Disincanto, il terzo album di Madame, rompe il silenzio dell’artista per farci entrare nella sua visione lucida e dolorosa della vita e della musica. A tre anni da L’amore, l’artista vicentina torna con un lavoro che non consola e non compiace, ma anzi racconta in modo vero e crudo ma allo stesso tempo emotivo tutto il suo vissuto, la sua esperienza musicale e il turbinio di moti interiori che la abitano.
Prodotto da Bias, con il contributo di Mr. Monkey, Lester Nowhere e Lorenzo Brosio, il disco vive di elettronica essenziale e tensione emotiva. I brani sono progressioni minimali di suoni che costruiscono uno spazio sonoro rarefatto, mai netto. I synth sospesi e i bassi profondi sembrano seguire il battito cardiaco accompagnati da glitch, manipolazioni vocali e inserti che rompono la linearità del brano senza sfociare in soluzioni sperimentali fini a sé stesse.
I testi si intrecciano alla melodia come un continuum. Madame lavora sulla destrutturazione del flow, sfrutta soffi, rotture, cali di intonazione controllati, parole spezzate e sincopi che contribuiscono a mantenere la sospensione emotiva dentro cui l’ascoltatore non fa fatica ad immergersi sin dal primo brano. Continua a usare la lingua piegandola tra registri alti e colloquiali, tra immagini liriche e fendenti diretti, contribuendo a creare metriche tutt’altro che immediate. La sua voce rugosa, ferita e carnale domina e guida, alternando confessione e sarcasmo. Spesso abbatte la distanza tra genesi e resa sfondando la quarta parete: inserisce bozze vocali, appunti sonori, momenti di sperimentazione, rendendoci testimoni diretti della costruzione del brano.
L’intento tematico non ci viene nascosto. Sin dal brano “Disincanto” da cui prende il titolo il progetto, Madame ci regala la sua dichiarazione d’indipendenza estetica e spirituale: non vive più “seguendo le istruzioni”. Ed è grazie a questo che l’album diventa un diario personale ma allo stesso tempo collettivo, con una valenza universale e allo stesso tempo politica. Il disco affronta i temi più disparati: la salute mentale, il corpo, la colpa del successo (Rosso come il fango), la dipendenza affettiva e la consapevolezza femminile.
In “Come stai?” le percussioni spezzate scandiscono una presa di coscienza: Madame guarda dentro e fuori di sé e incontra un mondo, non solo musicale (contro il quale non teme di scagliarsi), che pretende la performance e la maschera invece che la verità.
“Volevo capire” non è un semplice duetto: Madame e Marracash mettono in scena due prospettive sulla vulnerabilità e sul controllo, due modi di abitare la fragilità. Lei, con la sua lingua ibrida e sensuale, sfalda le certezze; lui, con il suo tono più narrativo e riflessivo, le osserva e ne misura il peso.
Il secondo singolo “Ok” è un contraddizione in termini: una delle parole più abusate per fingere che vada tutto bene diventa qui il centro di un brano che prende atto di una realtà fragile, tutt’altro che rosea.
In Bestia la mente e la malattia si intrecciano in corpo che non trova pace. Madame canta la propria molteplicità e riconosce il disturbo ossessivo come parte di sé. Ed è attraverso questa accettazione che può vivere davvero.
Il finale del disco non conclude ma sospende. Grazie è una lettera in cui ringraziare diventa un modo per riconciliarsi con la fragilità. Il brano raccoglie i frammenti sparsi dell’album e li riordina senza nascondere le crepe. Non c’è epilogo, non c’è catarsi: solo un movimento di gratitudine verso la propria sopravvivenza. È a questo punto che ti accorgi che questo disco non celebra un “nuovo inizio” ma ci insegna a stare dentro “la fine” e ad accorgerci che, anche lì, c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Madame canta come chi ha smesso di mordersi la lingua e da questo abbandono nasce una verità che ci fa bruciare.
Articolo a cura di Benedetta Capobianco
