Scommetto che parecchi di voi si ricordano ancora dei ‘Dischi del Mulo”, l‘etichetta discografica indipendente fondata nei primi anni ’90 a Reggio Emilia da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, appena usciti dall’esperienza CCCP e in procinto di fondare i CSI. Nata per promuovere artisti alternativi italiani, da quell’esperienza uscirono bellissimi lavori di gruppi come Üstmamò, Acid Folk Alleanza (AFA), estAsia, e Wolfango.
E ovviamente, dei Disciplinatha.
Impossibile scordarseli, loro. Nati nei primi anni ’80 a Bologna, i Disciplinatha erano noti (e amati) per il loro stile provocatorio e un mix di post-punk, industrial e elettronica militante. La loro fortissima impronta teatrale e visiva si accostava a testi politicamente ambigui, spesso sarcastici e provocatori, che affrontavano temi come il potere, la guerra e l’identità nazionale, utilizzando simboli e retoriche militaresche in chiave critica.
Ebbene, dalle ceneri di quel gruppo, Cristiano Santini e Roberta Vicinelli, insieme al chitarrista Dario Parisini, decisero di fondare i Dish-Is-Nein nel 2017, e di far uscire subito dopo il primo mini-album omonimo. Dopo la morte di Dario Parisini, fu subito chiaro che l’esperienza dei componenti rimasti (Santini e Vincinelli, ndr) si trovava ovviamente davanti ad un bivio: ma, fortunatamente, la decisione è stata quella di proseguire, e di mettere le mani e le teste ad un nuovo lavoro, “Occidente, A Funeral Party”, uscito ormai circa un mese fa.
Il nuovo lavoro di Cristiano e Roberta è un’opera intensa e profondamente personale. Dedicato alla memoria di Dario Parisini, il disco si distingue per l’assenza delle chitarre, scelta simbolica che accentua l’atmosfera cupa e riflessiva dell’album.
Il sound si evolve verso un’elettronica oscura, con influenze che spaziano dal trip-hop al dark industrial, evocando artisti come Laibach e Massive Attack. Brani come “Dove il buio (si) muove” e “Le voci del silenzio” offrono testi taglienti che denunciano l’ipocrisia e il declino della società occidentale. La cover di “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles viene reinterpretata in chiave spettrale, trasformandosi in un sogno oppiaceo e sintetico. Il disco si conclude con “A Funeral Party (SuDario)”, un requiem elettronico che omaggia Parisini e chiude il cerchio emotivo dell’album. ‘ certamente un’opera che richiede ascolti attenti, capace di scuotere e far riflettere, confermando i Dish-Is-Nein come una voce critica e necessaria nel panorama musicale contemporaneo.
Abbiamo dunque voluto intervistare Cristiano Santini, per capire meglio alcuni aspetti del nuovo disco, ed entrare maggiormente nelle pieghe della loro poetica musicale.
Ciao Cristiano, innanzitutto grazie per aver accettato di approfondire con noi il vostro ultimo lavoro.
Iniziamo parlando del primo singolo, uscito per presentare il nuovo album: “Stato di Massima Allerta” è stato descritto come un inno alla sorveglianza costante e all’apatia selettiva. Qual è il messaggio principale che volevate trasmettere con questo brano?
S.M.A vuole raccontare di un mondo, che mentre scivola verso un baratro annunciato da tempo, si “allerta” per le cose sbagliate, futili, superflue. Il potere sorride, accoglie, concede e reprime con la stessa mano. E noi? Ci adeguiamo, obbediamo, convinti tutto sommato di vivere in un mondo nel quale valga la pena starci senza porsi particolari problemi, senza nemmeno accorgerci di aver già perso, da tempo.
In che modo questo nuovo lavoro si collega ai temi poi affrontati in “Stato di Massima Allerta”?
