E’ tutto personale, ogni sentimento descritto nel disco lo abbiamo provato sulla nostra pelle e questo ci aiuta ad essere credibili quando lo portiamo sul palco, crediamo che il pubblico lo noti.

Qual è la reazione che sperate di suscitare in chi ascolta? Volete spingere all’identificazione, alla riflessione, a una sorta di catarsi? Rifuggiamo il concetto di arte innocua e di musica per staccare il cervello e distrarsi. Per noi la musica è riflessione, cultura, rivalsa, identità. Chi ci ascolta, speriamo, lo percepisca. Crediamo che il disagio sia il grande motore del cambiamento e della crescita personale, non cambieresti mai la tua posizione su un divano comodo per intenderci. Se tutti i divani di casa fossero duri come il legno ti sentiresti più propenso a fare qualcosa di costruttivo. In ultima analisi vogliamo dunque suscitare disagio in chi ci ascolta.

In che modo pensate che la musica post-punk possa essere oggi uno strumento di denuncia e liberazione?

La denuncia va fatta a piena voce e dritta in faccia altrimenti è tiepido dissenso. Il post-punk di sicuro non le manda a dire…anche se non siamo certi di definirci post punk, facciamo molta fatica a sentirci incasellati in un genere. Però il post-punk ci piace molto, post-punk sia.

Il disco verrà presentato in tour e al release party a Torino. Cosa significa per voi portare queste canzoni sul palco?

E’ una gioia immensa, soprattutto quando vedi qualcuno che dal pubblico canta insieme a te. Ti fa sentire parte di qualcosa di grande, è un privilegio e un onore. Questa estate toccheremo molte città d’Italia, non vediamo l’ora.

Avete già in mente qualche evoluzione stilistica o tematica per il futuro?

Da gennaio, appena concluse le registrazioni di Danze della sfiga, ci siamo buttati a capofitto nella scrittura di nuovi brani. Ne abbiamo già un discreto numero e ci sono delle idee che ci piacciono molto, ma vogliamo scriverne ancora altrettanti per poi sottoporre tutto a una scrematura per fare un disco nuovo. Le idee sono tante e stiamo sperimentando parecchio con i suoni, ma non sappiamo ancora dove ci porterà questo flusso creativo… lo scopriremo quando sarà il momento di far venire i nodi al pettine.

Come vedete la scena post-punk torinese oggi e il ruolo che Le Schiene di Schiele possono avere in essa?

Pensiamo che essere dei musicisti a Torino sia una grande fortuna in questo momento: negli ultimi 2 o 3 anni si è consolidata una scena musicale rock/alternative (ma non solo) molto viva. I progetti sono tanti e coesistono armonicamente: niente competizione, ma supporto reciproco che trasmette tanta voglia di migliorarsi e crescere continuamente. In generale c’è un bel clima di partecipazione agli eventi, dove tutti i musicisti sono coinvolti sia quando è il momento di stare sul palco che quando è il momento di essere nel pubblico.

Articolo a cura di Angela Todaro

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