“Ranch” non è solo un album, è un manifesto. Salmo arriva tardi, ma in tempo per cambiare tutto. Quando un video su YouTube senza una promozione televisiva sembrava solo un sogno megalomane, lui ha portato Yoko Ono e Street Drive-In a fare da apripista, trasformando un’idea folle in realtà. Nel 2011, il suo primo concerto al Pop Corn di Venezia – un club ormai dismesso che chiedeva la tessera Arci e 15 euro d’ingresso – segnò l’inizio di una rivoluzione. Quella sera indossavo una felpa nera del Wu-Tang Clan e ricordo bene come, tra le prime rime di Salmo, il pubblico non fosse ancora pronto per quello che stava per accadere. Un wall of death organizzato a metà show, una mossa che avevo visto solo in altri contesti, mi fece capire che quello non era un rapper come gli altri. Salmo aveva preso sul serio tutto: il palco, la scena, la musica. Da quel momento, il suo percorso sarebbe stato segnato da grandi idee e intuizioni inaspettate.
Oggi, “Ranch” è il risultato di tutto questo. 16 tracce dense, intrise di pensieri, emozioni e riflessioni. Iniziamo con On Fire, dove la base solida e il giro di piano fanno da richiamo ai suoni rudi di Fritz Da Cat con Lord Beam, un banger che ha l’energia di Mic Teaser di Hellvisback, il disco che più si avvicina a “Ranch” per la sua forza espressiva e l’assenza di compromessi. Senza ritornello, solo ramazzate di punchlines che colpiscono, e un bridge in cui Salmo ci racconta la cocaina come una routine quotidiana, accanto al mutuo e alle rate della macchina. Una riflessione amara sulla vita comune, sulle illusioni che ci vendiamo per sentirci vivi.
“Crudele” è un altro pezzo fortissimo, che racconta la miseria di una Sardegna lontana dalla paradisiaca Gallura. La violenza familiare, la disperazione, un mondo che sembra uscito da un romanzo di Agota Kristof. La scrittura è cruda, diretta, come in Mr. Simpatia, con Salmo che si spoglia emotivamente e mette a nudo le sue storie più intime. La metrica è perfetta, le rime precise ma naturali, come se stesse parlando direttamente a noi. Il risultato è potente, capace di farci sentire tutto il peso di quel racconto.
Il disco non è solo aggressività, c’è anche spazio per la leggerezza. Sincero è il pezzo radiofonico per eccellenza, quello che ti rimane in testa senza neanche accorgertene. Eppure, c’è qualcosa di affascinante nel pensare che una canzone del genere possa arrivare nelle orecchie delle signore al supermercato e delle ragazze in pensione, che inconsapevolmente stanno finanziando un pazzo. Un bel contrasto tra il sound fresco e la realtà che descrive. D’altro canto, Bye Bye è una traccia più personale, con il featuring di Kaos One che porta un’atmosfera rarefatta e una critica feroce all’industria musicale.
Arriviamo a Bounce!, che è una palla in fronte: un freestyle da paura, che dura poco ma lascia il segno. Qui Salmo torna a fare il Salmo che ti fa venire voglia di prendere un microfono e urlare in faccia al mondo. La stessa energia la ritrovi in Sangue Amaro, che è il brano che ti fa sentire tutto il peso della malinconia, ma in un modo dolce, accompagnato da una chitarra che ti avvolge in cuffia.
Con Cartine Corte si entra nel cuore del disco: qui c’è la dimostrazione che Salmo sa scrivere, sa cantare, sa creare momenti di pura magia. Il ritornello è un flusso che ti sorprende, come un 1-2-3 che non smetti più di cantare. È il suo gioco, quello che solo un artista con la musica nelle vene può fare.
“Ranch” è un disco che si adatta a ogni situazione. Alcuni pezzi li ascolti in cuffia, altri sono da fare esplodere in auto o da cantare ad alta voce in compagnia. Beatcoin è perfetto per uno speaker bluetooth, quello che metti in borsa e che ti fa partire la giornata con un’energia incredibile. In altre tracce come Il Figlio del Prete, c’è una carica che sembra uscita da una graphic novel, un personaggio quasi mitologico che si muove su un beat dritto e potente. La durata di questi brani è breve, ma il messaggio arriva in un lampo, e questo è il bello di Salmo: non c’è tempo da perdere.
Non mancano le intuizioni geniali come in Fuori Controllo, dove la Tekno prende forma in un contesto completamente diverso, e in Incapace, dove la crudezza della registrazione ti fa sentire come se Salmo ti stesse cantando direttamente davanti a te, senza filtri, con una chitarra sporca e una sincerità rara.
L’album si chiude con Mauri e i Titoli di Coda, dove ci salutiamo con un altro “grazie” e una ghost track che ti fa pensare che, in qualche modo, “Ranch” è solo l’inizio di un altro capitolo. Salmo ha costruito una seconda parte maestosa di Hellvisback, che culmina con l’inevitabile ritorno alle sue radici.
“Ranch” non è solo un ritorno, è una reinvenzione. Un disco che mescola tutto: introspezione, denuncia sociale, sperimentazione sonora, e una scrittura che colpisce dritto al cuore. Salmo ha scelto di essere sincero come non mai, dimostrando ancora una volta di essere un innovatore nel panorama musicale italiano.




Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