In realtà S.M.A fa parte di un concept più ampio che concatena tutti i brani presenti all’interno del nuovo album e del quale il titolo ne riassume l’incipit. L’idea era proprio quella di creare un concept album, pratica abbastanza in disuso oggigiorno schiavi come siamo del singolo ascolto in streaming in mezzo a playlist che contengono la qualunque. I temi che affrontiamo sono contemporanei ma allo stesso tempo “antichi” in quanto la necrosi dell’occidente ha radici antiche che rimandano al secolo scorso.
Dopo la scomparsa di Dario Parisini nel 2022, come avete affrontato il processo creativo e la produzione di nuova musica come band?
Ovviamente la mancanza delle chitarre di Dario ha comportato un approccio abbastanza diverso al lavoro di produzione dei brani, vista anche la necessità di supportare al meglio l’incipit concettuale del lavoro nel tentativo (mi pare riuscito) di creare un “monolite” tematico/sonoro. Questo lavoro vede un impiego massivo di elettronica usata in modo poco convenzionale, oltre a dare uno spazio adeguato ai bassi di Roberta ed alle batterie di Justin, decisamente (e giustamente) in primo piano. Anche le voci, per quello che concerne l’effettistica utilizzata, pur nella convergenza stilistica, hanno un sound decisamente più articolato del precedente EP.
Avete scelto di non sostituire Dario e di non includere chitarre nel nuovo album. Come ha influenzato questa decisione il vostro sound e l’identità musicale?
Ci sono due livelli distinti per rispondere a questa domanda: uno prettamente tecnico al quale ho risposto nella precedente domanda, ed uno più emotivo / modale. In primis si trattava di capire se, dopo 7 anni di fermo artistico, fossimo ancora in grado di scrivere in modo convincente, per noi stessi. Una volta messi giù i primissimi provini e valutato che avessimo ancora cose da dire, sia da un punto strettamente musicale che contenutistico, io e Roberta abbiamo anche pensato a quanto avrebbe influito durante la gestazione prima e la produzione poi, che è durata più di un anno, la mancanza di Dario. Non dico che sia stato semplice, ma alla fine siamo riusciti a gestire questi inevitabili momenti di down.
La presentazione di “Occidente, A Funeral Party” al Teatro Ermanno Fabbri ha visto la partecipazione di diversi artisti e amici. Come sono nate queste collaborazioni e cosa hanno apportato al progetto?
Queste collaborazioni hanno radici “profonde”. Con il Coro Monte Calisio collaboriamo fin dal 2012, ormai sono diventati parte integrante nel nostro modo di concepire musica. Justin Bennet è un amico di lunga data, abbiamo già fatto diverse cose assieme, ma sempre in studio (anche nel precedente EP aveva suonato le batterie) ma era da un sacco di tempo che volevo condividere un palco con lui. Federico Bologna è un “compagno di merende” di vecchissima data. Nel tempo abbiamo fatto, e continuiamo a fare, diverse collaborazioni, recentemente siamo usciti con un progetto elettronico “X.N.X.”. Renato “Mercy” Carpaneto aveva collaborato anche per i testi del precedente lavoro, poi da anni io sono il fonico degli IANVA; quindi, anche quest’ultimo è un rapporto che si è consolidato nel tempo. Sono amici, per i quali nutro grande stima, il loro apporto, in modi diversi, perché diverse sono le personalità ed i talenti, è stato decisamente importante per permetterci di mettere su disco prima, e su di un palco poi, quello che volevamo fosse il nuovo Dish-Is-Nein.
Nel comunicato stampa avete menzionato la volontà di raccontare “tempi tossici” e un “mondo al capolinea”. Anche se è intuibile elencarne alcuni in automatico, quali eventi o situazioni attuali hanno maggiormente ispirato questi temi nel vostro album?
