Ottobre 12, 2026
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Me ne rendo conto. Il dibattito sulla Legge elettorale italiana, in un contesto sociopolitico come quello attuale – e cioè tra guerre pseudoglobali, attacchi più o meno continui e riusciti alle istituzioni che dovrebbero preservare il diritto internazionale, e una crisi economica e culturale quasi senza precedenti negli ultimi 70 anni – non dovrebbe in alcun modo essere annoverata tra gli argomenti importanti dell’ultima settimana. Dico “non dovrebbe”, perché a mio giudizio ci sarebbero davvero spunti più ingombranti ai quali porre attenzione, anche per una rubrica onestamente insignificante come questa: e, per essere più chiari nel merito, basterebbe leggere i tre macro-argomenti citati nel capoverso qui precedente.
Come dicevo nell’incipit, me ne rendo conto: e se me ne rendo conto io, perché non dovrebbe farlo chiunque si occupi concretamente di informazione in senso proprio e professionale?
Se non che, proprio quell’argomento così poco allettante ed esiziale (dopotutto, non è pur vero che la Legge Elettorale è spesso stata modificata negli ultimi 20/30 anni, e spesso ad opera del Governo uscente in nome di una non ben comprensibile stabilità politica locale, che spesso si configurava effettivamente nella continuità di professione dei politici locali?) contiene in sé un macro tema che invece può benissimo essere affiancato a quei tre di cui sopra. Ed è un tema che di certo ci porta a vedere come sempre più spesso il contrasto sociale si esprima tra un potere, una sovranità che si rivendica a parole – quello del popolo, per essere chiari – e regole del gioco che, nei fatti, vengono scritte spesso senza un reale confronto.
Esattamente, cioè, come in questo specifico caso.
E qui, se mi concedete una piccola archeologia musicale, tocca risalire fino a Woody Guthrie, che di regole scritte senza confronto se ne intendeva parecchio. Nel 1940, stufo di sentire “God Bless America” alla radio come se fosse un inno a un paese senza crepe, scrisse “This Land Is Your Land”: una canzone che oggi viene cantata nelle scuole elementari con la stessa innocenza con cui si canta “Fra Martino Campanaro”, dimenticando che nelle strofe meno battute Guthrie si chiedeva, passeggiando lungo un cartello “proprietà privata”, se quella terra fosse davvero di tutti o solo di chi aveva i soldi per recintarla. E se non bastasse, la sua chitarra portava incollato un adesivo con su scritto, senza troppi giri di parole, che quello strumento ammazzava i fascisti: un paio d’anni dopo lo mise pure in musica, con “Tear the Fascists Down”, giusto per non lasciare dubbi su da che parte stesse. Guthrie non aveva pazienza per chi scriveva le regole del gioco senza chiedere il permesso a chi quel gioco lo doveva giocare tutti i giorni, in mezzo alla polvere dell’Oklahoma o alle baraccopoli della California. Il problema è che, novant’anni dopo, il cartello “proprietà privata” sembra essersi spostato dai campi alle istituzioni, e nessuno ha ancora scritto la canzone giusta per strapparlo.
Bruce Springsteen, che di Guthrie si è sempre dichiarato debitore, ha passato cinquant’anni a raccontare chi quelle regole le subisce senza mai scriverle: operai licenziati, veterani dimenticati dal paese che li aveva mandati a combattere, cittadine industriali svuotate dalla stessa economia che le aveva create. “Born in the U.S.A.”, il pezzo più frainteso della storia del rock, veniva issato come bandiera patriottica da chi non si era mai preso la briga di ascoltarne il testo, che racconta esattamente il contrario: un paese che usa i suoi figli più poveri e poi li getta via come scatolette vuote. Se Guthrie cantava la terra che doveva essere di tutti, Springsteen ha cantato per decenni quelli a cui quella terra, nei fatti, è stata tolta pezzo per pezzo. La differenza tra i due, volendo essere pignoli, è che Guthrie urlava la rabbia di chi ancora ci credeva; Springsteen, quasi un secolo dopo, canta la malinconia di chi ha smesso di crederci ma non riesce comunque a smettere di sperarci.
Se Guthrie cantava la terra che doveva essere di tutti, Springsteen ha cantato per decenni quelli a cui quella terra, nei fatti, è stata tolta pezzo per pezzo. La differenza tra i due, volendo essere pignoli, è che Guthrie urlava la rabbia di chi ancora ci credeva; Springsteen, quasi un secolo dopo, canta la malinconia di chi ha smesso di crederci ma non riesce comunque a smettere di sperarci.