Come dicevo poc’anzi, la genesi di questo disfacimento è iniziata parecchio tempo fa, ma dovendo contestualizzare i temi trattati nell’album, la pandemia prima, soprattutto la gestione criminale dell’informazione che venne fatta durante quel periodo arrivando a creare due “fazioni” in aperto e bellicoso scontro verbale ma non solo. E la questione non era essere pro-vax o no-vax; si è trattato per i più di aderire acriticamente ad una narrazione piuttosto che all’altra, con l’unico intento di annullare il dissenso senza volerne analizzare motivazioni e ragioni. In questo meccanismo i governi e gli scribacchini di regime hanno avuto un ruolo drammaticamente preponderante. Le stesse logiche e dinamiche (due pesi due misure) le abbiamo successivamente incontrate nel conflitto russo-ucraino e nel genocidio perpetrato dal sionista Israele e di fatto accettato dalla comunità internazionale … due pesi due misure … ed una narrazione costruita ad hoc: cancelli dell’informazione che si aprono “a comando” solo per fare passare le notizie che DEVONO passare, il pensiero critico relegato in ultima pagina.
Come descrivereste l’evoluzione del vostro stile musicale dai tempi dei Disciplinatha fino ai DISH-IS-NEIN di oggi? Quello stile di allora mi pare tra l’altro che gorgogli sotto la superficie di questo nuovo lavoro: quali elementi di poetica avete mantenuto, e quali invece avete scartato completamente (sempre che ne abbiate eliminati)?
Più che stile parlerei di attitudine, quella ha sicuramente richiami ai Disciplinatha, soprattutto i primi, quelli di AP40A e Nazioni/Crisi di Valori per capirci. Rimane l’approccio piuttosto libero, da un punto di vista musicale, nel cercare contaminazioni tra generi diversi, sia acustici che elettronici, senza preclusioni di alcun tipo. Da un punto di vista tematico un paio di brani presenti in “Primigenia”, per quello che concerne le liriche, hanno avuto una certa importanza nella messa a fuoco del concept globale, ovviamente tutto profondamente rivisto, contestualizzato e focalizzato ai giorni nostri.
Quali sfide avete incontrato nel realizzare “Occidente, A Funeral Party” e come le avete superate? Allora, la musica è il mio lavoro da più di un quarto di secolo, però quando poi ti trovi a produrre per te stesso diventa tutto un po’ complicato perché le implicazioni emotive si fanno sentire, tendi a perdere lucidità e analisi critica, per lo meno a me succede così. Verso la fine dei lavori per il nuovo album mi sentivo piuttosto stanco e con un po’ di dubbi qua e là su come finalizzare al meglio il lavoro. Ho pensato allora di chiedere una mano ad un amico, un professionista della madonna che stimo davvero tanto, sto parlando di Giulio Ragno Favero. Incredibilmente aveva un paio di settimane libere (cosa più unica che rara). Il suo apporto è stato fondamentale per far quadrare il tutto.
Come ha reagito il vostro pubblico all’assenza delle chitarre e al nuovo approccio sonoro dell’album?
Beh … è abbastanza naturale che alcune persone abbiamo sentito la mancanza delle chitarre di Dario, lui era un musicista, un artista con peculiarità uniche, i suoi interventi hanno dato un imprinting importante alle sonorità dei Disci prima e D-I-N poi. Però è stata estremamente apprezzata la scelta di non sostituirlo con altri chitarristi, la “nostra gente” ne ha capito le motivazioni, umane in primis. Poi la nuova veste sonora è piaciuta molto, quindi non possiamo che esserne felici.
Guardando al futuro, quali sono i vostri progetti dopo l’uscita di “Occidente, a Funeral Party”? Vi vedremo in tour, o avete in mente qualche data per portare il vostro lavoro dal vivo?
Oltre la presentazione dell’album tenutasi il 15/03 al Teatro Fabbri di Vignola, abbiamo suonato allo Spazio Muse (vicino a Caserta) ed al Mercato Nuovo di Taranto. Era tanto che non suonavamo live, soprattutto giù al sud. È stato davvero bello e gratificante. Suoneremo inoltre il 26/04 a Correggio in provincia di Reggio Emilia insieme ad altri artisti per la ricorrenza del trentennale di “Materiale Resistente”. Speriamo ci siano altre possibilità per poterci esibire dal vivo, con la consapevolezza di essere un progetto artistico di nicchia, con tutte le difficoltà annesse e connesse.
E, ovviamente, lo speriamo anche noi.

Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi “encore”. Dal prog rock all’alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia.