E se proprio vogliamo risalire alla radice di chi scrive le regole senza mai doverle subire, non si può non passare da Bob Dylan, che nel 1963, con “Masters of War”, firmò l’atto d’accusa più diretto mai scritto contro i “padroni della guerra”: quelli che decidono i conflitti stando seduti comodamente dietro una scrivania, e che non vedranno mai in faccia il sangue che le loro firme producono. Dylan non chiedeva comprensione, chiedeva conti: un atteggiamento che, applicato a chi oggi scrive leggi elettorali a colpi di fiducia parlamentare senza passare dal confronto, calzerebbe come un guanto.
C’è poi un altro modo, meno sottile e molto più fisico, in cui il potere risponde a chi gli chiede di ascoltare: la violenza. Gli U2, nel 1983, raccontarono con “Sunday Bloody Sunday” la repressione di Stato senza filtri, ispirandosi al massacro del Bloody Sunday di Derry. Ma la lezione che se ne può trarre va oltre la cronaca di quel giorno: quando un potere risponde con i manganelli, o con i blindati, o semplicemente chiudendo ogni dialogo, sta ammettendo, nei fatti, una propria debolezza culturale e funzionale. La coercizione è l’arma di chi non sa, o non vuole, ascoltare: è ciò che resta quando si è persa, o non si è mai avuta, la capacità di trovare una via di mezzo. Non è un segno di forza. È la confessione pubblica di un’incapacità.
Ci sarà, a questo punto della ‘storia’, qualcuno che penserà che questi siano discorsi da reduci del rock anni ‘60-‘80, buoni solo per chi ha ancora il vinile in salotto: a questo punto, ci basta allora guardare a “This Is America” di Childish Gambino, per confurarne la tesi: la versione più contemporanea e spiazzante dello stesso contrasto, tra lo spettacolo che intrattiene e distrae e la violenza di Stato che intanto, sullo sfondo, continua silenziosamente a sparare. Il problema, insomma, non ha età. Cambia solo il minutaggio del video su YouTube.
E se c’è un disco che, più di ogni altro, ha fotografato questo presente con la lucidità incazzata che serve, è “Cartoon Darkness”, il terzo album degli Amyl and the Sniffers, uscito nel 2024. Amy Taylor lo ha descritto come una riflessione sulla crisi climatica, sull’intelligenza artificiale, sulla guerra e sulla polarizzazione politica online, dove le persone si illudono di fare attivismo sui social media mentre, in realtà, stanno solo alimentando i dati delle Big Tech. “Big Dreams”, uno dei pezzi più diretti del disco, racconta le difficoltà finanziarie dei giovani della working class che non riescono a realizzare i propri sogni per via delle barriere economiche del quotidiano: lo stesso cartello “proprietà privata” di Guthrie, solo spostato dai campi dell’Oklahoma ai social media e al costo della vita.


In conclusione, viene da chiedersi se la storia, più che ripetersi, si stia semplicemente ricopiando con un font diverso: cambiano gli strumenti, cambia la grafica, ma il canovaccio resta identico. Guthrie aveva una chitarra con l’adesivo giusto, Amy Taylor ha un microfono e trecento follower in meno di qualunque politico che twitta alle tre di notte. Nel frattempo, la legge elettorale italiana continua il suo iter parlamentare, blindata da qualche voto di fiducia, con la stessa discrezione con cui si infila la polvere sotto il tappeto. Forse, in fondo, l’unica vera costante della storia umana è che chi scrive le regole preferisce sempre farlo a porte chiuse, e che a chi le subisce rimane quasi esclusivamente l’arma di una canzone. Ma, sia chiaro, a detonazione atomica.

Rubrica a cura di Stefano Carsen

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